Avete mai provato a disdire un abbonamento online? Ti risponde rapidamente un chatbot (quasi) convincente che propone sconti personalizzati, roba che cambiano ogni volta che aggiorni la pagina. Il sistema “sa” qualcosa di te: quanto esiti, quanto spendi, forse anche quanto sei stanco. A quel punto ti viene un pensiero strano, uno di quelli che restano in testa più a lungo del previsto: se il prezzo è personalizzato e algoritmico, che cosa significa esattamente “prezzo di mercato”?
Ecco, è da domande così che bisogna riflettere (e ovviamente verificare con le fonti: in questo caso OCSE, ILO, Acemoglu e altri). La mia tesi è semplice da enunciare e scomoda da digerire. La faccio semplice: la società digitale non sta “aggiornando” il capitalismo. Lo sta lentamente svuotando dall’interno, e nessuna ideologia del Novecento riesce più a spiegare cosa sta succedendo.
Ci sono quattro crepe nel sistema
Provo a dettagliare ulteriormente. Ci sono, secondo me, quattro meccanismi che stanno cedendo simultaneamente.
Il primo è il segnale di prezzo: il capitalismo si regge sull’idea che i prezzi coordinino domanda e offerta, trasmettendo informazioni a milioni di attori. Ma quando gli algoritmi sperimentano migliaia di variazioni al giorno, prevedono le reazioni dei consumatori prima che i consumatori stessi le conoscano, e i mercati finanziari sono dominati da sistemi automatici più veloci di qualsiasi cervello umano, quel segnale diventa opaco. Un po’ come un semaforo che cambia colore in base a chi lo guarda: tecnicamente funziona ancora, ma non coordina più niente.
Il secondo meccanismo è la legittimità del profitto. Per decenni “perché è profittevole” ha funzionato come giustificazione sociale più o meno sufficiente per tanta, troppa gente. Chiudi una fabbrica, sposti la produzione: efficienza. Ma quando l’automazione sostituisce intere fasce di lavoratori cognitivi (non solo operai, attenzione: analisti, designer, programmatori, copywriter) quella logica perde mordente politico. E allora emerge un’altra domanda, quella che la gente come me fa da una vita: profittevole per chi?
Terza crepa: la capacità regolatoria degli stati. La tecnologia si muove veloce, i governi sono dannatamente lenti. Questo divario c’è sempre stato, ma la scala oggi è diversa. I regolatori faticano a comprendere sistemi di machine learning complessi, le piattaforme operano globalmente mentre le leggi restano nazionali, e quando una normativa arriva in aula la tecnologia che doveva regolare ha già cambiato forma. Lo abbiamo visto con i social media: anni di dibattiti parlamentari mentre le piattaforme già rimodellavano il discorso pubblico.
La quarta crepa è in assoluto la più inquietante per me, non a caso ne parlo da tempo: le piattaforme tecnologiche assomigliano sempre meno ad aziende e sempre più a governi. Gestiscono sistemi di identità, reti di comunicazione, pagamenti, distribuzione di software e commercio. Non sono elette, eppure stabiliscono regole, moderano contenuti e decidono chi accede ai mercati.
La società digitale come amplificatore, e altri quattro fronti
Intendiamoci: l’intelligenza artificiale non crea queste tendenze da sola. Piuttosto le amplifica, e lo fa su quattro fronti contemporaneamente (il numero 4 ricorre, a quanto pare), il che rende la situazione diversa da qualsiasi precedente storico.
Il primo fronte è la sostituzione del lavoro cognitivo. L’automazione che rimpiazza braccia umane la conosciamo da due secoli, quella che rimpiazza cervelli è un fenomeno nuovo. Linguaggio, analisi, codice, design, servizio clienti: molte attività considerate “sicure” nella classe media sono ora parzialmente automatizzabili. L’ILO ha sottolineato come il rischio automazione sia significativo soprattutto nei servizi, non solo nell’industria.
