Ma ci pensate? Immaginate la scena. Arriva il fatidico segnale, parte tutta la trafila e alla fine capiamo che dall’altra parte c’è qualcuno: comincia una serie di messaggi agli alieni che aspettavamo da quasi 80 anni. Le primissime domande, da protocollo, sarebbero quelle più ovvie. Ma a un certo punto qualcuno di noi alzerebbe la mano e chiederebbe una cosa che non c’entra con la fisica, la biologia o la matematica. Chiederebbe se anche loro, in qualche momento della loro storia, hanno guardato in alto e si sono chiesti se lì sopra ci fosse qualcuno che li aveva creati.
Il 19 agosto David W. Falls, ex informatico ora esperto di rapporto tra tecnologia e fede (ha scritto un bellissimo libro, “The Great Silence: What Remains After Belief”) sostienche che sia proprio questa la domanda che ci direbbe di più su di “loro”, e soprattutto su di noi.
Il campione
Facciamo un passo indietro. Ogni religione che conosciamo è nata qui. Tutte. Cristianesimo, induismo, buddismo, taoismo, islam (a proposito: sul tema sto leggendo un fantastico libro di Alessio Pinna: “Corano, tecnologia e vita extraterrestre. Manuale di connessione”, ve ne parlerò). E non dimentichiamo, scusate il bisticcio di parole, culti dimenticati o perduti, e animismi diffusi: tutte partite umane, giocate con paure umane e speranze umane.
Anche le religioni che dicono di venire da altrove sono arrivate a noi attraverso lingua umana, e sono state interpretate da menti umane. Non abbiamo mai avuto un secondo campione, cioè un altro esempio di esseri intelligenti che si mettono a chiedersi cosa siano e perché.
La scienza cognitiva della religione, ancora prima della filosofia, ha qualcosa da dire. E fa una premessa scomoda: la vita intelligente là fuori è probabile ma, come ci ricordano gli esperti di esobiologia del SETI e della NASA, forse la vedremo emergere in questo secolo, o forse mai.
Dentro questa incertezza si muovono nomi che vale la pena avere in mente. Pascal Boyer ha studiato perché certe idee sovrannaturali attecchiscono meglio di altre nella memoria umana. Scott Atran ha guardato ai meccanismi sociali che le fanno sopravvivere. Justin Barrett ha misurato la nostra tendenza a vedere intenzioni ovunque. Il temporale che colpisce un villaggio, la malattia che arriva a caso: la mente cerca sempre un chi dietro il perché.
Ecco, tutti questi studi spiegano perché noi facciamo così. Non dicono niente su cosa farebbe una mente diversa.
Ecco perché la domanda di Falls conta.
Cosa cambia se rispondono
Se una civiltà aliena, arrivata alla scienza avanzata e alla piena consapevolezza della morte, non avesse mai sviluppato l’idea di Dio o di aldilà, cambierebbe il modo in cui pensiamo alla religione stessa. La farebbe sembrare molto meno una tappa obbligata dell’intelligenza. La renderebbe una “semplice” risposta locale a pressioni molto umane: la paura della morte, o il bisogno di giustizia quando quaggiù non arriva.
Se invece anche loro, senza aver mai letto una delle nostre scritture, si fossero posti domande simili (perché esiste qualcosa invece di niente? La coscienza è solo chimica? La morale la inventiamo o la scopriamo?), allora l’impulso religioso non sarebbe più una peculiarità terrestre, ma qualcosa che emerge ogni volta che una mente diventa capace di guardarsi vivere.
Su Futuro Prossimo nel 2021 ci chiedevamo cosa succederebbe alle nostre religioni se scoprissimo vita extraterrestre: la risposta prudente allora era “poco”. Adesso la domanda si è capovolta, e il livello di scomodità pure. Non a caso i protocolli scritti per l’eventualità di un primo contatto parlano di sicurezza informatica, verifica indipendente e gestione del panico, ma non della fede. E invece parlare di fede, come vedete, sarebbe cruciale.
Che forma avrebbe la loro fede.
Nell’ipotesi in cui ce l’avessero, il loro divino potrebbe non somigliare per niente al nostro. Una specie con mente collettiva, ad esempio, potrebbe non avere il concetto di anima individuale. Se vivessero migliaia di anni potrebbe fregarsene dell’immortalità personale ma preoccuparsi del senso a lungo termine dell’intelligenza.
Una civiltà che si riproducesse “copiandosi” potrebbe non aver mai inventato l’aldilà, perché l’identità per loro è già trasferibile di default. I loro riti, ammesso ne avessero, potrebbero non essere di lode ma di responsabilità: proteggere ogni forma di coscienza che l’universo si trascina fuori dal nulla. Un Dio filosofico, se preferite.
Il Mistero, probabilmente, rimarrebbe. Un buon messaggio agli alieni, quello che davvero conta, non ci direbbe se Dio esiste. Non risolverebbe il litigio che portiamo avanti da millenni. Farebbe una cosa più modesta, ma forse più utile: ci farebbe capire se la domanda su Dio è nostra soltanto o di chiunque abbia abbastanza cervello per formularla.
Ora ditemi, senza barare: quale delle due risposte vorreste ricevere davvero?
L’articolo di Falls, in due righe
Pubblicazione: David W. Falls, “The Most Revealing Question We Could Ask Aliens”, RealClearScience, 19 agosto 2026.
Tesi: chiedere a una civiltà aliena se ha sviluppato religione, e in quale forma, ci darebbe il primo termine di paragone della storia per capire se l’impulso religioso è universale o solo umano. Falls si appoggia agli studi di Pascal Boyer, Scott Atran e Justin Barrett sulla scienza cognitiva della religione.