A Londra qualcuno passa la giornata a rompere console retrò con cura: le smonta, magari disattiva un componente, richiude tutto e le mette in scatola con un manuale di istruzioni. Le scatole partono verso case di famiglie con bambini fra gli 8 e i 14 anni, che ricevono un cacciavite, dei ricambi e il compito di riparare e far ripartire il gadget.
È il lavoro di Team Repair, startup fondata da cinque ingegneri dell’Imperial College nel 2021, oggi con oltre 14.000 ragazzi passati dai loro kit e da ottobre 2025 anche una partnership con iFixit per il mercato USA ed europeo.
Il modello è quello del mitologico “club del libro” (lo ricordate?): si paga un abbonamento (trimestrale o annuale), arriva la scatola, il ragazzino la ripara e rispedisce il gadget indietro. A quel punto Team Repair lo rompe di nuovo, in un altro modo, e lo spedisce al prossimo iscritto per farglielo riparare. In pratica un solo dispositivo passa per molte mani prima di finire, in teoria, il ciclo.
Chi completa l’abbonamento annuale si vede rimborsare 10 sterline a ogni gadget riconsegnato: un incentivo economico a non tenersi la console rotta come trofeo. Per gli adulti c’è un kit dedicato agli smartphone, ma è in lista d’attesa da mesi.
Perché serve un abbonamento per imparare a riparare
Il dato che gira nei materiali di Team Repair viene da un sondaggio Halfords piuttosto rivelatore: circa il 30% della Generazione Z non sa riconoscere un cacciavite a testa piatta rispetto ad un cacciavite a stella. Uno può prenderlo per allarmismo da comunicato stampa, ma basta guardarsi intorno per farsene un’idea. Nelle case si aggiustano meno cose che negli anni ottanta perché sempre meno cose sono aggiustabili senza smontare mezza scocca sigillata, e perché sempre più oggetti si buttano prima di rompersi. Nel 2023 su Futuro Prossimo vi ho parlato della cornice normativa europea sul diritto alla riparazione: allora la battaglia era per obbligare i produttori a rendere i pezzi di ricambio disponibili. Team Repair è un passo avanti: dà per scontato che i ricambi ci siano e prova a formare qualcuno capace di usarli.
Il conto totale, secondo le stesse fonti dell’azienda, parla di oltre 60 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici prodotti ogni anno nel mondo. Sul nuovo strato di rifiuti in arrivo grazie all’IA generativa abbiamo già scritto altrove. Il punto qui è un altro: si può insegnare a un bambino a rimettere in funzione una console e sperare che, quindici anni dopo, quel bambino sia un adulto che pensa alla riparazione prima del cassonetto? Team Repair scommette di sì, e io ci spero tantissimo.
Un dato interno che l’azienda ripete: metà dei ragazzi passati dai loro kit dichiara che in futuro sarà più propenso a riparare invece di buttare. È autodichiarato, quindi va preso come si prendono le autodichiarazioni. Ma qualcosa dice.
Rompere per finta, riparare per finta
La mia parte “cattivella” e scettica solleva l’obiezione più ragionevole possibile: se davvero l’obiettivo è insegnare a riparare, di dispositivi rotti sul serio ce ne sono a milioni. Perché servono tecnici pagati per rompere apposta console funzionanti?
Non mi lapidate, mi sono dato anche la risposta da solo: un guasto controllato è un guasto documentabile, con un manuale che accompagna il ragazzo dalla scatola al lieto fine. Un vecchio elettrodomestico trovato in cantina non ha un manuale, e per un bambino di 9 anni la scoperta che il guasto è irreparabile può essere l’ultima volta che tocca un cacciavite. Il kit garantisce che la prima esperienza sia un successo. È didattica, guagliò.
Poi, ovviamente, c’è il rovescio della medaglia. Chi ripara una console rotta a comando sa fare esattamente quella riparazione, solo quella, e questa competenza non si trasferisce in automatico sul phon dei nonni. È lo stesso motivo per cui uno bravo al simulatore di volo non è (ancora) un pilota: il gesto è vero, ma il contesto è ben diverso.
Team Repair lo sa e prova a compensare con una piattaforma digitale che accompagna i kit, cioè istruzioni via app che smussano l’esperienza. Il problema pedagogico resta: si insegna a riparare in un ambiente in cui il guasto è già stato “ammaestrato”. Fuori dalla scatola, il guasto è quasi sempre un inferno: cavi ossidati, viti stondate, plastica saldata a caldo. E nessun manuale, lo sa bene la bravissima Eleonora “Sayaka” Chialva, che sul suo canale YouTube (consigliatissimo) ripara di tutto senza rete. Orgoglio nerd!
Il conto economico del kit
Il servizio è partito nel Regno Unito nel 2023, dopo due anni di beta test. Il prezzo dell’abbonamento non è quello di un giocattolo qualsiasi: sui canali ufficiali oscilla intorno ai 25-30 euro a kit (annuale conviene, mensile no), a cui si somma la cauzione rimborsata al rientro del gadget. Ottobre 2025 ha aperto USA ed Europa via iFixit, che è il canale più capillare al mondo per pezzi di ricambio e guide. La storia dell’obsolescenza programmata, dalla cospirazione delle lampadine in poi, ha un secolo esatto. Un kit per bambini non la ribalta. La rende visibile a chi sta imparando, ed è già più di quanto facciano molte scuole.
Team Repair, cosa c’è nella scatola
Fondazione: Team Repair, Londra, 2021. Fondatori: Megan Hale (CEO), Oscar Jones, Anaïs Engelmann, tutti ingegneri usciti dall’Imperial College. Lancio commerciale nel Regno Unito a marzo 2023. Sito ufficiale.
Il salto dal simulatore al mondo reale
Orizzonte stimato: gli effetti misurabili si vedranno tra 10 e 15 anni, quando i ragazzi degli attuali kit avranno età da consumatori adulti.
Il rischio realistico, ve l’ho detto, è che l’esperienza resti confinata al kit: un ragazzo che ha riparato tre console e uno smartwatch di cartone non è automaticamente un adulto che apre il forno a microonde prima di ricomprarlo.
A me comunque questa roba piace moltissimo, e contribuire ad una startup come questa in Italia. Adoro pure la logica circolare della scatola: un dispositivo che gira di casa in casa, viene riparato, spedito, rirotto in un altro modo, spedito di nuovo. È il rovesciamento perfetto del modello di consumo: il gadget non si compra e si getta, ma si ripara e si restituisce. Anzi: si affitta come esperienza e si conserva come infrastruttura educativa.
Solo che per farlo, qualcuno a Londra deve svegliarsi la mattina e rompere apposta cose che funzionavano il giorno prima, per farlo riparare. Se un bambino inglese fra 10 anni comprerà un frullatore riparabile invece che un usa-e-getta, sarà anche merito di quel signore col cacciavite in mano.