Vado dritto al punto: le istituzioni finanziarie europee detengono partecipazioni in Palantir per circa 27 miliardi di dollari. Nel solo 2025, le quote aggregate sono cresciute di quasi il 70% rispetto all’anno precedente. La società americana, dal canto suo, ha chiuso il 2025 con 4,6 miliardi di fatturato (+56%) e punta a oltre 7 miliardi nel 2026. Nello stesso periodo, la Commissione europea ha firmato la Dichiarazione per la Sovranità Digitale Europea e il Cloud Sovereignty Framework. Ora, mettete insieme le cose.
Quello che l’inchiesta di EU Perspectives mette in fila, fonte dopo fonte, è la mappa di una contraddizione che nessun comunicato di Bruxelles ammette per iscritto. Palantir Technologies, fondata nel 2003 con capitale iniziale di In-Q-Tel (il fondo di venture capital della CIA), produce software che integra database eterogenei e costruisce profili comportamentali. Tra i suoi prodotti, Gotham per intelligence, difesa e polizia, e Foundry per sanità e amministrazione pubblica. Strumenti che negli Stati Uniti sono finiti in mano all’ICE per tracciare migranti, e che in Israele hanno servito operazioni di targeting a Gaza.
Berlino dice no, Parigi rinnova
A maggio 2026 il Bundesamt für Verfassungsschutz, ovvero il controspionaggio interno tedesco, ha scelto una piattaforma francese chiamata ArgonOS al posto di Gotham. Marc Henrichmann, presidente della commissione parlamentare di vigilanza sui servizi, ha presentato la decisione come segnale a favore della sovranità digitale europea. Qualche settimana prima, ad aprile, la Bundeswehr aveva chiuso i suoi rapporti con la società americana. Sembrerebbe una svolta. Sembrerebbe.
Poi guardi a Ovest, e cosa vedi? La Direction générale de la sécurité intérieure, l’intelligence interna francese, a fine 2025 ha rinnovato per l’ennesima volta il contratto con Palantir, iniziato ben 10 anni fa (dopo gli attentati di Parigi del 2015). La Francia, che del concetto di sovranità digitale ha fatto una bandiera istituzionale, continua a usare un fornitore che a parole vuole sostituire. Jan Penfrat, di European Digital Rights, lo sintetizza con un’ironia che sembra rassegnazione: la Francia è uno dei Paesi che più rumorosamente (ah, la “grandeur”) parla di sovranità digitale. E la Germania? Pure: le polizie regionali di Baviera, Assia e Renania Settentrionale-Vestfalia continuano a usare Palantir.
L’Italia, capitolo a parte
Da noi la situazione è perfino più opaca. La Difesa italiana ha acquistato Gotham con un contratto pluriennale di cui non si conoscono i dettagli, perché è secretato. Stellantis ad aprile 2026 ha rinnovato per altri cinque anni l’alleanza con Palantir per la gestione dei processi industriali. Il governo, intanto, partecipa al Consorzio europeo per le infrastrutture digitali dei beni comuni, firma dichiarazioni a Berlino e finanzia progetti di cloud sovrano. L’indice di sovranità digitale italiano è 6,5, contro una media UE di 16,31. Praticamente il fanalino di coda. Siamo, di fatto, sudditi digitali, non voglio dire schiavi. All’uopo, però, ci raccontiamo che stiamo costruendo qualcosa.
La Deputata Europea Raquel García Hermida-van der Walle (Renew/NLD) ha chiesto formalmente alla Commissione europea, lo scorso mese, se le sue agenzie e i suoi organi usano tecnologia Palantir. Nessuna risposta, finora. Di fatto, è piuttosto difficile sapere con esattezza dove e come Palantir sia in uso nell’Unione: poca trasparenza, nessun audit pubblico sistematico. Europol, per dire, l’ha usato per il controterrorismo tra 2016 e 2021. La NATO, invece, ha acquisito nel 2025 il Maven Smart System di Palantir per il Comando Alleato delle Operazioni. Sono dappertutto questi, non vi pare? Lo dicono anche da soli. Anzi: lo scrivono.
