Le interfacce con cui parliamo alle macchine non devono per forza essere fatte di tastiere o display (touch o no). Lo dimostra, ad esempio, una fasciatura larga come un pacchetto di sigarette attaccata al polpaccio, che ronza tre volte quando il movimento è giusto e una sola quando è sbagliato. Niente schermo e app, e niente medico al telefono. Costa pochi euro di componenti: a Berlino la usano per riabilitare strappi e fratture nelle case delle persone, dove un fisioterapista non può andare ogni 2 giorni e una guarigione sbagliata si paga in mesi di ritardo.
L’ha disegnata WINT Design Lab con CPI Electronics e fondi di un piano europeo, Horizon 2020. E non è l’unica soluzione interessante sulla strada del futuro: qui ve ne racconto alcune, a partire proprio da questa, che si chiama AVA.
AVA e le interfacce che parlano al muscolo
AVA è un dispositivo compatto che, come vi dicevo, si attacca alla parte dolorante. Dentro ha del machine learning addestrato dal fisioterapista, non dal paziente: il terapista fa il movimento giusto qualche volta, AVA impara, e da quel momento accompagna il paziente a casa. Se il paziente compie un movimento corretto, riceve un impulso vibrotattile; se compie un movimento sbagliato, riceve un altro tipo di feedback.
Il paziente non guarda niente e non legge niente, tiene gli occhi sul proprio arto e il dialogo col dispositivo passa solo dalla pelle, come una mano che corregge un’altra mano senza dover dire una parola. Per chi torna a casa dopo un trauma con un foglio di esercizi e tanti auguri, è la differenza tra riabilitarsi bene e arrangiarsi.
LNegli stessi anni in cui in Italia raccontavamo di tessuti che insegnano il movimento corretto, a Berlino già pensavano in piccolo, e “tascabile”. Wunderbar!
Soft Interfaces, accendere la luce schiacciando una stoffa
Cambio di scena. Soft Interfaces è una lampada da tavolo collegata a un riquadro di tessuto teso. Lo schiacci, e la luce sale; lo pieghi, e cambia colore.
Sotto la stoffa scorrono percorsi di metallo liquido con un punto di fusione sotto la temperatura ambiente: restano liquidi, si deformano con la maglia ma non si rompono. Il sistema legge come cambia la sezione del canale e converte il dato in luminosità o tonalità, traducendo la pressione delle dita in atmosfera della stanza che cambia, e con lei l’umore di chi ci sta dentro. È il prototipo che racconta meglio l’idea dello studio: un oggetto può ascoltare il corpo senza chiedergli di adattarsi a un’icona o a un menù.
GOLD, una giacca di budello di mucca
C’è una specie di k-way appeso nello studio, fatto con tessuto intestinale bovino: visto a occhio nudo somiglia a un soprabito di pelle scura, al tatto cede e si piega come un tessuto vivo. Si chiama GOLD, ed è sviluppato con un materiale chiamato Mimotype:si tratta di un filato laminato a deposizione robotica, impermeabile perfino alle condizioni artiche, totalmente biodegradabile e separabile dal resto del capo senza solventi tossici.
Perché esiste? Esiste perché, come sempre, c’è un problema che ha fatto emergere la necessità di crearlo. Ve lo sintetizzo, tanto sapete che ne parlo periodicamente: il 91% di tutte le fibre tessili al mondo viene dal petrolio, e quel mondo ha appena cinque anni per cambiare rotta. Può bastare come motivazione?
Intanto la giacca non si compra, è un dimostratore: però messa accanto a un piumino di poliestere fa un effetto strano. Perché lei si decompone, e quello invece resta nei fiumi per due secoli. Indovinate quale dovremmo scegliere.
ARA e MESMER01, l’aria che protegge e il sensore che ascolta
Qui ci avventuriamo in concetti un pochino di frontiera, ma l’immagine affascina ugualmente. ARA esplora l’aria come materiale strutturale: tassellature parametriche prese dai sistemi biologici, bolle gonfiabili che si adattano alle condizioni invece di resistergli, senza telai rigidi e senza materiale sprecato. MESMER01 va dall’altra parte, in piccolo: un nano biosensore che si apre e si chiude per avviare l’analisi, una sorta di occhio molecolare che lavora vicino al corpo (o dentro).
Insieme disegnano l’idea di fondo che potrebbe diventare regola in futuro: ogni interfaccia con il mondo fisico può essere un oggetto vivo, non un’icona su uno schermo. L’aria che gonfia un riparo è un’interfaccia. La cellula che dice “qui c’è qualcosa che non va” è un’interfaccia. Anche la stoffa di una giacca lo è, se le si parla.
Cosa fa lo studio WINT Design Lab
Sede: Berlino, quartiere Kreuzberg. Fondazione: 2019. Direzione: design rigenerativo, biotextiles, interfacce non-schermo. Sito: wintdesignlab.com.
Progetti citati: AVA (con CPI Electronics, fondi Horizon 2020) · GOLD (con Mimotype, esposto al London Design Festival 2024 nella mostra Fiber Futures) · Soft Interfaces · ARA · MESMER01. Fonte: designboom, agosto 2025.
Quanto è lontano un mondo del genere
Orizzonte stimato: 10-20 anni per una diffusione visibile, e non è certo che accada. La parte facile è far funzionare i prototipi: lo studio l’ha già fatto. La parte difficile è convincere filiere che oggi muovono il 91% del tessile sul petrolio a riconvertirsi, e un sistema sanitario che fattura per visita più che per esito a comprare fasciature che ronzano.
Un futuro con meno schermi, davvero?
WINT progetta prototipi e dimostratori che si vendono in piccoli lotti a ospedali sperimentali e musei, fuori dalle scale industriali che servirebbero per cambiare davvero il volto del tessile globale o del dispositivo medico domestico.
Le filiere del tessile non si riconvertono in cinque anni perché lo dice uno studio di design, e l’industria dei dispositivi medici tende a preferire l’app che si fattura allo Stato piuttosto che la fasciatura che ronza. Il futuro che lo studio prefigura è un futuro rigenerativo: detto da queste parti, vuol dire un futuro in cui chi oggi vive incollato al telefono potrà scegliere oggetti che non gli chiedono di guardarli per parlargli.
Però, se devo immaginarmi una stanza nel 2040, preferisco quella della lampada di Kreuzberg a quella con tre schermi accesi su tre pareti. Una stoffa che reagisce alle dita di mia figlia. Una fasciatura che ronza quando mio padre rifà l’esercizio nel modo giusto. Un cappotto che dopo dieci anni torna alla terra invece di galleggiare in mare.
Interfacce piccole, e per ora costose: ma sono lì, e hanno cominciato a esistere. Il resto, alla fine, è solo questione di volontà.