Nel 2011 un gruppo di ricercatori ha misurato la vita dell’oceano profondo nel Golfo del Messico, un anno dopo l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon. Usava 6 serie di reti calate a profondità diverse e un sonar. Tornato nello stesso punto dopo 3 anni e mezzo, con gli stessi strumenti, ha trovato tra un terzo e un quarto della vita di prima. Oggi, a 16 anni dal disastro, un nuovo studio pubblicato su PNAS dice che quel conto non è più risalito.
Il disastro lo ricordiamo per quello che si vedeva in superficie: 11 operai morti e le chiazze sui telegiornali. Il pozzo era gestito da BP e per quasi 5 mesi ha riversato in mare 134 milioni di galloni di petrolio. Sono oltre 500 milioni di litri, anche se altre stime superano i 4 milioni di barili. Quello che stava molto più giù lo ha contato un gruppo di biologi marini, a rate e con parecchio ritardo.
Chi vive nell’oceano profondo del Golfo
Con «oceano profondo» qui si intende la colonna d’acqua che va da circa 180 metri a più di 3 chilometri. Lì la luce arriva poco o non arriva affatto. Secondo Inside Climate News è circa il 90% del volume totale del Golfo, quindi il mare che conosciamo dalla barca e dalla spiaggia è il tetto di una casa con moltissimi piani.
Ci abitano calamari e polpi, gamberi e krill. C’è anche il pesce lanterna, così chiamato per gli organi luminosi blu-verdi che porta sul corpo. Di notte molti salgono verso la superficie a mangiare, e ad aspettarli ci sono predatori che si immergono a cercarli. Il krill, per dire, è uno dei piatti forti delle balene, che se lo sbafano.
Nel 2024 uno studio di Kaitlin Frasier (Scripps Institution of Oceanography) aveva già contato nel Golfo cali fino all’83% tra balene e delfini. Lei, che con la ricerca di oggi non c’entra, osserva che sappiamo più dello spazio che dell’oceano profondo. Aggiunge che tendiamo a dare per scontato che laggiù vada tutto bene, mentre i risultati mostrano che qualcosa è andato molto storto.
Come si contano animali che nessuno vede
Si contano con reti e sonar, e con la pazienza di tornare negli stessi posti. Il gruppo è guidato da Tracey Sutton, che insegna scienze marine e ambientali alla Nova Southeastern University, in Florida. Per partire ha usato 9 mesi di campionamento del 2011, poi ha rifatto il conto con 9 campagne tra il 2015 e il 2023.
I numeri partono dal 2011, un anno dopo l’esplosione (della fascia crepuscolare del Golfo, riferisce l’AP, prima del 2010 non esistevano studi). Arrivano al 2015, e in quel tempo pesci, crostacei, calamari e polpi sono calati di una percentuale che va dal 59,7% al 63,5%. Il krill è sceso del 72% e i pesci lanterna sono rimasti circa un terzo di quanti erano. Dopo il 2015 le popolazioni si sono mantenute basse.
Il lieve rialzo del 2022 e del 2023, spiega Sutton, non è risultato statisticamente significativo e nemmeno duraturo.
Quanto è calato, gruppo per gruppo
Pubblicazione: lo studio guidato da Tracey Sutton, con Isabel Romero (University of South Carolina) tra i coautori, è uscito su PNAS il 19 ottobre 2026. DOI: 10.1073/pnas.2616554123.
Dati chiave: tra il 2011 e il 2015 i pesci sono diminuiti del 63,5% e i crostacei del 62%. Calamari e polpi hanno perso il 59,7%, mentre il krill ha toccato il 72% in meno. Reti e sonar, nello stesso punto e dopo 3 anni e mezzo, hanno trovato una vita marina tra un terzo e un quarto di quella del 2011. Le percentuali sono quelle riportate dall’AP.
Perché gli scienziati puntano il dito sul petrolio
Per prima cosa hanno tolto di mezzo le spiegazioni più comode. Temperatura dell’acqua e livelli di ossigeno non cambiavano in modo coerente con il crollo, e l’unico evento che coincideva con la discesa era l’esplosione. Per questo gli autori parlano del disastro Deepwater Horizon come della «spiegazione più parsimoniosa», cioè la più semplice che regge ai dati. Sutton ammette di non poter provare il nesso causale in modo esatto. Jeffrey Drazen (Università delle Hawaii), che non ha partecipato allo studio, giudica insolitamente forte il sostegno di reti, sonar e campioni genetici. Per esclusione, a suo dire, i dubbi sono pochi.
Poi c’è il meccanismo. Composti legati al petrolio sono stati trovati nella carne di calamari e polpi e nelle uova di pesce a grande profondità. Possono disturbare la riproduzione e lo sviluppo oppure portare a una morte precoce. Sutton aggiunge che gli inquinanti si sono accumulati nelle uova dei sopravvissuti, rendendo più fragili le generazioni successive. Per i pesci che si orientano con l’olfatto, l’inquinamento residuo può complicare perfino la ricerca di un partner.
Anche la genetica ha il suo conto, perché lo studio segnala cali nella diversità genetica. Il rischio indicato dagli autori è che le popolazioni rimaste non abbiano più i tratti utili per sopravvivere in un mondo che cambia in fretta.
Romero indica anche i disperdenti, che frammentano il greggio in goccioline più piccole e aumentano l’esposizione degli animali delle acque profonde. Sul tema insiste Rita Colwell, microbiologa dell’Università del Maryland ed ex direttrice della National Science Foundation. Ha guidato un programma decennale da circa 460 milioni di euro finanziato da BP e oggi sostiene che i disperdenti abbiano creato molti problemi.
Il portavoce di BP, Paul Takahashi, ha dichiarato che l’incidente ha cambiato l’azienda per sempre. Molti cambiamenti, aggiunge, sono stati introdotti per evitare che si ripeta. Si spera.
Cosa c’entra con le miniere sul fondo del mare
Che il greggio dalla Deepwater Horizon non se ne fosse mai andato del tutto lo avevamo scritto nell’agosto 2022. Allora un report su Frontiers in Marine Science lo ritrovava nei dati fino al 2020. Le paludi del Golfo erano ancora coperte da una sostanza appiccicosa e insolubile. Si raccontava soprattutto quello che restava in superficie e sulla costa, mentre con lo studio di oggi si comincia a contare quello che manca sotto.
Boris Worm (Dalhousie University), che con la ricerca non c’entra, vede una ripresa visibile minima. Insieme a Colwell chiede di ricordare questi numeri, ora che si discute di estrazione mineraria nei fondali e di più trivellazioni in acque profonde. Di quei temi abbiamo già raccontato i danni agli ecosistemi dell’estrazione sui fondali e quanto sappiamo davvero dei fondali oceanici. Laggiù 16 anni sono un respiro e nessuno sa ancora quanti ne servano.
Dal 2015 al 2023 le campagne in mare sono state 9 e quasi ogni volta le reti sono risalite con poco dentro. Se un giorno l’oceano profondo del Golfo ricomincerà a riempirle, lo vedremo da lì.
Per sapere cosa succede a 3 chilometri sotto la superficie, altri modi non ne abbiamo.

