La seta che da seimila anni avvolge i bachi in Cina, e da poco meno avvolge le spose italiane, oggi entra in una siringa dall’ago sottile, di quelle con cui fanno il vaccino antinfluenzale al CUP. Esce dall’altra parte sotto forma di gel, si appoggia sulla ferita, e la chiude in 72 ore. Ad annunciarlo è il Terasaki Institute for Biomedical Innovation di Los Angeles, che ha mescolato la fibroina del baco con una molecola estratta da una radice rampicante mangiata in mezza Asia. Lo studio è appena uscito su ACS Omega.
La cosa interessante è che la seta, qui, non si comporta da seta. La fibroina del Bombyx mori, separata dalla sericina e ridotta a soluzione acquosa, è una proteina che il corpo umano accetta senza fare storie da trent’anni di letteratura biomedica: il problema, finora, era farla restare gel dove serviva. Bruna Quevedo e i suoi colleghi hanno aggiunto la puerarina, un isoflavone estratto dalla radice del kudzu.
Le due molecole si tengono insieme per legami a idrogeno: una stretta di mano fra proteine, abbastanza forte da reggere la spinta di un ago e abbastanza elastica da rimontarsi dall’altra parte.
Il team di ricerca ha provato cinque dosaggi di puerarina, dall’1% al 5%. Più puerarina corrispondeva ad una rete polimerica più fitta e a stabilità meccanica più alta. La struttura cristallina della seta, però, non cambia.
Le cellule della pelle umana messe a contatto con il gel sopravvivono al 95% dal primo giorno. La ferita simulata su un disco di Petri, quella che in inglese chiamano scratch assay, si richiude completamente in 72 ore con tutte le formulazioni. Con la dose massima di puerarina, il 60% del lavoro è fatto nelle prime 24 ore.

Il lavoro di Quevedo e colleghi
Pubblicazione: Quevedo B.V. et al., “Injectable Silk Fibroin–Puerarin Hydrogels with Tunable Supramolecular Organization as a Potential Platform for Tissue Engineering”, pubblicato su ACS Omega (2026), open access. DOI: 10.1021/acsomega.6c02412.
Cosa fa la seta che gli altri gel non fanno
La novità non è il gel di seta in sé: la fibroina iniettabile è in lavorazione da anni in mezzo mondo. La novità è che funziona senza catalizzatori e reticolanti chimici, e soprattutto senza ultrasuoni: si autoassembla in acqua a temperatura ambiente. Per chi sta dall’altra parte dell’ago, significa che il giorno in cui arriverà in clinica, non serviranno macchine speciali in sala operatoria. Una siringa basta. Per chi sviluppa il materiale, significa che il processo costa meno di alternative come gli idrogel a base di polietilenglicole funzionalizzato, che richiedono passaggi industriali in più. Un dettaglio che la fonte non sottolinea, ma sposta l’asticella economica.
Vale la pena tenerla insieme alle altre cose viste su queste pagine. Nel 2025 raccontammo di un gel ricavato dal kefir che imitava la matrice extracellulare; ad aprile 2026 è arrivato un idrogel di gelatina per la ricrescita ossea; e a novembre 2024 una sutura elettrica che accelerava la chiusura con micro-correnti. Quattro tappe in due anni, ciascuna su un substrato diverso.
Vuol dire che la guarigione mini-invasiva è un campo affollato, e che ora (finalmente) iniziano ad arrivare i dati clinici
Cosa abbiamo adesso
In vitro il rimedio funziona, e funziona bene. Notate bene: “in vitro” significa cellule di pelle umana in una piastra di plastica, tenute in incubatore a 37 gradi, senza sistema immunitario e senza batteri, senza pressione meccanica reale. La distanza fra quella piastra e una ferita aperta su un avambraccio è la stessa che passa fra una vasca da pesci e l’oceano. I prossimi passi previsti sono modelli animali, poi (forse) gli studi clinici.
Quanto manca davvero
Orizzonte stimato: almeno 5 anni, se tutto fila. Servono studi su animali, poi Fase 1 e Fase 2 sull’uomo, poi approvazione regolatoria FDA o EMA.
Una pipeline clinica completa per un materiale biomedico costa fra i 50 e i 100 milioni di dollari, e il Terasaki è un’organizzazione no-profit. Quindi serve un partner industriale, oppure un licenziatario.
Comunque, il numero che resta in mente è quello dell’ago. 27 gauge: lo stesso con cui si fa l’insulina ai bambini diabetici, lo stesso del filler di qualche centro estetico. Un gel di seta che passa di lì dentro, e dall’altra parte ricomincia a tenere insieme la pelle: se lo dovessi spiegare a mia moglie Lucia mentre prendiamo il caffè, lo direi così. Poi mi rimangerei l’entusiasmo aggiungendo “in piastra, eh. Sulle persone vedremo”.
E Lucia, che fa la psicoterapeuta, mi risponderebbe che intanto lei le ulcere da pressione le vede ogni giorno, anche se non dovrebbe, perché spesso chi soffre con la mente sta già soffrendo con il corpo. Qualunque cosa accorci di settimane quella sofferenza, anche se arriva fra sette anni, vale la pena di aspettare.