“Un robot insegnante costruito da un’azienda associata a sex doll non ha niente da fare nelle nostre aule.” Lo dice Melinda Person, che guida il sindacato degli insegnanti dello stato di New York a proposito del caso Sally. È un umanoide con la faccia di donna, i capelli castani e la pelle in silicone, comprato da una piccola scuola pubblica di Salamanca per quasi 60.000 dollari, e sarebbe stato il primo in una scuola statale americana. Poi qualcuno ha guardato meglio chi lo costruisce, e ora Sally è fuori dai giochi. “Scusate,” direbbero a Napoli, “ma che è stato?”. Mò ve lo spiego.
Partiamo da Salamanca: è un puntino sulla mappa dello stato di New York, un piccolo angolo rurale a due ore dai centri universitari, dentro una riserva della Seneca Nation. Il sovrintendente Mark Beehler aveva ideato un progetto come un’occasione per gli studenti del liceo: chiedere a Sally di spiegare cosa sia una scheda Arduino, imparare come si aggiorna e come rimetterla in piedi quando smette di funzionare. Un robot insegnante a portata di mano, in un posto dove gli insegnanti di questo tipo sono lontani. E allora cosa è andato storto?
La parentela sbagliata
Il produttore si chiama Realbotix, sede a Las Vegas. Realbotix ha una “sorella” aziendale che si chiama Intima LLC, e Intima detiene una quota di RealDoll, uno dei nomi storici delle bambole per adulti, negli ultimi anni uscita con una linea di modelli AI (non chiedetemi cosa fanno, che non lo so. Al massimo, posso immaginarlo).
Le due aziende hanno gestione, personale e stabilimenti separati, e ci tengono a dirlo. La parentela però sta sulla carta, e la carta è bastata: la commissaria all’istruzione dello stato Betty Rosa ha scritto al distretto una lettera in cui ricorda che una presentazione recente al consiglio parla di Sally come di una “piattaforma di tutoraggio”, e resta preoccupata per i dati degli studenti.
Un dettaglio vale la pena tenerlo a mente. A metà luglio il CEO di Realbotix Andrew Kiguel aveva descritto a New York Focus come Sally avrebbe usato il codice identificativo dello studente per accedere ai suoi dati di apprendimento e riprendere la conversazione del giorno prima. A fine luglio, il distretto assicura invece che Sally non raccoglierà informazioni personali, non registrerà audio né video, e tutto resterà su un computer locale. Le due frasi vengono dagli stessi giorni. E ora facciamo un passo indietro, e torniamo in Italia, ché mi è tornata in mente una cosa.
Treviso, primavera 2025
C’era una volta (anzi un anno fa), in un asilo cattolico paritario del Trevigiano, una maestra di 29 anni che si chiamava Elena Maraga. Aveva uno stipendio da mille euro al mese, e aveva legittimamente deciso di arrotondarlo: per questo, nel tempo libero ha iniziato a gestire un profilo OnlyFans. Un genitore trova le foto, le fa girare fuori dal canale a pagamento, la scuola scopre e licenzia per giusta causa: il profilo, dice l’istituto, contrasta con l’ispirazione cattolica della scuola. Maraga in classe non ha mai portato niente di quel lavoro, ovviamente, ma a quanto pare è bastata l’esistenza del profilo.
Vi ricorda qualcosa? Esatto.
Salamanca, luglio 2026: un robot insegnante viene fermato perché l’azienda che lo produce ha una sorella nel settore adult. Treviso, primavera 2025: una maestra vera fermata perché nel privato aveva un secondo lavoro nel settore adult. Nel primo caso è una parentela in Camera di Commercio, nel secondo era una scelta personale. Il verdetto è lo stesso: fuori dalla scuola. E in entrambi i casi il soggetto ha la faccia di una donna. Che tu sia in carne e ossa o in silicone e servomotori, quando indossi un grembiule qualcuno viene a controllarti il resto dell’armadio.
Cosa succede adesso al robot insegnante
Il distretto ha rinviato tutto e tratta con l’ufficio della commissaria Rosa. Un precedente esiste: nel 2024 una charter school di San Diego aveva comprato due robot AI di Engineered Arts per mezzo milione di dollari, senza scatenare la stessa polemica. Costavano dieci volte tanto e non venivano da una “famiglia” aziendale sbagliata. Sally è più economica, ma porta con sé la vergogna (aiutaci, spirito di Fabrizio De André). Il paradosso di un mercato che vende robot insegnanti da dieci anni senza aver mai deciso a quale parte del corpo umano dovessero somigliare.
Anche perché la didattica del futuro, quando arriverà davvero, non passerà solo dall’hardware.

Il caso Sally in cifre
Costo dell’unità: quasi 60.000 dollari. Produttore: Realbotix LLC, sede a Las Vegas. Sorella aziendale: Intima LLC, con quota in RealDoll. Distretto: Salamanca City Central School District, riserva Seneca Nation, stato di New York. Curriculum previsto: WozEd, il programma didattico firmato da Steve Wozniak. Stato attuale: pilota sospeso, negoziato aperto con l’ufficio istruzione. Fonte: Spectrum Local News / AP, 28-29 luglio 2026.
Quanto manca prima di vedere davvero in aula un robot insegnante
Orizzonte stimato: 5-10 anni negli USA per un uso sperimentale in scuole pilota, 10-15 anni in Italia per qualcosa di simile in un istituto pubblico.
L’hardware c’è. Manca la fiducia: chi possiede i dati degli studenti, chi produce la macchina, con quali altre aziende è imparentato. Prima arriveranno degli assistenti AI a schermo, senza corpo: il corpo, per ora, è la parte che spaventa i genitori.
Sally nel frattempo aspetta. Il primo robot insegnante d’America è seduto in un magazzino di Las Vegas, con la sua pelle in silicone e le gambe che non funzionano, mentre a duemila chilometri di distanza il consiglio scolastico di Salamanca prova a spiegare ai genitori che no, quel cognome aziendale non conta.
I genitori non ci credono. E quella maestra di Treviso, se glielo raccontano, magari ride. Amaro, ma ride.