Il secondo fronte è il paradosso della produttività. In teoria, più produttività significa beni più economici e più tempo libero. La storia economica ha esempi in cui i guadagni di produttività hanno migliorato gli standard di vita. Ma (e qui sta il nodo) la distribuzione conta. Se i guadagni si concentrano in poche aziende o in chi possiede il capitale, l’abbondanza potenziale non si traduce in prosperità diffusa. Il report “The 2028 Global Intelligence Crisis” di Citrini Research descrive esattamente questo scenario: più efficienza, meno redditi, quindi meno consumi. L’economia come un motore che gira sempre più veloce ma non è collegato alle ruote.
Il terzo fronte è la sorveglianza. Riconoscimento facciale, analisi predittiva, sistemi di enforcement automatizzato: governi e aziende possiedono oggi strumenti che le burocrazie precedenti potevano solo sognare. Questo non produce automaticamente autoritarismo, ma la capacità tecnica esiste, ed è lì, pronta.
Il quarto fronte è la crisi di legittimità. Yuval Harari parla spesso di come le società funzionino grazie a storie condivise. Quando la storia perde credibilità, le istituzioni si indeboliscono. Insomma: se lo sforzo umano appare sempre meno centrale nella produzione, il contratto sociale si incrina.
Non serve una rivoluzione per far crollare una società: basta che la gente smetta di crederci, nella società.
I numeri della transizione
- Produttività vs salari: secondo dati OCSE, nelle economie avanzate produttività e retribuzioni divergono da decenni
- Concentrazione ricchezza: il World Inequality Database registra una crescente concentrazione ai vertici della piramide
- Orizzonte temporale: viviamo in una transizione strutturale che durerà 10-25 anni (entro il 2040-2050)
- Velocità senza precedenti: la velocità di miglioramento dell’AI supera qualsiasi tecnologia precedente
Ideologie in affanno nella società digitale
Nel box di sopra vi ho detto che stimo una transizione di circa 10-20 anni ma, attenzione: non so né la modalità di questa transizione (nuove leggi? Cambiamento delle istituzioni? Guerra mondiale?) né DOVE porterà questa transizione. Ma non mi sento in colpa per la mia ignoranza, perché sono in ottima compagnia: nessuna ideologia conosciuta riesce a mappare quello che sta accadendo nella società digitale.
Il neoliberismo presupponeva mercati efficienti, libero scambio e lavoro flessibile. Ma se i mercati sono dominati da piattaforme algoritmiche e le catene globali si fragilizzano, quella narrativa si sgretola.
La socialdemocrazia presupponeva un’occupazione stabile per finanziare la redistribuzione attraverso la tassazione. Ma come finanzi i programmi sociali quando le macchine fanno una quota crescente del lavoro produttivo?
Il nazionalismo economico resta politicamente potente (lo vediamo ovunque) ma economicamente vincolato: le reti digitali e le multinazionali operano oltre i confini nazionali, e il divario tra identità politica nazionale e infrastruttura tecnologica globale genera una tensione che nessuno slogan sa risolvere.
E il tecnoliberismo della Silicon Valley? L’idea che l’innovazione risolva i problemi sociali funziona. A volte. Ma l’innovazione concentra anche potere, e l’ideologia della “disruption” può mascherare enormi disuguaglianze strutturali dietro quei keynote patinati e le slide con grafici che vanno tutti in alto a destra, in una crescita che sembra (SEMBRA) infinita.
I quattro scenari del dopo
Come vi dicevo non ho risposte alla domanda “Se il capitalismo si dissolve, cosa prende il suo posto?”. Però costruisco scenari possibili, e anche in questo caso intravedo dei paradigmi emergenti, ve lo dico: nessuno di questi è particolarmente rassicurante. Quanti sono questi paradigmi? Quattro. Ancora una volta.
Il primo è il tecnofeudalesimo, la tesi che Yanis Varoufakis ha reso popolare nel suo libro omonimo. Gli utenti diventano affittuari su piattaforme che controllano l’infrastruttura: invece di rendite fondiarie, il sistema estrae rendite da dati e accesso. Come abbiamo raccontato su Futuro Prossimo, Varoufakis sostiene che le Big Tech hanno sostituito i mercati con feudi digitali e i profitti con canoni cloud. Amazon non produce: ti affitta il diritto di vendere. Google non informa: ti affitta la visibilità.
