Lo skyline di Chicago potrebbe un giorno raccontare una storia diversa: non solo potere e finanza, ma lattughe, pomodori e basilico. A duecento metri dal suolo, dove normalmente ci sono uffici e appartamenti, un progetto di design vincitore dell’A’ Design Award 2025 immagina fattorie verticali integrate nella struttura stessa di un grattacielo.
Eden Rise, così si chiama, nasce da un problema concreto che affligge i residenti di questa e tante altee città: le “paludi alimentari”, i cosiddetti “food desert”, quartieri dove un supermercato è un miraggio e il fast food diventa l’unica opzione accessibile. Due designer, Yuhan Zhang e Dreama Simeng Lin, hanno deciso di ribaltare la questione. Invece di portare cibo nei deserti alimentari, hanno progettato un edificio che produce cibo al suo interno. Un miglio d’altezza. Residenze, scuole, uffici. E fattorie verticali ovunque.

Quando l’architettura diventa frigorifero
Eden Rise è un esercizio di progettazione visionaria, non un cantiere in corso. È importante dirlo subito. Non vedrete questo grattacielo comparire su Google Maps domani mattina.
Ma il progetto ha vinto uno dei premi di design più rispettati al mondo perché fa qualcosa di raro: prende un problema sociale e lo traduce in forma architettonica. I food desert di Chicago non sono una questione marginale. In una città circondata da terreni agricoli tra i più produttivi d’America, interi quartieri non hanno accesso a cibo fresco. Le catene evitano le zone povere, i supermercati chiudono, il risultato è che le malattie cardiovascolari uccidono il doppio rispetto alle aree servite.
La risposta dei designer? Fate crescere le fattorie verticali dove crescono i grattacieli. Integratele nella facciata. 10.000 metri quadrati dedicati alla coltivazione idroponica, sufficienti per produrre 270 tonnellate di cibo l’anno. Abbastanza per 40.000 persone. Sistema di irrigazione gestito da intelligenza artificiale, raccolta di acqua piovana dalla facciata, turbine eoliche incastonate nell’esoscheletro strutturale. Un palazzo diventa un organismo che respira, mangia, produce.

Il progetto prevede quattro volumi verticali interconnessi, alti complessivamente un miglio, con un “esoscheletro” che funge anche da supporto per le turbine.
All’interno: residenze, uffici, scuole, terrazze verdi a più livelli. Le fattorie verticali occupano la superficie esterna, visibili dalla città come strisce verdi che salgono verso il cielo.
Il paradosso della corn belt senza insalata
Chicago si trova nel cuore della corn belt: una vastissima area di mais e soia a perdita d’occhio. Eppure i suoi quartieri più poveri sono paludi alimentari. Non è che il cibo non esista: è che non arriva. La logistica ignora chi non è redditizio.
I supermercati calcolano i margini di guadagno e decidono dove aprire: per questo le zone a basso reddito perdono. Le fattorie verticali, in teoria, ribaltano questo meccanismo. Producono sul posto, eliminano trasporto e intermediari, e accorciano la distanza tra seme e piatto a pochi piani di ascensore.
Eden Rise propone un modello dove coltivazione, raccolta, vendita e consumo avvengono nello stesso edificio. C’è la food court al piano terra. C’è il supermercato. Sopra, le fattorie verticali. Sopra ancora, gli appartamenti. Un ecosistema chiuso che si autoalimenta. O almeno, questa è l’idea. Perché costruire una torre così richiede capitali enormi, tecnologia all’avanguardia, e una gestione che non può fallire. Se le piante muoiono, muore il sistema. Se l’AI sbaglia l’irrigazione, 40.000 persone rimangono senza pomodori.

Fattorie verticali in Italia: sogno o incubo burocratico?
Immaginiamo per un momento di importare questo modello in Italia. Milano, per dire. O Roma. Città con problemi di accesso al cibo? Non come Chicago, ma quartieri periferici dove il mercato rionale è sparito e il discount è l’unica opzione esistono. Le fattorie verticali potrebbero funzionare? Tecnicamente forse sì. Economicamente, dipende. Burocraticamente, auguri.
Gli italiani hanno già sperimentato progetti di grattacieli idroponici, come il Farmscraper di Carlo Ratti per Shenzhen. Ma costruire un edificio nel nostro paese che integri agricoltura e residenze richiede normative che ancora non esistono. Chi certifica la sicurezza alimentare? Come si gestisce l’impatto igienico-sanitario di coltivare insalata sopra le teste degli inquilini?
E i costi energetici? Perché le fattorie verticali consumano elettricità. Molta. LED per la fotosintesi, climatizzazione, pompe idriche. Se l’energia non è rinnovabile, il bilancio ambientale crolla.
In Italia, probabilmente, le fattorie verticali funzionerebbero meglio in edifici esistenti da riconvertire. Ex capannoni industriali, palazzi dismessi, spazi sottoutilizzati nelle periferie. Non grattacieli da un miglio, ma strutture più piccole, più gestibili, più integrate nel tessuto urbano.
Meno spettacolo, più pragmatismo. Che poi è il modo italiano di fare le cose, giusto?… Giusto?

Design come provocazione, non come soluzione
Eden Rise non risolve il problema dei food desert. Non cancella la povertà e non sistema la logistica alimentare globale. Ma fa una cosa importante: mostra che esiste un’alternativa. Che l’architettura può essere più di un contenitore. Che i grattacieli non devono solo ospitare, possono anche produrre. È un progetto simbolico, certo. Ma i simboli hanno peso. Cambiano il modo in cui pensiamo alle città.
Nel 2025, Chicago conta già oltre 80 siti di agricoltura urbana attivi. Molti in ex edifici industriali. Alcuni, come Farm Zero, stanno firmando contratti per fattorie verticali in palazzi per uffici del centro. Coltivano broccoli, cavolo, lattuga romana. In spazi che prima erano vuoti. Le fattorie verticali non sostituiranno mai i campi tradizionali, ma possono integrare. Possono colmare vuoti. Possono portare nutrimento dove il mercato ha fallito o agisce in modo vergognoso negando, di fatto, l’accesso al cibo.
Eden Rise è fantascienza? Forse. Ma la fantascienza ha il brutto vizio di diventare realtà quando nessuno se lo aspetta.
Il primo grattacielo sembrava follia. Il primo ascensore pure. Le fattorie verticali oggi sono progetti di design premiati, domani potrebbero essere utility urbane, come l’acqua e la luce.
Questione di tempo.
E di coraggio.
