Il 24 giugno 2016 Nigel Farage festeggiava al Ritz di Londra con una colazione a champagne. Dieci anni dopo, lo stesso Farage è primo in tutti i sondaggi nazionali britannici, ma di Brexit non parla quasi più: nei suoi comizi cita il “tradimento di Westminster”, la mancata riduzione dell’immigrazione, la crescita che non c’è stata. Dico di più: la parola “Brexit” è quasi sparita dal suo lessico pubblico. È una cosa interessante da notare, l’uomo che ha vinto la sua battaglia politica più grande e adesso parla d’altro.
Il punto è che la domanda con cui si apre ogni anniversario (“gli inglesi sono pentiti? vogliono tornare?”) è una domanda posta veramente male. Malissimo. Lo si capisce guardando i numeri: e i numeri, dieci anni dopo, raccontano una storia molto più disordinata di quella che piace ai pro-Europa, o di quella che piace ai sostenitori della Brexit.
Quello che gli inglesi hanno perso con la Brexit, e che era stato previsto
Il Regno Unito a 10 anni dalla Brexit, sempre numeri alla mano, è un paese più povero. L’Office for Budget Responsibility, agenzia indipendente del governo britannico, stima che il PIL sia oggi circa il 4% sotto rispetto a uno scenario di permanenza nell’Ue. La Bank of England proietta una riduzione del 3,25% su quindici anni. La London School of Economics arriva a una forchetta tra il 6,3% e il 9,5%. Il National Bureau of Economic Research statunitense quantifica la perdita in 180 miliardi di sterline all’anno, ovvero 205 miliardi di euro. Le chiacchiere stanno a zero, la direzione è chiara a chiunque non sia cieco o in mala fede.
L’instabilità politica è la seconda cosa promessa dai pessimisti che si è materializzata, e si è materializzata oltre ogni aspettativa. Sei primi ministri in dieci anni: Cameron, May, Johnson, Truss, Sunak, e Starmer che salta in queste ore. Il settimo è in arrivo nei prossimi giorni (Andy Burnham, “sindaco” della Greater Manchester, è il favorito alla successione del dimissionario Starmer). Nessun paese del G7 ha cambiato sei capi di governo in un decennio. La patria del bipartitismo stabile, in pratica, ha smesso di essere stabile il giorno dopo il referendum. Già nel 2019 raccontammo cosa stava accadendo al Parlamento di Westminster, quando Boris Johnson tentò di sospenderlo per forzare l’uscita: era il segnale che il sistema costituzionale, non solo la classe politica, si stava già incrinando.
E poi c’è l’autogoal che fa più male di tutti, perché ribalta esattamente la promessa centrale del Leave. La Brexit doveva ridurre l’immigrazione. Risultato: il decennio post-referendum è stato il decennio con l’immigrazione netta più alta della storia britannica moderna. Picco a 944.000 persone l’anno nel marzo 2023, quasi il triplo del livello pre-2016.
Il calcolo controfattuale di Portes e Springford
Pubblicazione: Jonathan Portes e John Springford, “The impact of Brexit on immigration to the UK”, analisi per UK in a Changing Europe (King’s College London), marzo 2026. Metodologia synthetic difference-in-differences.
Dati chiave: nel 2024, in uno scenario controfattuale di permanenza nell’Ue, i lavoratori di origine UE nel Regno Unito sarebbero stati circa 785.000 in più. Quelli di origine extra-Ue, invece, sono 992.000 in più rispetto allo stesso controfattuale. Saldo netto della Brexit sull’occupazione straniera: +207.000 lavoratori non britannici. Il sistema ha sostituito polacchi e rumeni con indiani, pakistani e nigeriani, e pure in numero maggiore.
Quello che gli inglesi hanno guadagnato con la Brexit, e che si tende a ignorare
Sono conscio del fatto che il discorso si fa scomodo per la narrazione dominante, ma è onesto. Il Regno Unito ha effettivamente ottenuto alcune cose. Non quelle che pensava, ma le ha ottenute. Sulla regolazione finanziaria, Londra ha potuto muoversi diversamente da Bruxelles in tre aree concrete: cripto-asset (con un FinTech hub presso la Bank of England e una corsia veloce per le stablecoin), uso dei dati per addestrare modelli di intelligenza artificiale (il Data Use and Access Act consente cose che il GDPR europeo non consente), e prospetti finanziari per le quotazioni in borsa, con il nuovo regime entrato in vigore il 19 gennaio 2026 che alleggerisce gli obblighi per gli emittenti.
Sono dividendi? Dipende da come li si guarda. Per le fintech britanniche (Revolut, Starling Bank, TransferWise) sono opportunità reali. Per chi vede il GDPR e la regolazione bancaria stringente come tutele del cittadino, sono perdite di garanzie. Il punto è che la divergenza, anche modesta, esiste: il Regno Unito ha potuto scegliere una strada diversa, e in alcuni settori l’ha scelta. Non è poco. Non è il “Singapore sul Tamigi” che David Frost vendeva nel 2020, ma neanche il niente che certa stampa europea racconta. Sottolineo: la sterlina è ancora una valuta sovrana, e la Bank of England decide i tassi pensando a Manchester e non a Francoforte. In un decennio in cui l’eurozona ha attraversato la crisi del costo della vita post-Ucraina con tassi tarati per Berlino, qualche economista britannico ha smesso di rimpiangere l’opt-out sull’euro.
C’è poi il dato culturale, quello che Westminster non sa misurare.
