A Los Angeles Sarah Connor ancora scappava dal Terminator uscito nelle sale l’anno prima, e i ragazzini di mezzo mondo (me compreso) giocavano al Commodore 64 con Pitfall II: nel frattempo in un capannone di Kiev una squadra di ingegneri sovietici cercava di far camminare un robot con valvole termoioniche in un ambiente dove le radiazioni superavano i mille röntgen l’ora. Erano i giorni di fine aprile del 1986: la robotica per le catastrofi nucleari stava nascendo nel modo peggiore possibile, cioè dentro la catastrofe stessa.
I robot di Chernobyl non sono una nota a piè di pagina. Sono la ragione per cui oggi, a Fukushima, un braccio meccanico da 22 metri chiamato Telesco può infilarsi in una centrale distrutta e riportare fuori un grammo di combustibile fuso. In mezzo ci sono quarant’anni, decine di macchine che si ribaltavano, un carrello da aeroporto trasformato in bulldozer e un hackathon (oggi chiamano così le gare di idee) che nessuno aveva chiesto e chissà, forse nessuno voleva vincere.
Conoscete la storia
Il 26 aprile 1986, alle 01:23 ora di Mosca, il reattore 4 della centrale di Chernobyl entrò in criticità. L’esplosione di vapore scoperchiò il reattore, mancava il contenimento, e pezzi di nocciolo finirono ovunque.
Sul tetto della sala macchine si depositarono blocchi di grafite e combustibile in grado di uccidere un uomo in due minuti. Bisognava rimuoverli ad ogni costo, ma senza impiegare esseri umani.
Peggio, forse, non poteva andare
Il primo robot di misurazione, l’RR-1, restituì letture sovrastimate di un fattore dieci. L’RR-2 e l’RR-3 erano troppo alti, e appena calati in elicottero si ribaltarono. Molti altri furono spinti nella zona rossa senza collaudo, e cedettero in poche ore: l’elettronica al silicio dei circuiti integrati occidentali, sotto radiazioni elevate, semplicemente smetteva di ragionare. Finì così che per settimane le misure le fecero gli uomini a mano.
Il TR-1A, uno dei primi bulldozer da detriti, era un design imbarazzante rispetto ai concept fantascientifici dell’epoca (un anno prima era uscito Ritorno al Futuro, per intenderci): lo vedete in foto copertina di questo articolo. Ma le versioni successive impararono in fretta: batterie fuori, motore a scoppio dentro. Perché il motore a benzina, non avendo semiconduttori delicati, se ne infischiava altamente della radioattività.
Robot a Chernobyl, la vittoria insperata di un carrello
Il vincitore silenzioso di quel terribile “concorso” oggi è esposto nella zona di esclusione, un po’ arrugginito e un po’ venerato. Si chiamava BAER Beloyarets. Era, letteralmente, un carrello portabagagli da aeroporto sovietico. Sopra aveva un motore a combustione interna, elettronica basata su valvole termoioniche e relè, e davanti gli avevano piazzato una lama. Microchip: zero.
Il Beloyarets funzionava, contrariamente ai “colleghi” che lo avevano preceduto, e soprattutto continuò a funzionare. Insieme all’STR-1, un bulldozer robusto, spinse detriti dai tetti fino ai container di piombo. Sono i due arnesi che, nel loro modo grezzo, hanno ridotto la contaminazione dell’area.
Dettaglio non secondario: il numero ufficiale di morti direttamente attribuibili all’incidente è di circa cinquanta persone. La proiezione LNT porta le stime a decine di migliaia, ma senza evidenze mediche dirette.
Cosa è arrivato fino a Fukushima
Le lezioni di Chernobyl arrivarono nei laboratori giapponesi trent’anni dopo. Il PackBot di iRobot, il Quince del Chiba Institute of Technology, l’ASTACO-SoRa di Hitachi: la nuova generazione di robot per il nucleare ha ereditato dai robot di Chernobyl una regola non scritta. Un mezzo tozzo, blindato, semplice, funziona meglio di un umanoide brillante che si spegne alla prima dose.
A febbraio 2025, Telesco è entrato per la seconda volta nel reattore 2 di Fukushima Daiichi, con la missione di estrarre un frammento di combustibile fuso: meno di un grammo, dimensione di un chicco d’uva, dodici giorni di manovra per fare venti metri. Numeri che raccontano quanto sia lento decontaminare un nocciolo. E quanto, senza il pasticcio geniale del 1986, oggi non sapremmo neanche da che parte cominciare.
Quanto ci vorrà, davvero, a chiudere la questione in Giappone?
Per il decommissioning di Fukushima Daiichi, almeno 30 anni dal 2011, fino al 2050: ed è comunque una stima ottimistica. Per Chernobyl, il sarcofago New Safe Confinement dura cento anni.
Certo, la tecnica di recupero si affinerà: i costi saliranno, e i figli di chi oggi lavora sul sito passeranno il testimone ai propri figli. Ma di fatto, è stato recuperato un grammo su 880 tonnellate.
C’è una cosa che colpisce, rileggendo l’elenco dei mezzi mandati sul tetto nel 1986. Nessuno di quegli ingegneri sapeva di stare scrivendo il primo capitolo della robotica per ambienti estremi. Pensavano solo di tirar giù pezzi di grafite prima che tutto peggiorasse.
Il futuro, quando si presenta, spesso non ha l’aspetto che avevamo immaginato.