A Plaster City, nel deserto del Colorado, una piccola scatola a quattro ruote ha camminato per sette giorni di seguito. La seguivano tre ingegneri della NASA in tenuta sportiva, a piedi (ogni tanto fermandosi a bere). La scatola ha fatto ventisei chilometri: andava a un chilometro l’ora, più o meno la velocità di una persona anziana che porta a spasso il cane. Per essere un rover, è una corsa: i suoi colleghi su Marte, ad esempio, vanno dieci volte più piano. Si chiama ERNEST, e l’acronimo è una di quelle forzature che alla NASA piacciono molto (sta per Exploration Rover for Navigating Extreme Sloped Terrain). Sotto la sigla, una sospensione che nessun rover lunare ha mai avuto.
Il test l’ha condotto il Jet Propulsion Laboratory a marzo, ma la NASA l’ha raccontato solo ora. ERNEST è lungo poco più di un metro, ha quattro ruote di rete metallica, ciascuna sterzante per conto suo, e davanti uno motorizzato che gli sposta il peso a comando. Quando trova un sasso, lo scavalca alzando la singola ruota interessata. Quando trova una duna ripida, può girarsi e procedere di lato, come un granchio. Se il terreno è piatto e amichevole, una frizione interna spegne il sistema attivo e torna a comportarsi da rover normale, per risparmiare batteria. In altre parole, gambe nuove per obiettivi nuovi: e delle gambe vecchie che ne facciamo?
Perché il rocker-bogie non basta più
La sospensione standard dei rover marziani, dal Sojourner del 1997 a oggi, si chiama rocker-bogie. È un sistema passivo: sei ruote collegate da bracci articolati che si adattano al terreno per gravità, senza motori in mezzo. Ha funzionato bene per decenni, ma oltre i quindici gradi di pendenza su sabbia molle si pianta. Spirit, nel 2009, ci è morto dentro: bloccato in una duna di nome Troy, le ruote che giravano a vuoto, e alla fine la NASA l’ha lasciato lì. Curiosity ha buchi e crepe nelle ruote d’alluminio per gli stessi motivi. Perseverance va più cauto. Ne avevamo già parlato a proposito di ruote che cambiano forma per non rimanere intrappolate: il problema della mobilità extraterrestre è vecchio quanto i rover stessi.
ERNEST risolve il problema spostandolo: invece di subire il terreno, lo manipola. La sospensione attiva ridistribuisce il peso prima che la ruota slitti. È lo stesso principio per cui un’auto da rally non si appoggia sulla curva come un’utilitaria. Costa più energia, certo, ma sblocca terreni che fino a ieri erano off-limits, come crateri freschi o frane recenti. I bordi ripidi del polo sud lunare, dove la NASA vuole mandare gli astronauti del programma Artemis e dove le ombre permanenti nascondono il ghiaccio.
Imparare da soli a scalare la sabbia
L’altra metà del prototipo, e forse la più interessante, sta nel software. Gli ingegneri del JPL non hanno programmato ERNEST mossa per mossa. L’hanno allenato per reinforcement learning: una variante di intelligenza artificiale in cui il robot prova migliaia di scenari simulati, sbatte contro pareti virtuali, scivola in dune virtuali, e impara da solo cosa funziona. In poche parole, lo si lascia sbagliare al computer finché non smette di sbagliare. Poi gli si trasferisce la rete neurale nel cervello vero e lo si porta nel deserto.
Abbiamo seguito approcci simili in altri contesti, anche con architetture molto più piccole, e funziona meglio del previsto.
I test nel Colorado includevano alba, tramonto e notte fonda con illuminatori posizionati a mano. Servivano a simulare le ombre lunghissime del polo sud lunare, dove il sole non sale mai sopra l’orizzonte e le ombre dei crateri sono praticamente infinite. Le ombre confondono i sensori, mascherano gli ostacoli, ingannano la profondità. Per un robot autonomo è il caso peggiore. ERNEST l’ha gestito senza che nessuno gli dicesse cosa fare.

I numeri del test di Plaster City
Comunicazione: NASA Jet Propulsion Laboratory, “NASA Testing Advanced Capabilities for Moon, Mars Rovers”, pubblicata su jpl.nasa.gov (giugno 2026). Capo team: Hari Nayar; capo autonomia: Issa Nesnas.
Dati chiave: 26 km percorsi in 37 ore effettive di guida su 7 giorni di campo. Velocità massima 0,6 mph (circa 1 km/h), un ordine di grandezza sopra Perseverance. Prototipo lungo 1,2 metri, quattro ruote in rete metallica sterzanti. Progetto avviato nel 2022 con fondi interni JPL, oggi finanziato dal Mars Exploration Program e dall’Exploration Science Strategy Integration Office.
L’importanza di chiamarsi ERNEST: cosa significa avere un rover lunare che va “passo d’uomo”
Vale la pena fermarsi un attimo sul confronto. James Keane, scienziato planetario di JPL, ha detto che con ERNEST “si potrebbe fare un viaggio scientifico attraverso la Luna o Marte”. Bello. Ma a un chilometro l’ora, ventiquattr’ore al giorno, sono ventiquattro chilometri ogni giornata terrestre. Per attraversare il polo sud lunare in linea retta ce ne vogliono settanta, di giornate. Sempre ammesso che le batterie reggano, che il software non sbagli mai, che nessun masso si metta di traverso senza preavviso. Il “viaggio scientifico” è una promessa, non un orario di partenza. E la versione che porteranno davvero laggiù non è questa: è una circa il doppio, dicono a JPL, ancora da costruire. Per intenderci, vent’anni fa il progetto Spirit/Opportunity aveva ambizioni simili, e il “decennio Artemis” promesso più volte continua a scivolare in avanti di sei mesi alla volta.
Quanto manca davvero a vederlo sulla Luna
Orizzonte stimato: 8-12 anni nel caso ottimistico, oltre 15 se Artemis continua a slittare.
ERNEST oggi è un testbed da deserto. Per arrivare sulla Luna serve raddoppiarlo di taglia, qualificarlo per le radiazioni e per i meno 170 gradi delle ombre permanenti, integrarlo in un’architettura di missione che a oggi non esiste ancora. I primi a usarlo, se arriverà, saranno gli astronauti Artemis al polo sud (per prepararsi i percorsi). Poi, forse, missioni scientifiche dedicate. Il dettaglio che ridimensiona è semplice: il prototipo che ha camminato nel Colorado costa una frazione del lancio. Il rover finito, lanciato sulla Luna, costerà miliardi. E i miliardi, in questo decennio, non sembrano abbondare.
Per ora c’è una scatoletta di un metro e venti, che cammina di lato in un deserto della California, seguita a piedi da tre ingegneri. Sembra poco, e magari lo è. Però la prossima volta che vedete una foto di Perseverance ferma davanti a un cratere “troppo ripido per essere esplorato”, ricordatevi di ERNEST: il rover lunare che, forse, in quel cratere ci scenderà sul serio.
Magari di lato, una ruota alla volta, in qualche anno della prossima decade.
