La notizia arriva da Nature Communications: un team di Hong Kong ha sintetizzato un polimero organico che funziona da elettrodo dentro una batteria ad acqua a pH 7. Niente acidi e alcali, né metalli rari. L’elettrolita, dicono, è chimicamente affine alla salamoia che si usa per cagliare il tofu (?), e si può smaltire direttamente nell’ambiente. I numeri di laboratorio parlano di 120.000 cicli di carica-scarica senza degradazione apprezzabile: più di trecento anni, se la batteria lavorasse come quelle attualmente installate sulla rete elettrica. Il dato c’è. Il resto richiede un secondo di pazienza.
Cosa hanno fatto, in pratica
Le batterie acquose esistono da decenni e hanno un problema di famiglia: l’elettrolita interno è quasi sempre molto acido o molto alcalino, e questo significa due cose. Primo, corrode lentamente i materiali della batteria stessa, finché non smette di funzionare. Secondo, quando la butti, è un rifiuto pericoloso. Il gruppo guidato da Hui Chen, della City University di Hong Kong, ha scelto la strada lunga: progettare un materiale per l’elettrodo negativo (un polimero organico covalente, sigla Hex-TADD-COP) che resista a un elettrolita neutro, fatto di sali di magnesio e calcio in acqua. Niente di esotico: gli stessi minerali usati come coagulante nella produzione del tofu. Da qui la metafora della “salamoia”, che ai ricercatori piace molto perché fa notizia.
L’elettrodo positivo è un analogo del blu di Prussia (CuFe-PBA), già noto in letteratura per la sua stabilità. Combinati, danno una cella che lavora a 2,2 volt e riesce a sopportare i famosi 120.000 cicli senza che la struttura del polimero si sfaldi. In sostanza: un materiale che galleggia in acqua di tofu senza disgregarsi per duecentomila ore di stress elettrochimico. Una bomba, vero? Ora andiamo a cercare le zelle.
La cifra che il comunicato omette
Guardiamo la densità energetica della cella completa: 48,3 wattora per chilogrammo. Per intenderci, una batteria al litio-ferro-fosfato per accumulo di rete sta tra i 150 e i 200 Wh/kg. Significa che, a parità di energia immagazzinata, questa batteria ad acqua pesa tre volte tanto e occupa più o meno lo stesso spazio in più. Per un’auto elettrica è fuori discussione. Per l’accumulo di rete, dove il peso conta poco e la sicurezza conta tutto, diventa interessante: ma solo se il costo per kWh, alla fine della giostra, scende sotto quello del litio. Su questo, lo studio non si pronuncia.
C’è poi la questione dei trecento anni. Sono un calcolo, non un’osservazione: 120.000 cicli divisi per 1,1 cicli al giorno (la media dichiarata per le batterie di rete nel 2024) fanno circa tre secoli. Nessuno ha mai osservato una batteria funzionare per trecento anni, ovviamente, perché nessuno ha mai osservato granché di elettrochimico per più di una decina d’anni in condizioni reali. Il numero è plausibile sulla base dei dati di degradazione, ma resta una proiezione di laboratorio. Il polimero potrebbe sorprendere in un senso o nell’altro quando incontrerà un magazzino in Sicilia ad agosto, una grandinata, vibrazioni meccaniche, contaminazioni chimiche, e tutto il resto della vita reale.
Perché ne parliamo lo stesso
Perché la direzione è giusta. Per anni il dibattito sulle batterie si è fossilizzato sulla densità energetica, e va bene quando si parla di smartphone o di auto. Per la rete elettrica, però, conta altro: durata, sicurezza, smaltimento, costo a lungo termine. Una batteria che non si incendia, non corrode, non avvelena la falda quando finisce la vita utile è più preziosa di una che immagazzina il doppio ma va trattata come rifiuto speciale. Il filone è già attivo: ho raccontato altri esperimenti simili, dalla batteria ad acqua e argilla alla batteria di carta con elettrolita acquoso. Tutti lavorano sullo stesso problema con materiali diversi, e nessuno ha ancora vinto.
Scheda Studio
Pubblicazione: Hui Chen et al., “An aqueous battery using an electrolyte with a pH of 7 and suitable for direct environmental discard”, pubblicato su Nature Communications (2026). DOI: 10.1038/s41467-026-69384-2.
Batteria ad acqua, quando la vedremo davvero
Orizzonte stimato: 8-15 anni per applicazioni di nicchia nell’accumulo di rete, oltre 15 per applicazioni residenziali o mobili.
Servono tre cose, e nessuna è banale: dimostrare che il polimero regge fuori dal laboratorio per almeno cinque anni, scalare la sintesi a livello industriale senza che il costo per kWh sfondi quello del litio-ferro-fosfato, e convincere gli operatori di rete a scommettere su una chimica nuova quando ne hanno una collaudata. Il primo a beneficiarne, se mai succederà, sarà chi gestisce grandi parchi rinnovabili in zone con regolamentazione ambientale stringente: Europa del Nord, California. Il sud del mondo arriva dopo, come sempre. La densità da un terzo è un costo che la rete può digerire, una casa o un’auto no.
Resta il dettaglio più ironico di tutta la storia: l’elettrolita è chimicamente affine al liquido che cola dal tofu fresco. Tra cinquant’anni qualcuno aprirà un magazzino di accumulo dismesso, troverà i serbatoi mezzi vuoti, e si chiederà se quello dentro si può buttare giù per il lavandino.
Lo studio dice di sì. E poi dicono pure che il tofu non sa di niente.