Sul tavolo della Queen Mary University di Londra, incastrato tra vasetti di yogurt mezzi vuoti, bloc-notes e tazze di caffè ormai freddo, c’è un computer portatile che nessuno si fila. È il MacBook di Colleen Golja, ricercatrice del Grantham Institute per il cambiamento climatico: dentro ci gira un emulatore di geoingegneria solare capace di calcolare in pochi secondi dove cadrà la pioggia, quali raccolti andranno in fumo e dove spariranno i monsoni se qualcuno decidesse di schermare artificialmente la luce del Sole. Per tre giorni interi due dozzine tra ufficiali militari, ex negoziatori diplomatici, rappresentanti indigeni, attivisti e dirigenti dell’industria aerospaziale si sono chiusi in quell’aula per simulare un comitato d’emergenza delle Nazioni Unite. Dovevano scrivere le regole del termostato planetario. Nessuno ha mai chiesto di accendere quello schermo.
Finché si resta nei laboratori di fisica dell’atmosfera, l’idea di raffreddare la Terra riflettendo nello spazio una piccola frazione della radiazione solare sembra quasi un problema di idraulica risolvibile con un foglio Excel. Il principio più discusso, l’iniezione di aerosol stratosferici (che i tecnici abbreviano in SAI, Stratospheric Aerosol Injection), imita quello che fanno i grandi vulcani come il Pinatubo quando eruttano: spedire flotte di aerei ad alta quota, oltre i venti chilometri di altitudine, per spruzzare biossido di zolfo o altre polveri riflettenti capaci di abbassare la temperatura media globale nel giro di pochi mesi. Costa pochissimo rispetto alla riconversione industriale del pianeta, funziona in fretta sull’indicatore termico medio e per questo ingolosisce sempre più governi.
Il guaio, come racconta il resoconto pubblicato da Ars Technica e Wired, comincia nel momento esatto in cui togli la tecnologia dalle mani dei modellisti e la metti sul tavolo della politica internazionale.
Quando la geoingegneria solare entra al Consiglio di sicurezza
L’esperimento andato in scena a Londra non era una conferenza accademica, ma un vero e proprio war-game strutturato su tre salti temporali: il presente, il settembre 2027 e il settembre 2028. A progettarlo sono stati i ricercatori del think tank Centre for Future Generations insieme alle università di Leeds, Queen Mary e Imperial College, con i finanziamenti di ARIA, l’agenzia governativa britannica per la ricerca avanzata (una specie di DARPA, ma in salsa British).
L’obiettivo era semplice: verificare se il mondo sia in grado di mettersi d’accordo su chi può fare ricerca in quota, con quali limiti e sotto quale sorveglianza, prima che qualcuno faccia partire gli aerei per conto proprio.
La risposta è arrivata prima ancora della pausa pranzo del primo giorno. Il maggiore dell’esercito statunitense Jeffrey Nielsen, chiamato a interpretare il delegato per la sicurezza nazionale di Washington, ha ascoltato le proposte di cooperazione multilaterale e ha riassunto la linea americana con una franchezza che nei comunicati ufficiali delle COP sul clima non si sente mai: per gli Stati Uniti, peggio di nessun accordo c’è solo un accordo che favorisce la Cina. Fine dei discorsi sulla fratellanza climatica. Da quel minuto in poi, la stanza ha smesso di ragionare sui gradi centigradi e ha iniziato a trattare la stratosfera come lo Stretto di Taiwan o il mercato dei microchip.
Nel giro di poche ore di simulazione sono saltati fuori tutti i tic della peggiore diplomazia di potenza. Il delegato russo ha sbattuto sul tavolo le prove fotografiche di un velivolo statunitense impegnato in test segreti non autorizzati sopra lo Stretto di Bering (test che nella finzione del gioco erano avvenuti davvero, ma che gli americani hanno negato con faccia di bronzo). Pechino, dal canto suo, ha provato a inserire nelle bozze del trattato una clausola di amnistia retroattiva per blindare i propri esperimenti passati, minacciando di far saltare il banco se gli ispettori internazionali avessero chiesto accesso alle basi nazionali. Altro che bene comune globale.
Il dossier di Londra su clima e sicurezza nazionale
Pubblicazione: Danielle Young, Joanne Yao, Laura Considine e Colleen Golja, “Negotiating solar radiation modification governance: Evidence from non-ideal simulations”, pubblicato da Centre for Future Generations in collaborazione con University of Leeds, Queen Mary University of London e Imperial College London, con il supporto di ARIA (ottobre 2026).
Dati chiave: simulazione diplomatica e strategica condotta su 3 orizzonti temporali (presente, settembre 2027, settembre 2028) con 24 specialisti internazionali tra ufficiali militari, negoziatori ONU, climatologi, ONG, rappresentanti dei popoli indigeni e delegati del settore aerospaziale privato, focalizzata sulla governance dell’iniezione di aerosol stratosferici (SAI) e dello schiarimento delle nubi marine.
Il mercato privato della geoingegneria solare corre più veloce dell’ONU
C’è un passaggio del war-game londinese che merita di essere letto con la lente d’ingrandimento, perché mostra dove sta andando il pallone mentre i diplomatici litigano sulle virgole.
Durante una sessione riservata, i negoziatori che interpretavano la delegazione cinese hanno avvicinato in segreto il giocatore che vestiva i panni di SpaceX, proponendogli un accordo commerciale sottobanco per condividere tecnologie di lancio e messa in orbita. Il rappresentante dell’azienda aerospaziale non ci ha pensato due volte: ha incassato l’informazione ed è corso a spifferare tutto al delegato statunitense. La privatizzazione dell’orbita bassa e dell’alta atmosfera ha già cambiato i rapporti di forza.
Sì, ma tanto è solo una simulazione. Giusto?
