Parlo da solo molto raramente, ma stavolta lo faccio ad alta voce mentre leggo. Quindi, se ho capito bene: per fermare l’Ebola bisognerebbe smettere di vendere carne di animali selvatici nei mercati africani, e smettere di tagliare le foreste. E chi lo dice? Un rapporto delle Nazioni Unite del 2020.
La questione si riapre ogni volta che il virus torna sui giornali, e ogni volta finisce nello stesso cassetto. Sta ri-succedendo adesso: dal 15 maggio Congo e Uganda affrontano la 17ª epidemia congolese, dichiarata due giorni dopo una emergenza sanitaria internazionale dall’OMS.
Come l’Ebola arriva addosso a una persona
Il virus vive stabilmente in alcune popolazioni di pipistrelli della frutta, che se lo portano addosso senza ammalarsi mai. Ogni tanto passa a un altro animale, una scimmia o un’antilope di foresta, e qualche volta a un pangolino. Da lì arriva a chi quell’animale lo ha cacciato o macellato a mani nude, e prosegue di casa in casa e di ospedale in ospedale. Il primo anello è sempre lo stesso.
Circa il 60% delle malattie infettive umane conosciute è di origine animale, e fino al 75% di quelle nuove arriva dalla fauna selvatica. Conta anche dove si deforesta: uno studio uscito su Scientific Reports nel 2017 ha rilevato che i focolai compaiono di preferenza dove le foreste sono state sventrato da poco: là dove le strade dei taglialegna e delle miniere aprono un varco.
Chi lo dice, e da che parte guarda
L’appello più netto di questi giorni porta la firma di Monica List, che dirige il settore benessere animale di World Animal Protection: regolare il commercio di fauna selvatica non basta, va chiuso del tutto. A sostegno cita, senza peraltro “ricordarsi” di segnalarla come tale, la ricerca della sua stessa organizzazione, compreso un lavoro sul traffico di pangolini via TikTok in Africa occidentale. Si direbbe un parere interessato, no?
Eppure la tesi regea anche fuori dal perimetro di chi la sostiene. Nel 2023 raccontammo l’allarme degli scienziati sulla crescita delle zoonosi da qui al 2050, e l’anno scorso ci siamo tornati con la caccia alla prossima pandemia.
L’epidemia di Ebola Bundibugyo in cifre
Dove e da quando: focolaio partito da Mongbwalu, provincia dell’Ituri, primo allarme all’OMS il 5 maggio 2026. Conferma di laboratorio dall’Istituto nazionale di ricerca biomedica di Kinshasa il 15 maggio, su 8 campioni positivi di 13 analizzati.
Dati chiave: al 22 luglio 2026 l’ECDC conta 2.905 casi confermati e 1.269 decessi in Congo, con 722 ricoverati in isolamento e l’Ituri come provincia più colpita (2.595 casi). Letalità del 30-50% nelle due precedenti epidemie da Bundibugyo, e nessun vaccino approvato per questa specie.
Prevenire costerebbe appena il 2% di quello che è costato il Covid
Il numero arriva da uno studio di Aaron Bernstein e colleghi su Science Advances: un decennio di prevenzione a monte costerebbe intorno al 2% del danno economico prodotto dal solo Covid. Il 5 giugno Africa CDC e OMS hanno lanciato un piano che punta a raccogliere circa 477 milioni di euro. Intanto questa epidemia è diventata la più rapida mai registrata.
Nell’agosto del 2019, su queste pagine, raccontammo che Ebola era diventata curabile. Era vero allora e lo è ancora, ma quei trattamenti erano stati certificati sulla specie Zaire, quella dei grandi focolai dell’Africa occidentale. Quello che corre oggi in Ituri è un cugino, e sul cugino i farmaci approvati non hanno licenza. Sui macachi il vaccino Ervebo ha mostrato una protezione parziale contro Bundibugyo, prove che l’OMS ha giudicato insufficienti per raccomandarlo qui.
Prevenire sul serio: costi, tempi, chi decide
Orizzonte stimato: 10-20 anni per una riduzione misurabile dei salti di specie, ammesso che qualcuno metta i soldi prima della prossima emergenza e non durante.
Servono cose che non dipendono dai laboratori: fermare la deforestazione dove miniere e strade avanzano, e dare un’alternativa a chi dal commercio di fauna selvatica mangia tutti i giorni. L’Accordo pandemico dell’OMS del 2025 riconosce l’approccio One Health e mette la prevenzione nero su bianco, senza portarsi dietro un centesimo vincolato. In prima fila, se mai arrivassero i fondi, ci sarebbero le comunità rurali dell’Africa centrale: quelle che pagano il conto più alto e contano meno nelle stanze dove si decide.
A Mongbwalu, a inizio maggio, tra i primi a morire ci sono stati gli infermieri che assistevano pazienti di cui nessuno sapeva ancora dire il nome della malattia. Hanno lavorato per giorni con i guanti che avevano. Il rapporto ONU che spiega come si evita tutto questo è del 2020, ed è ancora lì dove l’hanno lasciato.
L’Ebola, intanto, ha imparato la strada che porta in città.