Tehran, gennaio 2026. Il segnale scompare e lo schermo resta nero, ma non è un guasto tecnico e non è colpa del router. È una censura internet che decide, in silenzio, cosa puoi vedere e chi puoi chiamare. Mentre noi discutiamo di quale IA faccia le immagini più carucce, lì fuori c’è chi sta spegnendo la luce. Non è un caso isolato, non è più quella roba da “Stati canaglia” che leggevamo nei trafiletti esteri. È una condizione sistemica che ormai riguarda più di metà del pianeta.
Secondo gli ultimi dati di Surfshark, nel 2025 la censura internet ha colpito la cifra mostruosa di 4,6 miliardi di persone. Avete letto bene. Più della metà della popolazione mondiale ha vissuto, almeno una volta, l’esperienza di un web mutilato, rallentato o totalmente spento per ordine governativo. Siamo passati dalle 47 interruzioni attive a inizio 2025 alle 81 nuove restrizioni imposte durante l’anno. E il trend (se così vogliamo chiamare questa discesa nel buio) non accenna a fermarsi.
La mappa del silenzio digitale
Se guardiamo la mappa, l’Asia resta il cuore pulsante di questa pratica. Solo in India, i casi di censura internet sono stati 24 nell’anno appena trascorso. Seguono Iraq e Afghanistan. Ma attenzione a pensare che sia solo un problema “lontano”. Anche l’Albania, per dire, ha bandito TikTok per un intero anno dopo un tragico evento di cronaca. E vogliamo parlare di Europa e Russia? In un gioco di censure incrociate, ciascuna impedisce ai propri cittadini di consultare i siti dell’altra. “Per non influenzarli con la propaganda”: ma lasciate scegliere a noi, cosa leggere.
Il controllo digitale è diventato il coltellino svizzero di ogni amministrazione che non sa come gestire il dissenso o la complessità sociale.
Scheda del report
- Ente di ricerca: Surfshark (Internet Censorship Recap 2025/2026)
- Responsabile ricerca: Luís Costa et al.
- Anno pubblicazione: 2026
- Dato chiave: 4,6 miliardi di persone colpite da blackout digitali
- Piattaforma più colpita: Telegram (supera Facebook per la prima volta)
- TRL: 9 – Dati basati su monitoraggio infrastrutturale in tempo reale
- Link fonte: Surfshark Censorship Report
Arriviamo al punto dolente? Il 2026 è iniziato in modo disastroso. Nelle prime due settimane di quest’anno, l’Iran è piombato in un’oscurità digitale quasi totale. Più di 90 ore di blackout totale per silenziare le proteste nate a fine dicembre. Non è solo bloccare un sito; è tagliare i ponti con la realtà. Le autorità stanno prendendo di mira persino le connessioni Starlink, dimostrando che la censura internet non conosce problemi a sfidare nemmeno i giganti del satellite.
Il caso Gaza: dove il blackout è materia
Non possiamo parlare di censura internet senza guardare a Gaza. Lì il blackout non è solo un software che blocca un pacchetto dati; è un’infrastruttura polverizzata. Nel corso del 2024 e del 2025, sono stati registrati almeno 16 blackout totali. Entro aprile 2024, il 75% delle torri di telefonia mobile era fuori uso. È una forma di isolamento estremo: quando non puoi chiamare un’ambulanza o segnalare dove sei sotto le macerie, la mancanza di bit diventa una sentenza.
In questi contesti, “censura internet” smette di essere un termine tecnico e diventa un’arma di guerra silenziosa: di più, uno strumento di morte. Chi controlla il flusso di informazioni controlla la narrazione del conflitto. È successo a Jenin, in Cisgiordania, e continua a succedere in ogni zona dove il potere ha bisogno che il mondo non guardi troppo da vicino. (In termini di democrazia, s’intende, è un colpo mortale).
L’assedio alle VPN e la fine del web libero
C’è un altro dettaglio che mi preoccupa: sta cambiando il modo in cui ci difendiamo. Se prima la soluzione era “scarica una VPN e passa la paura”, oggi i governi hanno imparato la lezione. Nel Jammu e Kashmir, proprio in queste settimane, è scattato un divieto di due mesi sull’uso delle VPN. La polizia ferma le persone in strada per controllare se sui loro smartphone ci sono app “non autorizzate”. Capite il livello di invasività?
Anche il Pakistan ha iniziato a bloccare le VPN non registrate. La censura internet sta diventando granulare, chirurgica, capace di distinguere tra un traffico governativo “pulito” e quello dei cittadini che cercano solo di leggere una notizia vera. È la nascita (purtroppo prevista) della “splinternet”: un web frammentato in tanti piccoli feudi digitali dove ogni signore locale decide quali verità far circolare.
Quando e come ci cambierà la vita
Entro il 2030, il concetto di internet “globale” potrebbe essere un ricordo nostalgico. Se non invertiamo la rotta, navigare fuori dai confini digitali del proprio Paese richiederà permessi speciali o rischi legali enormi.
La censura internet non sparirà con la tecnologia, ma si evolverà con essa, usando l’intelligenza artificiale per filtrare i pensieri prima ancora che vengano pubblicati.
Approfondisci
Ti preoccupa il futuro del web? Leggi anche come la Wayforward Machine ha previsto questa deriva anni fa. Oppure scopri cosa succede quando l’infrastruttura crolla, come nel caso del blackout di AWS che ha paralizzato i servizi globali.
Mi chiedo spesso se ci stiamo abituando troppo in fretta a queste “diete forzate” di informazioni. Ci scandalizziamo per gli algoritmi che ci propongono troppa pubblicità, ma restiamo tiepidi davanti a miliardi di persone che vivono sotto un cielo digitale oscurato. La verità è che la censura internet è un virus silenzioso: non senti dolore finché non provi ad aprire una finestra e scopri che è stata murata durante la notte.
Forse dovremmo smetterla di considerare l’accesso alla rete come un privilegio tech e iniziare a vederlo per quello che è, e dovrebbe essere: un diritto umano fondamentale.
Perché senza bit, oggi, non sei solo offline. Sei invisibile.