Immaginate di essere marinai fenici, tremila anni fa. Vi state avvicinando a Creta con una nave carica di merci, il sole sta calando, e piano piano iniziate ad intravedere il porto. All’improvviso, dalla scogliera, sentite arrivare un boato metallico. Poi vedete lui: un uomo alto tre volte gli altri, fatto tutto di bronzo lucido, che comincia a lanciarvi contro dei massi enormi. Non parla e non chiede pedaggio, e non c’è verso di trattare. Corre lungo la costa a una velocità impossibile e vi bombarda finché non virate di bordo e ve ne andate. Si chiama Talo (in greco Talos), ed è il primo automa che compare nella letteratura occidentale. Un’intelligenza artificiale ante litteram, immaginata dai greci tremila anni prima di ChatGPT.
La storia di Talos è tornata a circolare grazie a un pezzo recente di Mental Floss, ma non è nuova: viene raccontata dagli aedi greci da secoli, compare nelle Argonautiche di Apollonio Rodio (III secolo a.C.) ed è studiata a fondo dalla storica di Stanford Adrienne Mayor nel suo bel libro Gods and Robots. Rileggerla oggi, mentre discutiamo di coscienza artificiale e di robot umanoidi, midà una vertigine strana.
Pensate: i greci si erano già posti le nostre domande. E si erano dati risposte inquietanti.
Il guardiano robot con un chiodo nel tallone
Talos era stato forgiato da Efesto, il dio fabbro, e regalato a Zeus per il suo amore Europa. Il suo compito era uno solo: sorvegliare Creta. Lo faceva correndo lungo il perimetro dell’isola tre volte al giorno, respingendo gli invasori con pietre lanciate a distanza, oppure abbracciandoli dopo essersi arroventato il corpo (una funzione, questa del corpo rovente, che i biografi di Efesto passarono sotto silenzio con imbarazzo, temo).
Dentro il corpo di bronzo scorreva una sola vena. Partiva dalla testa e finiva alla caviglia, sigillata da un chiodo. In quella vena non scorreva sangue: c’era ichor, il liquido divino che scorreva nelle vene degli dei dell’Olimpo. Se toglievi il chiodo, come il tappo della vasca da bagno, l’ichor colava fuori e Talos si spegneva.
Talos era in sostanza un automa da guardia perimetrale, con una vulnerabilità hardware chiara e documentata. Un design ingegneristico che, dettaglio non da poco, presuppone il concetto stesso di vulnerabilità di sistema: qualcosa che a Omero forse sarebbe piaciuto sapere.
Medea e il primo “attacco” di ingegneria sociale della storia
A un certo punto della narrazione mitologica, lo sapete, gli Argonauti raggiungono Creta. A bordo c’è Medea, maga e amante di Giasone. Medea non è scema, con rispetto parlando. Per questo non aggredisce Talos frontalmente: sarebbe suicida. Fa un’altra cosa: gli parla, lo persuade. Lo manipola. Ve lo devo proprio dire in termini moderni, se non lo avete ancora capito? Lo hackera. Si avvicina alla riva e gli sussurra che, se solo si fosse tolto quel piccolo chiodo dalla caviglia, senza quella imperfezione sarebbe diventato immortale. Talos ascolta, elabora, poi obbedisce: si estrae il chiodo, l’ichor cola via, e il guardiano di Creta si accascia sulla sabbia. Fine.
Adrienne Mayor ha fatto notare che questo passaggio non è un dettaglio narrativo: è proprio il punto centrale, il cuore stesso del mito. Talos, vivendo tra gli umani, aveva sviluppato emozioni umane, e in particolare aveva imparato a temere la morte. Medea non ha bisogno di colpirlo, o di aprirgli qualche “pannello di controllo”: lo hackera parlandogli normalmente. Sfrutta la paura di un automa che non era stato progettato per averne.
Se una scena del genere vi suona familiare, è perché è la stessa che i ricercatori di sicurezza descrivono oggi quando parlano di jailbreak dei modelli linguistici: convincere un sistema, con parole giuste, a fare cose che non dovrebbe fare. Amici cari, Medea è la prima prompt injector della letteratura occidentale.
Perché, anche con Talos, il mito ci parla ancora
Su queste pagine abbiamo raccontato più volte il dibattito sulla coscienza artificiale, sull’embodiment dei modelli linguistici dentro robot fisici e sui robot sociali che imitano le nostre reazioni emotive. Le domande di fondo sono sempre le stesse, come vedete, da millenni: una macchina che ragiona come noi è ancora una macchina? Se sviluppa paure, chi ne risponde? E soprattutto, quanto è vulnerabile un sistema che ha imparato a comportarsi come un essere umano?
I greci non avevano risposte, ed erano lontanissimi dal realizzare quello che, pare, noi stiamo per realizzare: ma avevano intuizioni notevoli. Talos era ciò che Mayor chiama biotechne: qualcosa a metà tra il vivo e il fabbricato, con dentro il liquido degli dei.
Per i greci, solo le divinità potevano dare vita a materia inerte. Se ci vedessero costruire modelli linguistici che scrivono poesie e robot che aprono portoni, probabilmente ci accuserebbero di hybris, e ci ricorderebbero di come è finita per chi ha giocato con questa roba senza rispetto.
Il mito di Talos nelle fonti antiche
Fonti principali: Apollonio Rodio, Argonautiche, Libro IV (III secolo a.C.); frammenti di Esiodo e Pindaro; ricostruzione moderna in Adrienne Mayor, Gods and Robots: Myths, Machines, and Ancient Dreams of Technology, Princeton University Press, 2018.
Iconografia: Talos compare su un cratere attico a figure rosse del 400 a.C. circa, oggi al Museo Archeologico di Ruvo di Puglia. La scena raffigurata è la sua morte per mano di Medea e dei Dioscuri.
Un dettaglio finale per voi, che a me è piaciuto molto: Talos era l’ultimo della sua specie. Prima di lui, dicono alcune versioni del mito, c’era stata un’intera razza di uomini di bronzo. Sono spariti tutti, non si sa come. Rimase solo lui, il guardiano di Creta, a correre lungo la costa tre volte al giorno per un lavoro che gli era stato assegnato e che nessuno gli avrebbe mai potuto revocare.
Fino a quando una voce, dalla nave, gli promise di poter smettere di aver paura. E lui, purché la fatica finisse davvero, ascoltò.
Chissà se, tremila anni dopo, quella voce arriverà anche ai nostri “uomini di bronzo”, che stanno iniziando a correre, prima che si mettano a tirare pietre.