Quando aspettavamo Diana, mia moglie Lucia prendeva le vitamine prenatali con la pazienza di una Santa (Santa Lucia, per l’appunto): ogni mattina, senza fare cerimonie, stoica come un… Non lo so, dite voi. Nessuno, allora, ci avrebbe detto che la dose di vitamina D in gravidanza contenuta in quella pillola poteva avere qualcosa a che fare con la memoria di nostra figlia (quasi) 9 anni dopo.
Uno studio danese, il primo trial randomizzato e controllato per misurare questo effetto, lo dice adesso: con le cautele che il caso richiede.
Più vitamina D, più memoria?
La ricerca è partita nel 2009 a Copenaghen: 623 donne incinte, divise in due gruppi. Un gruppo ha assunto 2800 UI di vitamina D3 al giorno dalla 24ª settimana fino a una settimana dopo il parto. L’altro ha preso la dose standard raccomandata in Danimarca, 400 UI, sette volte meno. L’obiettivo originario dello studio, però, non era il cervello: erano l’asma e il respiro sibilante nei bambini. La memoria e la cognizione sono arrivate dopo, come analisi secondaria.
A dieci anni, 498 bambini di quella coorte si sono presentati a una batteria di undici test neuropsicologici. I risultati in memoria verbale e visiva erano diversi tra i due gruppi: chi aveva ricevuto più vitamina D in gravidanza otteneva punteggi superiori di 0,17 deviazioni standard sulla memoria verbale e 0,24 su quella visiva. Valori non elevati, ma statisticamente significativi. Su intelligenza generale, attenzione, velocità di elaborazione e pianificazione: nessuna differenza.
L’analisi nata per tutt’altro
Il punto che vale la pena tenere a mente i ricercatori lo scrivono da soli. Lo studio danese, mi ripeto, è nato per misurare l’asma. La cognizione è stata analizzata in un secondo momento, su dati già raccolti.
Nella ricerca questo conta: quando si testano molti esiti su un dataset non progettato per rispondere a quella domanda, la probabilità che qualcosa emerga per puro caso sale.
I 2 risultati sulla memoria hanno superato le correzioni statistiche, ma il terzo esito inizialmente positivo (la flessibilità cognitiva) non ha retto. E il 96% dei bambini era di etnia bianca, il che limita parecchio la generalizzabilità, soprattutto verso le popolazioni con carnagione più scura che producono meno vitamina D attraverso l’esposizione solare e sono esattamente quelle per cui l’integrazione avrebbe più senso.
In più, solo il 15% delle madri era carente all’inizio: lo studio misura l’effetto di una dose più alta su donne che stavano già bene.
Vitamina D in gravidanza: cosa fare adesso
Le linee guida non cambiano sulla base di un’analisi secondaria, e sarebbe strano se lo facessero. Le raccomandazioni attuali restano 400 UI al giorno, con indicazioni specifiche per chi passa poco tempo all’aperto o ha la carnagione scura. Chi avesse dubbi sulla propria carenza può misurare i livelli con un’analisi del sangue e parlarne con il medico. Assumere dosi sette volte superiori senza indicazione medica non è prudente: troppa vitamina D nel tempo accumula calcio nel corpo. Stando a quello che sappiamo sugli integratori in generale, “di più” non è quasi mai la risposta giusta in partenza.
Quello che resta è una domanda aperta con una risposta parziale: la vitamina D in gravidanza arriva al cervello del bambino, fa qualcosa, e quel qualcosa si misura ancora dieci anni dopo. Quanto qualcosa, per chi, in quale finestra di tempo esatta, lo studio danese non riesce a dirlo. Aspettiamo i trial progettati per rispondere davvero a questa domanda.
Il trial di Copenaghen: dati essenziali
Pubblicazione: Frederiksen OF et al., “High-Dose Vitamin D3 Supplementation During Pregnancy and Test-Based Cognitive Performance at Age 10 Years”, pubblicato su JAMA Network Open (2026). DOI: 10.1001/jamanetworkopen.2026.11464.
Dati chiave: 623 madri randomizzate (2009-2010), 498 bambini testati a 10 anni. Dose alta: 2800 UI/die dalla 24ª settimana. Dose standard: 400 UI/die. Memoria verbale: +0,17 SD (p=0,02). Memoria visiva: +0,24 SD (p=0,01). Nessuna differenza su intelligenza, attenzione, velocità cognitiva. Il 96% dei bambini era di etnia bianca; il 15% delle madri era carente all’inizio del trial.