Un farmaco contro la leucemia, il dasatinib, insieme alla quercetina, il composto che si trova anche nella frutta, dosati in questo modo: 3 giorni a settimana per 3 settimane, poi 4 di pausa, e si ricomincia. Con questo ciclo, i ricercatori dell’Amsterdam UMC hanno provato a liberare i pazienti con fibrosi del fegato dalle cosiddette “cellule zombie”.
Lo studio è uscito il 1 ottobre su Nature Metabolism e ha riguardato 31 adulti con MASH, la steatoepatite metabolica, cioè il fegato grasso quando il grasso si porta dietro infiammazione e fibrosi. Le cellule zombie sono le cellule senescenti, che hanno smesso di dividersi ma non si decidono a morire, e intanto rilasciano segnali che tengono accesa l’infiammazione.
I partecipanti, in maggioranza uomini (76%) e per più della metà con diabete di tipo 2 (58%), avevano un’età mediana di 56 anni. Sono stati assegnati a caso a due gruppi: una parte ha preso dasatinib e quercetina, l’altra compresse senza principio attivo, per 3 cicli da 7 settimane.
La fibrosi del fegato è davvero arretrata?
Secondo i dati sì, in una parte dei pazienti. Dalle biopsie fatte prima e dopo la cura, si nota che la fibrosi è migliorata di almeno 1 stadio, senza peggiorare la MASH, nel 47% di chi ha preso i due farmaci contro il 7% del gruppo placebo. La MASH stessa si è risolta completamente nel 53% dei trattati e nel 7% dei confronti.
Il sequenziamento dell’RNA delle singole cellule del fegato ha mostrato meno segnali di senescenza e meno geni della fibrosi nel gruppo trattato, con meno cellule fibrogeniche, cioè quelle che producono il tessuto fibroso.
Con 31 persone divise in due gruppi, 47% contro 7% si traduce all’incirca in 7 pazienti contro 1. Quando il campione è di 31 persone, ogni paziente pesa il 3% del risultato. In pratica: è un inizio. Incoraggiante, certo,ma pur sempre un inizio. Gli autori lo ammettono già nel titolo dello studio, che parla di prova di principio.
Perché un farmaco per la leucemia lavora sul fegato?
Il dasatinib è un antitumorale approvato in Europa per alcune leucemie, e insieme alla quercetina, flavonoide presente in molta frutta, viene usato per “sgrassare” i tessuti dalle cellule senescenti.
Sul tema siamo tornati più volte: ad aprile 2025 con i farmaci senolitici contro il mal di schiena, provati sui topi per 8 settimane, e a luglio 2024 con una molecola anti-età che aveva sconfitto la steatosi epatica, anche lì nei topi. Il passaggio all’uomo, per il fegato, secondo gli autori olandesi era ancora inesplorato.
Gli effetti collaterali, intanto, ci sono stati: l’82% dei trattati ha riportato eventi avversi, contro il 43% del placebo, tutti autolimitanti per gli autori, cioè risolti da soli.
Lo studio di Koning, Meijnikman e colleghi in cifre
Pubblicazione: Mijra Koning, Abraham S. Meijnikman e colleghi, “Senolytics dasatinib and quercetin in metabolic dysfunction-associated steatohepatitis: a proof-of-principle randomized, controlled trial”, pubblicato su Nature Metabolism (2026). DOI: 10.1038/s42255-026-01643-4. Registro: NCT05506488.
E adesso chi potrà usarlo?
Nessuno, fuori da una sperimentazione. Gli autori concludono che lo studio giustifica nuovi studi, con più pazienti, e il dasatinib resta un farmaco oncologico che si assume solo su prescrizione, per le malattie per cui è approvato.
Chi vuole il quadro più ampio può partire dallo speciale di marzo 2026 sulle cellule senescenti, quello in cui ai topi la vita raddoppiava.
Intanto, si prosegue con lo studio: una biopsia prima e una dopo, per ognuno dei 31 pazienti. A oggi è questo il prezzo per sapere se la fibrosi del fegato è arretrata davvero.
Quanto manca prima di trovarlo in ambulatorio
Almeno 7 anni, se tutto va bene.
Servono studi di fase 3 con molti più pazienti, per capire se il risultato regge e per quanto tempo dura. I primi candidati sarebbero le persone con fibrosi già confermata dalla biopsia e senza cirrosi, cioè quelle arruolate. Lo stesso farmaco è nato per i tumori, e gli eventi avversi sono stati più frequenti che con il placebo.