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Il prossimo hard disk? Sarà il DNA.

La conservazione delle informazioni è sempre più cruciale: per questo aziende come Microsoft studiano gli “hard disk” del futuro.

Tra le ricerche più promettenti quella che si concentra su una “memoria fisica” davvero eccezionale: il DNA.

Il nostro DNA è un supporto che custodisce dati su di noi: sul piano informatico le sue “prestazioni” sono straordinarie.

Come Hard Disk il DNA non si degrada col tempo. E’ così versatile da contenere in soli 4 grammi tutte le informazioni prodotte in un intero anno dall’intera umanità.

Negli scorsi anni diversi esperimenti hanno già prodotto salvataggi su DNA: il più grande? 700k.

L’ultimo studio pubblicato dai ricercatori Yaniv Erlich e Dina Zielinski racconta del “salvataggio” più grande della storia.

I due ricercatori hanno usato 72.000 filamenti di DNA e vi hanno salvato 6 files all’interno. Un film francese, una carta regalo Amazon, un intero sistema operativo, un virus informatico, uno studio clinico e le informazioni messe sulla sonda Pioneer.

“La cosa più interessante non è stata sintetizzare i nucleotidi che abbiamo utilizzato per storare i file,” dice Erlich, “quanto sviluppare il software in grado di ‘codificare’ le informazioni e renderle disponibili sia in entrata che in uscita”. Nessun errore software: i files si possono leggere tranquillamente.

Yaniv Erlich e Dina Zielinski

Come hard disk, il DNA sarebbe la migliore opzione possibile.

Ci sono tanti grossi vantaggi: anzitutto le dimensioni (potete immaginare). Il DNA può contenere 215 Petabyte per grammo e durare oltre 100 anni, distruggendo qualsiasi limite di obsolescenza.

Il DNA è in giro da 3 miliardi di anni: difficile pensare che questa memoria (è il caso di dirlo) fisica passi presto di moda.

Tra quanto tempo sarà possibile vedere in azione questa tecnologia?

Secondo i ricercatori occorreranno più di 10 anni, “ma,” fa sapere uno di loro, “anche il CD ha avuto una fase di sviluppo simile prima di essere introdotto sul mercato”.

Lo Studio su Sciencemag: http://science.sciencemag.org/content/355/6328/950