Il manifesto, e cosa significa davvero
Se ci leggete, sapete che ci siamo ampiamente passati: ad aprile 2026 Palantir ha pubblicato su X un manifesto di 22 punti tratto da The Technological Republic, il libro del suo CEO Alex Karp. Cosa dice, in estrema sintesi: la Silicon Valley ha un debito morale verso gli Stati Uniti, l’hard power del XXI secolo si scrive in codice, le armi basate su intelligenza artificiale saranno costruite comunque (e quindi è meglio costruirle noi), la deterrenza nucleare è finita e ora tocca all’AI. Ne abbiamo parlato qui, e qualcuno l’ha definito “tecnofascismo”.
Diciamolo chiaramente, dai: l’amministrazione Trump, secondo dichiarazioni più o meno esplicite, considera l’Unione Europea un avversario. E la dipendenza dei servizi di sicurezza europei dal software di una società tanto allineata a Washington è una pesantissima leva politica. Di più: un macigno vero e proprio! Se un Paese membro rifiutasse di firmare accordi sull’accesso ai propri database biometrici, gli Stati Uniti potrebbero ritirare Palantir dalle sue forze di polizia: è la logica strutturale di chi vende capacità operativa critica e sa di esserne l’unico fornitore. E noi, come diceva Benigni in “Non ci resta che piangere”, siamo sotto.
“Sovereignty-washing”, ovvero il trucco
Non vi lamentate del titolo di questo paragrafo e non cominciate a dire “ma non si può scrivere in italiano?”. Non ho coniato io il termine “Sovereignty-Washing”: la ‘colpevole’ è Cristina Caffarra, fondatrice dell’Eurostack Foundation, è lei che ha coniato il termine. I grandi fornitori americani adottano il linguaggio dell’autonomia europea proprio per mimetizzarsi: per rendere, alla fine, più difficile uscirne. In altre parole, in UE possiamo avere tutte le strutture legali localizzate, e possiamo raccontarci tutti gli slogan che vogliamo sull’autonomia: nei fatti, tutto resta proprietà americana e soggetto al CLOUD Act, che permette alle autorità statunitensi di richiedere dati ovunque siano conservati fisicamente. Il 90% dell’infrastruttura digitale europea, amici cari, è controllata da aziende non europee. Punto. Il resto è aria.
Anche se l’Europa decidesse di costruire un “Palantir europeo”, come peraltro ha proposto il ministro digitale tedesco Karsten Wildberger, il problema non si risolverebbe automaticamente. Non importa chi realizza questo tipo di software, il problema è la sua logica: assumere l’intera popolazione come sospetta permanente mette fine a democrazia e diritti fondamentali. Che il fornitore sia americano, francese o brasiliano, cambia poco.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 10-15 anni per una sovranità digitale europea che meriti il nome. Forse mai, nei settori dove Palantir è già radicato.
Servono tre cose: investimenti dell’ordine delle decine di miliardi (oggi siamo a 180 milioni di euro per il Sovereign Cloud Tender, contro i 33,7 miliardi che AWS ha annunciato solo per la Spagna), volontà politica di accettare costi industriali nel breve termine, e un’autorità di audit indipendente che possa effettivamente sapere chi usa cosa nei ministeri europei.
Ne beneficeranno per prime le grandi PA centrali dei Paesi forti, Germania e Francia in testa. L’Italia, con il suo indice di sovranità a 6,5, arriverà dopo. La sanità pubblica britannica e i piccoli comuni europei, che oggi hanno Foundry installato perché “costava un euro”, ci arriveranno per ultimi o non ci arriveranno affatto.
Il nome palantíri Tolkien lo aveva scelto bene. Pietre che mostrano cose distanti e finiscono per piegare chi le guarda. Karp, filosofo di formazione, conosce di sicuro la metafora. Saruman, povero sciocco, pensava di poter controllare quella la pietra.
Chissà se a Bruxelles qualcuno si è preso la briga di rileggere quel capitolo.