C’era un tempo in cui il servizio in camera lo portava una persona. Bussava alla porta, e il letto lo rifaceva una cameriera con le mani. Oggi, in molti hotel, bussa un robot con un vassoio a bordo. E nessuno sembra farci più caso di tanto.
Alla reception dell’Henn na Hotel di Nagasaki, in Giappone, chi accoglie i clienti non ha un volto umano. Tra loro, c’è chi assomiglia vagamente a una donna. E chi invece ha l’aspetto di un Velociraptor, con tanto di cappellino da fattorino. Fanno il check in, danno indicazioni turistiche, rispondono in più lingue.
I proprietari dicono che i robot potrebbero far risparmiare fino al 75% dei costi del personale.
In Inghilterra, Travelodge ha scelto una strada più prosaica. Più aspirapolvere robotici in tutti i suoi hotel, per coprire parte dei 21 milioni di sterline di costi in più dovuti all’aumento del salario minimo. Una start-up chiamata Nook sta sviluppando qualcosa di ancora più specifico: un letto che si rifà da solo. Alla cameriera resta solo da agganciare le lenzuola pulite.
Cosa è rimasto della promessa del 2015
Quando l’hotel giapponese aprì 11 anni orsono, prometteva un albergo interamente gestito da automi. Nel 2019, però, più della metà dei suoi 243 finì in un magazzino: troppi guasti, e troppe recensioni di ospiti che alle tre di notte non riuscivano a farsi capire da una macchina. Alla fine, gli umani erano tornati a fare il lavoro sporco: rifare le camere, innaffiare le piante, liberare gli angoli dalle ragnatele che i robot non vedono. Poi, però, complici i perfezionamenti tecnologici, si sono ripresi via via tutta la scena.
Allen Simpson, a capo dell’associazione britannica degli albergatori, lo dice senza troppi giri di parole in un’intervista al Telegraph. L’idea sarebbe che i robot tolgano di mezzo i lavori meno produttivi, lasciando alle persone quelli più delicati. Nella pratica, spesso succede diversamente: il robot si prende il posto, e la persona non viene ricollocata da nessuna parte. Il datore di lavoro, semplicemente, non se lo può più permettere.
Robot in hotel: dove funziona e dove no
Non tutti i tentativi di automazione funzionano allo stesso modo, va detto. A Londra due bar di cocktail hanno aperto quasi in contemporanea: uno con due baristi che preparavano i drink a mano, e l’altro completamente automatizzato, con cocktail in lattina. Il secondo ha chiuso in fretta. Un Negroni è solo tre ingredienti mescolati insieme, ma la gente vuole ancora che a mescolarli sia una persona.
Dove l’automazione regge meglio è nei compiti più ripetitivi e meno delicati. Un sistema britannico chiamato Kaikaku ha messo a punto un nastro trasportatore che prepara insalate in serie: una ogni 10 secondi, tagliando i costi del lavoro del 70%. È stato comprato di recente da Reef, colosso americano sostenuto da SoftBank. Quando l’automazione lavora su un solo prodotto ripetuto all’infinito, il conto torna quasi sempre. Chi vuole approfondire come cambia il resto della catena produttiva può leggere cosa succede quando l’automazione industriale entra in fabbrica.
La pulizia delle stanze, invece, resta il terreno più difficile da automatizzare del tutto. Ed è anche la voce di costo più pesante per chi gestisce un hotel. Un aspirapolvere robotico deve comunque essere fatto entrare in ogni stanza da una persona. E pulire un bagno resta un compito complicato per una macchina, a meno di reinventare l’intero impianto idraulico come hanno fatto a Parigi con i bagni pubblici self cleaning.
Quanto durerà davvero questa fase
Non molto: al massimo 5 anni per le mansioni più ripetitive (pulizia superfici, consegne, check in standard), qualche anno in più per la pulizia profonda delle stanze.
Chi ha seguito il dibattito sui robot umanoidi sa già come va a finire di solito: gli annunci arrivano prima delle macchine, e i tempi reali si allungano sempre rispetto alle promesse. Negli hotel, per ora, il vero risparmio lo fanno gli aspirapolvere e i nastri trasportatori: le cose noiose, non quelle spettacolari.
Il resto tocca ancora farlo con le mani. Ma è sempre meno.