Visti dall’alto, i campi della Corn Belt americana raccontano una cosa che da terra si nota poco: nel 35% dell’area coltivata esaminata da uno studio del 2021, citato nel nuovo rapporto FAO, lo strato superiore del suolo è sparito. I raccolti ne hanno pagato il 6%, e il conto arriva a circa 2,6 miliardi di euro l’anno.
Il rapporto si intitola Status of the World’s Soil Resources 2026, lo ha prodotto la FAO con il contributo di centinaia di esperti e mette in fila 10 anni di ricerca sulla salute dei terreni del pianeta. Tra gli autori principali c’è Isaac Larsen, professore associato di scienze della Terra all’Università del Massachusetts Amherst, che ha curato il capitolo sul Nord America, come racconta il comunicato dell’ateneo. Il compito, a sentire lui, era rendere quella montagna di studi leggibile da chi deve decidere. E a me, onestamente, sembra parecchio leggibile.
Quanto suolo se ne va, e quanto ne rinasce
Il suolo si perde molto più in fretta di quanto la natura riesca a “rifarlo”: è il filo rosso che tiene insieme tutto il rapporto. Larsen lo misura da anni con rilievi di precisione, immagini satellitari e tecniche geochimiche, che permettono di ricostruire quanta terra è andata via nel tempo e di metterla a confronto con i ritmi naturali di formazione.
Un 6% di raccolto in meno sembra una bazzecola, finché non lo si traduce in euro. La cifra viene da uno studio del 2021 (co-firmato dallo stesso Larsen, per la cronaca) che un altro capitolo del rapporto riprende: il dato più concreto sul tavolo ha già 5 anni.
C’è poi una questione di metodo. Secondo la scheda pubblicata dall’università, il rapporto cita il lavoro di un ex postdoc di Larsen, Jeffrey Kwang, secondo cui i modelli nazionali che ignorano l’erosione provocata dalla lavorazione del terreno finiscono per sottostimare quanto suolo si perde.
Cosa funziona già, e perché si usa poco
Il rapporto indica quattro pratiche per frenare l’erosione: lavorare meno il terreno, seminare colture di copertura, variare ciò che si coltiva e portare alberi dentro i campi, quella che si chiama agroforestazione. Sono pratiche note, con una letteratura scientifica che a detta di Larsen è cresciuta molto negli ultimi anni.
Eppure la maggior parte dei suoli del mondo, conclude lo stesso rapporto, viene gestita in modo insostenibile. Sul suolo la scienza è avanti, sono i campi a restare indietro.
Il rapporto FAO e lo studio sulla Corn Belt
Pubblicazione: FAO, “Status of the World’s Soil Resources 2026”, disponibile sul repository Open Knowledge della FAO (2026). DOI: 10.4060/ce0792en.
Sul suolo, su queste pagine, ne avevamo già parlato
Nel giugno 2024 raccontammo che un quarto del suolo africano è degradato e va restaurato. Nel 2023 era toccato all’agricoltura rigenerativa, cioè coltivare cibo e ripristinare l’ambiente insieme, e a marzo 2026 a perché le colture perenni fanno paura all’agricoltura moderna. Messi in fila, raccontano la stessa storia dalle due estremità: da una parte il suolo che si danneggia, dall’altra un’agricoltura che fatica a cambiare.
Larsen auspica incentivi migliori per chi coltiva in modo da conservare il suolo. Nel frattempo mi chiedo chi anticipi il conto del primo anno, quello in cui la terra è ancora da ricostruire e il bilancio dell’azienda già no.