Sarebbe bello archiviare queste manovre come un eccesso di fantasia degli autori del gioco, se non fosse che fuori dalle aule universitarie i soldi veri si stanno già muovendo esattamente in quella direzione. Nel mondo reale (quello senza arbitri e senza cartellini dei ruoli sul petto) la startup israelo-americana Stardust Solutions ha già raccolto 60 milioni di dollari in venture capital per sviluppare un sistema proprietario di dispersione di particelle riflettenti, lavorando nell’ombra e chiedendo addirittura consulenze su come gestire la propria immagine pubblica agli ex vertici delle agenzie climatiche internazionali. Nello stesso periodo Elon Musk ha rilanciato su X l’idea di usare costellazioni di satelliti alimentati dall’intelligenza artificiale per regolare a piacimento l’energia solare che colpisce la Terra. Già.
Qui sta il corto circuito che raramente viene messo a fuoco quando si parla di tecnologie per il clima: stiamo assistendo alla nascita di un mercato in cui aziende private brevettano il telecomando atmosferico con l’obiettivo di venderlo in abbonamento ai singoli governi, molto prima che esista uno straccio di diritto internazionale capace di stabilire chi ha il diritto di premere i tasti. Quando su Futuro Prossimo abbiamo analizzato i tentativi di geoingegneria marina per attenuare El Niño o i progetti per pompare acqua sul ghiaccio artico per rallentarne la fusione estiva, il dubbio principale riguardava la tenuta fisica di interventi tampone usati come alibi per continuare a bruciare idrocarburi.
Il tavolo di Londra aggiunge un pezzo ancora più ruvido: quando il costo tecnico di un intervento stratosferico scende alla portata del bilancio di una media potenza o di un consorzio privato, il problema smette di essere chi pagherà la transizione ecologica e diventa chi manderà i caccia ad intercettare gli aerei spargi-zolfo del vicino.
I petrolieri comprano l’arbitro e la scienza finisce in ostaggio
Il colpo di grazia della simulazione è arrivato nel terzo atto, ambientato nel settembre 2028.
I master del gioco hanno consegnato ai delegati una notizia d’agenzia: i sensori hanno appena rilevato un gigantesco pennacchio di aerosol in stratosfera, frutto di un test su larga scala condotto in segreto dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita utilizzando proprio i brevetti di Stardust Solutions. A quel punto il computer ignorato di Colleen Golja avrebbe avuto parecchie cose da dire, anche perché i modelli sugli effetti collaterali dello schermare i raggi solari parlano chiaro da anni: raffreddare un emisfero o una fascia climatica senza coordinamento globale significa spostare le fasce delle piogge tropicali, condannare alla siccità l’Africa subsahariana e alterare la traiettoria degli uragani sull’Atlantico. Quella che in un paper accademico si chiama “asimmetria regionale delle precipitazioni”, sul tavolo di un ministero della Difesa di un paese colpito da carestia assomiglia terribilmente a un atto di guerra meteorologica.
Disperata per l’assenza di dati condivisi e per il muro contro muro tra Washington e Pechino, nella simulazione la dottoressa Golja ha accettato l’offerta di una ONG chiamata Climate Futures Cooperative, che metteva sul piatto i capitali necessari per lanciare una costellazione di satelliti di monitoraggio indipendenti e garantire trasparenza scientifica al mondo intero.
Sembrava l’unica via d’uscita ragionevole.
Peccato che poco dopo sia trapelata la lista dei finanziatori occulti della fondazione: dietro la ONG c’era un cartello di compagnie dei combustibili fossili, interessate a spingere lo scudo solare per allungare la vita ai pozzi di petrolio. In un attimo, l’unica voce scientifica neutrale della stanza è stata accusata di essere al soldo dei petrolieri. La fiducia è evaporata. Il tavolo è crollato in quella che il negoziatore canadese ha definito una sconfitta umiliante, partorendo un documento finale talmente annacquato da non vietare nulla a nessuno.
La finestra dei dieci anni per il termostato in quota
Orizzonte stimato: 5-10 anni prima che una nazione colpita da ondate di calore letali o una coalizione ristretta tenti il primo dispiegamento operativo, secondo le stime di Cynthia Scharf, ex consulente strategica del Segretario generale dell’ONU per la geoingegneria.
Il nodo critico: a differenza della decarbonizzazione, l’iniezione di aerosol stratosferici richiede investimenti iniziali di pochi miliardi di dollari l’anno, ma nasconde la trappola dello shock da interruzione (termination shock). Se uno scudo solare mantenuto attivo per anni senza tagliare le emissioni di CO2 venisse spento di colpo per una guerra, un attentato alle flotte aeree o il collasso di un accordo internazionale, il pianeta subirebbe in meno di un decennio tutto il riscaldamento accumulato nel frattempo, con una velocità di salto termico incompatibile con l’adattamento delle infrastrutture e dell’agricoltura.
Resta un dettaglio di scena, raccontato a microfoni spenti da chi ha progettato l’esperimento londinese, che pesa più di tutte le raccomandazioni diplomatiche contenute nel rapporto finale.
Prima ancora che iniziasse il primo round di trattative, gli organizzatori avevano discusso se fosse il caso di appoggiare preventivamente una scatola di fazzoletti di carta sul banco riservato ai consulenti scientifici, prevedendo il livello di frustrazione a cui sarebbero andati incontro (e in effetti, alla fine del terzo giorno, la dottoressa Golja non è riuscita a trattenere le lacrime).
Se per reggere 72 ore finte di geoingegneria solare dentro un’aula universitaria bisogna attrezzarsi con i Kleenex per gli scienziati del clima, forse prima di spedire flotte di aerei nella stratosfera ci conviene fare qualche altro giro di prova a terra.