Il Micra di Medtronic, approvato dalla FDA nel 2016, è un pacemaker senza fili grande come una capsula di vitamine: 0,8 centimetri cubi, 2 grammi, un prezzo di listino che negli Stati Uniti gira intorno ai 10.000 dollari (circa 9.200 euro). Dentro quel guscio, la parte che fa il lavoro medico è minuscola. Quasi tutto il resto è batteria e antenna. È esattamente il collo di bottiglia che l’idea di rete corporea prova ad aggirare.
L’intuizione è vecchia di trent’anni e oggi torna in laboratorio con risultati concreti: invece di far viaggiare i dati nell’aria, li si fa viaggiare nei tessuti. Il corpo, che è pieno di acqua e sali, conduce. Un impianto emette un debolissimo segnale elettrico, la pelle e i fluidi lo trasportano, un ricevitore appoggiato al polso o alla cintura lo raccoglie. Il corpo, in pratica, fa da citofono.
Perché una rete corporea costa meno di un Bluetooth
Qui conviene mettere accanto due numeri. Un radio Bluetooth Low Energy, lo standard che tutti abbiamo addosso in cuffie e smartwatch, in trasmissione assorbe tipicamente 10-15 milliwatt. I prototipi di comunicazione attraverso il corpo descritti dalla letteratura si muovono su scale mille volte più basse, nell’ordine dei microwatt per bit trasmesso.
Il motivo è quasi banale. Un’antenna radio deve essere proporzionata alla lunghezza d’onda, e a 2,4 GHz dentro un tessuto umano l’efficienza crolla: il grasso e il muscolo assorbono, il segnale si disperde in ogni direzione, e solo una frazione raggiunge il ricevitore. La conduzione nei tessuti lavora a frequenze molto più basse e con elettrodi di pochi millimetri, e non ha bisogno di irradiare nulla verso l’esterno.
C’è un effetto collaterale interessante. Un segnale che resta confinato nel corpo è difficile da intercettare da lontano. Per dispositivi che leggono attività neurale o glicemia, non è un dettaglio di contorno.
Due strade per lo stesso problema
La cosa che trovo più istruttiva è che i laboratori stanno attaccando lo stesso ostacolo da lati opposti. Qualche mese fa abbiamo raccontato l’antenna iniettabile del MIT che punta a eliminare del tutto la batteria, alimentando l’impianto dall’esterno. La comunicazione attraverso i tessuti fa l’altra metà: riduce il consumo fino al punto in cui quel poco di energia raccolta basta davvero. Le due cose insieme fanno un impianto che non va mai sostituito.
E non è una novità improvvisa. Già nel 2019 raccontavamo i primi microsensori abbastanza piccoli da essere iniettati con una siringa. La differenza è che allora il problema di farli parlare tra loro era rimandato a data da destinarsi. Ora una risposta c’è, ed è la più economica possibile: usare quello che il paziente ha già.
Da qui alla sala operatoria, quanto manca
Forchetta realistica: 7-12 anni per un dispositivo approvato che usi la conduzione nei tessuti come canale primario. Ostacoli veri: la conduttività della pelle cambia con sudore, idratazione e postura, quindi il canale è instabile; non esiste uno standard condiviso, e ogni produttore rischia di costruire il suo dialetto; le agenzie regolatorie non hanno protocolli di sicurezza elettrica pensati per questo uso. I primi a beneficiarne saranno i portatori di sensori glicemici e di stimolatori neurali, non la cardiologia, che è il settore più conservatore di tutti. Il dettaglio che ridimensiona l’entusiasmo: il lavoro descritto da ZME Science resta per ora dimostrazione di laboratorio.
Resta una faccenda che nessuno ha ancora affrontato sul serio, e che non è tecnica. Se il mio corpo diventa il mezzo trasmissivo, e domani ho addosso quattro impianti di tre produttori diversi che si scambiano pacchetti attraverso i miei tessuti, chi decide le regole del traffico? Una rete corporea ha un amministratore, e per la prima volta non è chiaro se sia il medico, l’azienda o la persona che la indossa.