Il referendum del 2016 è stato la prima vera espressione di voto delle “forgotten places”, come le chiama Farage: i distretti industriali del Nord, il Galles del sud, le coste del Kent. E questi qui, badate bene, anche dieci anni dopo non sono affatto convinti di essersi sbagliati, perché il loro voto del 2016 non era un voto economico. Era un voto di “qualcuno ascolti la nostra esistenza”. E l’ascolto, quantomeno, c’è stato. Il fatto che il populismo britannico oggi parli di tutt’altro (immigrazione extra-Ue, net-zero, sovranità giudiziaria) è la prova che la Brexit, per quel pubblico, è stata digerita come una vittoria archiviata, non come un errore da rimpiangere.
Si, un po’ sono pentiti, ma al momento di rientrare non ci pensano nemmeno per sogno
Veniamo al punto che fa saltare la narrazione “gli inglesi vogliono tornare”. Tre sondaggi sullo stesso campione fatti in mesi diversi, e con tre risposte diverse.
Ipsos / King’s College London, maggio 2026: a una domanda generica sul rientro nell’Ue, il 58% degli inglesi voterebbe “rejoin”. Sembra plebiscitario. YouGov, luglio 2025, stesso campione ma con una clausola realistica: “se per rientrare doveste accettare l’euro e Schengen, come gli altri nuovi membri, voi rientrereste?” Risposta: solo il 36% favorevole, il 42% contrario. La maggioranza pro-rejoin svanisce nel momento in cui si specifica cosa significa davvero “rejoin” significa davvero”, nel 2026.
Best for Britain, marzo 2026, terza domanda: “Siete favorevoli a reintrodurre la libertà di movimento Ue-Uk in linea di principio?” Sì al 63%. Stessa domanda riformulata: “Siete favorevoli alla libertà di movimento, sapendo che aumenterà l’immigrazione dall’Ue?” Il sì scende al 47%, il no sale al 41%. È esattamente lo schema mentale del 2016 ma a polarità invertita: si vuole il vantaggio europeo, non il costo europeo. Era esattamente quello che si voleva uscendo, allora: i vantaggi del fuori, non i costi del fuori. La differenza è che adesso si conoscono entrambi.
Gli inglesi, mediamente, non sono pentiti per nostalgia di Bruxelles. Sono frustrati per un decennio di promesse mancate e governi caduti. È una cosa diversa. E si traduce politicamente in modo sorprendente: Andy Burnham, il favorito alla successione di Starmer, ha detto chiaramente che non riaprirà la questione del referendum, ma ha anche aggiunto “vorrei vedere il Regno Unito di nuovo nell’Ue nella mia vita”. Tempi e modi suoi. Cioè: forse. Ma non subito.
Cosa significa per noi, qui sul continente
Per chi guarda da Roma o da Milano, la Brexit dieci anni dopo è un test su un’idea che davamo per scontata: l’irreversibilità del progetto europeo. Non lo è. Si può uscire. Si esce male. E, nonostante si esca male, non si rientra. È un’asimmetria pesante. Macron dice “la porta è sempre aperta”, Sánchez parla di sostegno “assoluto” a un eventuale rientro britannico, il presidente finlandese Stubb cita esplicitamente il Regno Unito come candidato all’allargamento, e nel maggio 2026 il Partito Verde Europeo è stato il primo gruppo politico continentale a invitare formalmente Londra a tornare. Ma il tasto da premere ce l’ha solo Londra, e Londra non lo preme.
Per gli italiani, c’è anche un risvolto demografico interessante. Tra il 2010 e il 2021 il numero di italiani residenti nel Regno Unito è quasi triplicato, da 108.000 a 342.000. Dopo Brexit, paradossalmente, gli arrivi non si sono fermati: 17.000 nel 2022, 16.000 nel 2023, oltre 18.000 nel 2024. Ma il profilo è cambiato radicalmente. Sono finiti i camerieri che imparavano l’inglese a tempo perso. Sono rimasti i professionisti, gli accademici, le famiglie strutturate. Italiani con più soldi, più progetto, meno mobilità. Una élite, in senso letterale. Esattamente l’opposto di quello che il Leave del 2016 prometteva di “controllare alle frontiere”.
Quanto manca davvero a un eventuale rientro
Orizzonte stimato: 15-25 anni, forse mai nelle condizioni attuali.
Tecnicamente, un rientro richiederebbe una domanda formale ex articolo 49 TUE, l’accettazione di tutto l’acquis communautaire, l’adesione all’euro e a Schengen (oggi obbligatorie per i nuovi membri), e l’unanimità del Consiglio europeo. Politicamente: nessun partito britannico maggiore lo ha messo nel programma, neppure i laburisti di Burnham. Realisticamente: serve una generazione politica nuova a Londra, una congiuntura economica che renda il costo di uscita più alto di quello d’ingresso, e probabilmente una crisi geopolitica abbastanza grossa da spazzare via le obiezioni interne. Possibile, certo. Vicino? Non credo.
L’ultima ironia, quella che fa sorridere chi tiene il conto: la monarchia, che noi continentali consideravamo l’istituzione più fragile del Regno Unito, è oggi l’unica istituzione britannica stabile. Sei premier sono passati, una regina è morta, un re è stato incoronato, e il sistema ha tenuto. La continuità non era dove si pensava. Forse neanche in Europa è dove si pensava.
Quindi: gli inglesi vogliono tornare indietro? La risposta breve l’ho data al mio amico l’altra sera, davanti a un bicchiere. No. Gli inglesi non vogliono tornare indietro. Vogliono altro: vogliono un decennio di governi che funzionino, un’economia che cresca, un’immigrazione che capiscano. Vogliono, in fondo, le stesse cose che vogliamo noi qua.
Solo che hanno scelto una strada più lunga, e anche se volessero, gli fa fatica tornare sui propri passi: e forse non ne vale la pena.