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Tecnologia

Organoidi cerebrali umani hanno imparato a riconoscere le lettere Braille

Organoidi cerebrali coltivati in laboratorio identificano lettere Braille con buona precisione. Il dettaglio di scala cambia tutto.

Organoidi cerebrali umani hanno imparato a riconoscere le lettere Braille

Due volte a settimana qualcuno apre un incubatore tenuto a 37 gradi e cambia il liquido rosato in cui galleggiano palline di tessuto nervoso grandi come un seme di sesamo: quasi un gesto da acquariofilo. Quelle palline sono organoidi cerebrali umani, cresciuti da cellule staminali, e hanno appena imparato a riconoscere le lettere dell’alfabeto Braille.

La notizia arriva dal gruppo di Feng Guo all’Università dell’Indiana, gli stessi che nel 2023 avevano fatto distinguere a un ammasso di neuroni le voci di otto persone diverse. Il salto, stavolta, è dal suono al tatto simulato.

Come si insegna il Braille a degli organoidi cerebrali

L’organoide viene appoggiato su una matrice di microelettrodi. Ogni lettera Braille, che poi è una griglia di 6 punti in rilievo, diventa uno schema di impulsi elettrici inviati al tessuto. I neuroni rispondono con una loro attività elettrica disordinata, che un algoritmo legge e classifica. Dopo un po’ di esposizione la risposta a una “A” smette di assomigliare a quella di una “B”, e la precisione sale ben oltre il caso.

Nessuno ha insegnato niente nel senso scolastico del termine. Il tessuto cambia, e il cambiamento è abbastanza stabile da essere decodificato.

Ora il dettaglio che nei comunicati sta sempre in fondo: un organoide di questo tipo misura meno di un millimetro e contiene qualche centinaio di migliaia di neuroni. Il cervello umano ne ha circa 86 miliardi: stiamo parlando di qualcosa come lo 0,0004% del totale, tenuto in vita per poche settimane dentro una macchina che consuma più corrente di un frigorifero.

In pratica l’hardware è vivo, ma l’infrastruttura intorno pesa come un intero laboratorio di biologia molecolare.

Numeri dell’esperimento Braille

Studio pubblicato venerdì scorso su Frontiers in Artificial Intelligence.

Tessuto: organoidi corticali da cellule staminali pluripotenti indotte, diametro sotto il millimetro. Interfaccia: matrice di microelettrodi per stimolo e lettura. Input: schemi a 6 punti dell’alfabeto Braille convertiti in impulsi. Precedente diretto: Brainoware, 2023, riconoscimento vocale su 8 parlanti con accuratezza intorno al 78%.

Un computer che va nutrito

L’argomento che si sente ripetere è energetico: un cervello umano lavora con 20 watt, un data center con qualche decina di megawatt. Vero. Ma il confronto regge solo se ignoriamo che quei 20 watt arrivano da un corpo intero, e che un organoide senza vasi sanguigni inizia a morire al centro dopo poche settimane. Per questo c’è chi li fa crescere dentro il cervello dei topi, dove il sangue ci arriva da solo.

E poi c’è la parte che nessuno ama discutere con calma. Abbiamo già visto organoidi che riproducono l’attività dei neuroni infantili, e i comitati etici continuano a rispondere che non c’è coscienza perché mancano input sensoriali strutturati. Il Braille, adesso, è esattamente un input sensoriale strutturato.

La conseguenza più probabile, però, non è il laptop biologico. È una conseguenza clinica: se un ammasso di neuroni sano impara a distinguere le lettere con una certa curva, un ammasso ricavato dalle cellule di un paziente epilettico o con Alzheimer precoce imparerà peggio, e in un modo misurabile. La capacità di apprendere diventa un esame del sangue.

Gli organoidi cerebrali finiranno probabilmente lì, in un referto, molto prima che in un server.

Gianluca Riccio

Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto - Studi e competenze per scenari futuri. Seguilo su LinkedIn