Il secondo scenario è quello dei data commons, una sorta di egualitarismo tecnologico. Se i grandi sistemi AI dipendono da dati pubblici generati dalla collettività, la collettività potrebbe (dovrebbe) rivendicarne la proprietà. Reddito universale finanziato dall’automazione? Avremmo “dividendi” sui dati che diamo alle AI? Idee affascinanti, con il piccolo problema della fattibilità politica e del coordinamento globale (in senso buono: non è che manchino le idee, manca chi le implementa).
Il terzo è il tecnoautoritarismo: sorveglianza avanzata combinata con enforcement automatizzato. Monitoraggio continuo più decisioni algoritmiche che riducono il bisogno di processi burocratici tradizionali. La Cina viene spesso citata in queste discussioni, ma molti paesi stanno sperimentando strumenti simili, anche in Occidente. Il pericolo è ovvio: efficienza senza responsabilità. L’abbiamo esplorato anche qui, parlando di come l’inerzia istituzionale potrebbe spingere verso un neo-feudalesimo privato fatto di enclave hi-tech e città-azienda.
Il quarto scenario è la tecnocrazia algoritmica: una governance guidata da esperti e modelli di dati. In teoria migliora l’efficienza, in pratica potrebbe nascondere le dinamiche di potere dietro un linguaggio tecnico che pochi possono capire e contestare.
Il vero nodo della società digitale
C’è un punto in tutta questa complessa trattazione che merita attenzione più degli altri. E la sento proprio sulla pelle, come persona: la svalutazione del pensiero umano. Se le macchine producono analisi, arte e strategia più velocemente delle persone, la società potrebbe iniziare a trattare la cognizione umana come ornamentale. È un’idea che mi fa più effetto dell’automazione in sé.
Certo, c’è anche un controargomento forte. Prima della Rivoluzione francese esistevano mille forme di governo: monarchie, città-stato, imperi, autorità religiose. L’idea che le ideologie moderne possano creare un’era unica e coerente, addirittura un “governo mondiale” potrebbe essere un’anomalia storica. Da questa prospettiva, la frammentazione attuale non sarebbe un collasso ma un ritorno alla diversità.
Se tutto questo flusso di pensiero vi è sembrato confuso, è perché davvero lo è. Il contesto tecnologico è genuinamente nuovo. I sistemi di governance precedenti operavano in mondi dove la cognizione umana era centrale per il processo decisionale e la produzione. La società digitale introduce inveve un sistema dove la cognizione stessa diventa infrastruttura scalabile. E quando gli strumenti del pensiero si automatizzano, la struttura della società cambia in modi che le analogie storiche faticano a catturare, figurarsi io. E voi? Che ne pensate?
Quando e come ci cambierà la vita
L’orizzonte, vi dicevo, è 10-25 anni. E non sarà un crollo improvviso (speriamo) ma una transizione caotica, fatta di sistemi ibridi dove pezzi di capitalismo sopravvivono accanto a strutture nuove.
Le implicazioni pratiche? La tassazione dovrà spostarsi dal lavoro al capitale tecnologico. I sistemi di welfare dovranno ripensarsi attorno a forme di reddito sganciate dall’impiego tradizionale. E il rapporto tra cittadini e piattaforme digitali dovrà essere regolato come quello tra cittadini e istituzioni pubbliche, non come un contratto commerciale.
Chi ci arriverà preparato avrà un vantaggio. Chi aspetterà che il cambiamento bussi alla porta, probabilmente scoprirà che il cambiamento non bussa: entra.
Approfondisci
Ti interessa il futuro dei sistemi economici? Leggi anche Forse il futuro post capitalismo è una dittatura globale. Oppure scopri come Varoufakis descrive il tecnofeudalesimo per capire in che direzione si muovono le piattaforme. Per il quadro su come l’inerzia istituzionale accelera la transizione, c’è anche il pezzo sul neo-feudalesimo privato.
Mi chiedo una cosa, per concludere: come organizziamo la tecnologia perché gli esseri umani restino il punto del sistema e non il suo residuo? È una bella domanda. Forse la domanda giusta.
Il problema è che le domande giuste, nella società digitale, non le fa chi governa. Le fa un utente qualsiasi su un blog, un venerdì notte, dopo aver provato a disdire un abbonamento. E nessuno gli risponde.
O meglio: gli risponde un bot.