La domanda del paradosso di Fermi gira da 70 anni, la conosciamo bene: se l’universo è così grande, dove sono tutti? David Kipping, professore della Columbia, l’ha presa e l’ha riscritta su scala più grande. Non è più «dove sono nella Via Lattea», ma «dove sono tutti nell’universo che si dilata mentre li cerchiamo?». Ne sono usciti un paper su arXiv e un vincolo statistico che lo stesso Kipping definisce il più stretto mai prodotto dal SETI. E il vincolo dice cose davvero poco rassicuranti.
Curiosa corrispondenza nei giorni in cui è uscito in sala Disclosure Day, il ritorno di Spielberg al cinema degli alieni, con Josh O’Connor che ruba dossier a un’agenzia ombra e Emily Blunt che fa la meteorologa di Kansas City (non vi spoilererò nulla, potete leggere tranquillamente). Il film sta a un’estremità della conversazione, Kipping all’altra: perché lo studioso, fatti due conti, sospetta che “la verità là fuori”, per dirla alla Fox Mulder di X-Files, sia che là fuori, semplicemente, non ci sia nessuno.
Cosa fa e dice, esattamente, il modello di Kipping per ricalcolare il Paradosso di Fermi
I tentativi classici di rispondere alle domande del Paradosso di Fermi si fermano alla nostra galassia. Civiltà rare (Rare Earth), civiltà che si nascondono (Dark Forest), viaggio interstellare impossibile (Percolation): tutte ipotesi che ragionano su 100.000 anni luce, non su 93 miliardi di anni luce.
Per cui Kipping cambia scala, e mette nella stessa equazione tre cose: il tasso con cui una civiltà capace di espansione spunta in una galassia, la velocità di propagazione delle sue sonde, e l’espansione cosmica, che allontana le galassie più in fretta della luce.
Il termine che usa non è “colonizzazione”, è infezione. Una parola scomoda, ma l’ha scelta apposta: serve a togliere ogni romanticismo dalla faccenda. L’infezione può essere una sonda di Von Neumann che si autoreplica, un patogeno, una macchina AI, una cosa che non abbiamo ancora immaginato. Il modello non specifica cosa. Specifica solo: una galassia infetta non mostra più segni di vita riconoscibili. Si spegne. Cosa vuol dire?

Il numero che fa rumore
Kipping pensava che l’espansione cosmica facesse abbastanza attrito da tenere le galassie isolate. Si sbagliava. Anche con sonde che viaggiano appena al 10% della velocità della luce (una velocità che ingegneri seri considerano plausibile in un futuro, magari lontano) l’universo si contagia comunque.
I pratica: se nascesse una sola civiltà “espansionista” ogni 100.000 galassie, il 99,9% dell’universo sarebbe già infetto. Siccome guardandoci attorno non vediamo niente del genere, allora il tasso di nascita deve essere molto, molto più basso: meno di una infezione ogni 10 quadrilioni di sistemi stellari nell’intera storia cosmica.
Una stella su dieci milioni di miliardi.
Kipping lo dice senza giri di parole: è il vincolo statistico più stretto che il SETI abbia mai prodotto.
Siamo solissimi
A questo punto, dice Kipping, restano tre possibilità. La prima: di civiltà ce ne sono tantissime, ma nessuna decide mai di mandare sonde. Argomento debole: basta che una sola, in tutta la storia dell’universo, rompa lo schema, e il modello salta. La seconda: il Grande Filtro è dietro di noi, è qualcosa di rarissimo che siamo già riusciti a fare. Ma la vita sulla Terra è apparsa molto presto, gli evoluzionisti recenti non aiutano l’ipotesi. La terza: il filtro è davanti a noi. Cioè sparisce sempre tutto, sistematicamente, prima che le civiltà riescano a inviare delle sonde. Anche questa fatica a reggere: difficile credere che un evento futuro sia così potente da azzerare il conto.
Il paper di Kipping in due righe
Pubblicazione: David Kipping (Columbia University, Cool Worlds Lab), “The Cosmological Hart-Tipler Conjecture”, preprint pubblicato su arXiv (2026). DOI: 10.48550/arXiv.2606.04044.
Dati chiave: modello a tre parametri (tasso di emergenza λ, velocità di propagazione u, tempo di inizio t) che include la costante di Hubble-Lemaître (73,5 km/s per megaparsec). Soglia critica: con propagazione a 0,1c, sotto una infezione ogni 10 quadrilioni di stelle l’osservazione resta compatibile col cielo silenzioso.
Kipping stesso confessa: la risposta non lo soddisfa, e probabilmente passerà il resto della vita a girarci intorno. Ma intanto il filone “potremmo essere soli” torna prepotente, dopo anni in cui il SETI aveva ripreso fiato grazie a esopianeti e biosignature.
Intanto Spielberg riempie le sale con un governo che (forse) nasconde gli alieni e gira intorno al primo contatto. Nella realtà calcolata da Kipping, invece, questo è un evento che andrebbe contro le probabilità di un fattore di milioni di miliardi.
Resta una cosa curiosa, e personale, di chi vi scrive. Da vent’anni racconto questa storia ai lettori, e ogni volta la frase che vince è la stessa: la prova è dietro l’angolo. Kipping ha provato a misurarlo, quell’angolo, e gli è venuto fuori uno spazio molto stretto.
Chissà tra quanti miliardi di angoli si nasconde, questa prova. Ma io, scusate il romanticismo, continuerei a tenere le antenne accese, e anzi metterei ancora più fondi in questa ricerca: perché non c’è sconfitta nel cuore di chi cerca, giusto? Non mi ricordo se si diceva così, ma va bene uguale.