Il glioblastoma sopravvive a radioterapia e chemioterapia da decenni: e le cure per questo tumore cerebrale non sono cambiate quasi per niente in tutto questo tempo. Ora un gruppo di ricercatori americani ha osservato, nei topi, che questo tumore diventa meno bravo a difendersi quando si spegne una proteina chiamata SET. Non guarisce da solo, né si rimpicciolisce da solo: ma perde una parte della sua capacità di resistere alle cure che già usiamo.
Il lavoro arriva dall’Ohio State University Comprehensive Cancer Center, Arthur G. James Cancer Hospital, ed è stato pubblicato sulla rivista Cancer Letters. Non è una terapia genica e non è un nuovo farmaco pronto per l’uso. È uno studio preclinico su modelli animali e di laboratorio: il tipo di scoperta che serve a capire dove colpire, prima ancora di sapere se e come lo si potrà fare in sicurezza sulle persone.
Cos’è la proteina SET, e perché il glioblastoma la usa come scudo
Al centro della storia c’è un enzima chiamato PP2A, che nelle cellule sane aiuta a tenere sotto controllo la crescita e a riparare i danni. Il glioblastoma, per sopravvivere, lo mette a tacere. Lo fa usando tre proteine: ANP32A, CIP2A e SET. Tra queste tre, SET è quella che più si è distinta per l’effetto che il suo blocco produce sulla formazione dei tumori nei modelli preclinici. Quando i ricercatori l’hanno disattivata, meno cellule tumorali sono sopravvissute, e quelle rimaste sono diventate più sensibili alla radioterapia.
In pratica, il tumore che di solito si adatta e resiste (è proprio questo che rende il glioblastoma così difficile da trattare) perde una delle armi che usa per farlo. Arnab Chakravarti, a capo della radioterapia oncologica del centro, lo racconta così:
il glioblastoma è duro da curare perché sa adattarsi e sopravvivere. Riportare PP2A alla sua attività normale potrebbe renderlo meno capace di farlo.
Da qui, dice, un percorso chiaro per testare se questa strada renda radioterapia e chemioterapia più efficaci per chi ha questa diagnosi.
Un farmaco già esistente, ma non per questo
Il team ha esaminato anche un antipsicotico già approvato dalla FDA, capace di aumentare l’attività di PP2A per una strada diversa. Il dato è interessante, e apre un motivo in più per studiare i farmaci che agiscono su questo meccanismo. Va detto con chiarezza, perché qui la tentazione di semplificare è alta: quel farmaco non è pronto per essere usato contro il glioblastoma. Non va assunto a questo scopo fuori da una sperimentazione clinica controllata.
Il lavoro di Chakravarti e colleghi
Pubblicazione: John Ryan Jacob, Shahid M. Nimjee, J. Bradley Elder, Arnab Chakravarti, Kamalakannan Palanichamy, “Endogenous inhibitors of PP2A activate oncogenic and DNA damage response kinases in glioblastoma”, pubblicato su Cancer Letters (2026). DOI: 10.1016/j.canlet.2026.218325.
Non è la prima volta che l’oncologia prova a colpire un tumore indebolendo le sue difese, invece di attaccare frontalmente l’organismo malato. Nel 2022 avevamo raccontato di una proteina capace di colpire direttamente i tumori più resistenti, con una logica simile. E chi segue da tempo le tecniche di irradiazione sa che il tema della sensibilità delle cellule tumorali alla radioterapia è caldo da anni: ne avevamo parlato a proposito della radioterapia flash, un’altra strada per rendere le cure esistenti più efficaci senza reinventarle da zero.
Quanto manca prima che conti qualcosa per i pazienti
Almeno 7 anni, con un margine di incertezza reale.
Prima che questa scoperta arrivi vicino a un paziente servono almeno tre passaggi. Primo: dimostrare che bloccare SET, o le proteine correlate, si possa fare in sicurezza in un organismo umano, non solo in topi e colture cellulari. Secondo, capire se un farmaco capace di farlo esiste già o va sviluppato da zero, visto che l’antipsicotico testato non è quella soluzione. Terzo: verificare, in sperimentazione clinica vera, che l’effetto osservato in laboratorio si traduca davvero in radioterapia più efficace su persone reali.
A beneficiare per prime, se tutto questo reggerà, saranno le forme di glioblastoma più resistenti alle cure attuali. Il limite che ridimensiona tutto, per ora, è che questi risultati non sono ancora stati valutati sui pazienti.
Chakravarti la chiama, con una misura che si nota, “un primo passo importante”. Capire come SET e le altre proteine correlate aiutino il glioblastoma a proteggersi dalle cure apre la strada a bloccare quella protezione, dice, e a rendere più efficaci le terapie che esistono già. È una frase onesta, forse fin troppo onesta per chi cerca un titolo definitivo: non promette una cura, promette un punto da cui ripartire.
Per chi convive con questa diagnosi, o l’ha vista da vicino in qualcuno, resta una distinzione che vale la pena tenere a mente. Tra la scoperta di un meccanismo e la terapia che ne segue passa ancora del tempo, e nessuno può accorciarlo con un annuncio.