La portaerei Gerald R. Ford galleggia nei Caraibi come un palazzo di 110.000 tonnellate. È la nave da guerra più grande mai costruita, ha a bordo 4.500 marinai e porta con sé 75 aerei da combattimento. Davanti a lei, a 200 chilometri, ci sono le coste del Venezuela. Dietro di lei, un dispiegamento militare che non si vedeva dall’invasione di Panama nel 1989: 15.000 soldati, 8 cacciatorpediniere con missili Tomahawk, un sottomarino nucleare, bombardieri B-52 che fanno ricognizioni sopra le acque territoriali venezuelane.
Sulla carta è una missione antidroga. A voi cosa sembra, invece?
USA contro Venezuela, nella pratica
Mark Cancian, colonnello dei Marines in pensione e consulente del Center for Strategic and International Studies, ha scritto che “molto probabilmente ci sarà un attacco missilistico contro il Venezuela”. Non è una voce isolata: analisti di difesa in tutta l’America concordano sul fatto che qualcosa stia per accadere in quell’area geografica. L’accumulo di mezzi militari è stato classificato come il più imponente nella storia delle Forze armate USA dai tempi della prima Guerra del Golfo.
Dal punto di vista militare, gli Stati Uniti hanno schierato una forza che non ha alcun senso per una missione antidroga. Il CSIS ha calcolato che i cacciatorpediniere e l’incrociatore presenti nei Caraibi possono lanciare oltre 700 missili, di cui circa 180 Tomahawk specificamente progettati per attacchi terrestri. Il sottomarino nucleare USS Newport News ne porta altri 12. Il solo arsenale missilistico è sufficiente per colpire contemporaneamente tutte le principali basi aeree venezuelane e gli aeroporti di Caracas, Maracaibo, Barquisimeto e Maturín.
Que pasa?
Carlos Solar, esperto di sicurezza latinoamericana del think tank britannico RUSI, ha definito il livello di strategia militare “sproporzionato” rispetto al compito di contrastare il traffico di droga. Vi affido le sue parole, letterali:
“Un accumulo di queste dimensioni non può che suggerire che ci sia un obiettivo militare strategico”
La portaerei Gerald Ford rappresenta un elemento chiave. Secondo l’analisi del CSIS, solo tre o quattro portaerei alla volta sono operative in tutto il mondo, tenerla nei Caraibi costa risorse che altri comandi militari americani stanno reclamando. È come un arciere con la freccia puntata: o scocca, o abbassa l’arco. Ma abbassare l’arco dopo aver schierato 15.000 soldati e la nave più costosa mai costruita (13 miliardi di dollari) significherebbe ammettere un bluff.
Tempistiche secondo gli esperti militari: “Questione di ore o giorni”, secondo Editoriale Domani che cita fonti del Pentagono.
L’intelligence statunitense avrebbe già identificato almeno cinque obiettivi in territorio venezuelano: depositi di droga, centri logistici e piste clandestine. Tanto per cominciare.
La narrazione ufficiale (e quella reale)
Ufficialmente, lo sapete, Washington combatte il narcotraffico. Trump ha classificato il “Cartel de los Soles” come organizzazione terroristica, accusando Maduro di gestire personalmente le rotte della droga. Il fatto, però, è che il World Drug Report 2025 non rileva campi di coltivazione di coca né laboratori di cocaina in Venezuela. La maggior parte del fentanyl arriva via terra dal Messico, non via mare dal Venezuela.
Eppure, dal 2 settembre 2025 a oggi, l’esercito USA ha condotto almeno 21 attacchi contro imbarcazioni nel Mar dei Caraibi, uccidendo 87 persone. Il Washington Post ha rivelato che durante il primo raid, il Segretario alla Guerra americano, Pete Hegseth, avrebbe dato un ordine verbale: “Uccideteli tutti”. Dopo il primo missile, un drone avrebbe osservato due sopravvissuti aggrappati ai relitti. È partito un secondo missile. Esperti ONU hanno definito l’ordine “manifestamente illegale” e configurabile come crimine di guerra.
Trump ha raddoppiato la taglia su Maduro portandola a 50 milioni di dollari. Ha chiuso lo spazio aereo sopra il Venezuela. Ha autorizzato operazioni segrete della CIA all’interno del paese. E in una telefonata di novembre, secondo Reuters, avrebbe dato un ultimatum a Maduro: “Hai una settimana per lasciare il paese”. Maduro non si è mosso.
Cosa succederebbe se partisse l’attacco
Raccogliendo in giro le stime degli analisti si profilano due possibili scenari per un attacco USA al Venezuela.
Il primo scenario: raid mirati su basi aeree e porti controllati dal governo, presentati come operazione antidroga ma progettati per decapitare il regime. Jim Stavridis, ammiraglio in pensione che ha comandato le forze NATO dal 2009 al 2013, ha spiegato al Washington Post che gli USA tenteranno
“attacchi cinetici di precisione contro obiettivi legati al traffico di stupefacenti e contro le capacità militari e, se ciò non dovesse sortire l’effetto desiderato, contro la leadership”.
Il secondo scenario: invasione di terra limitata per installare un governo di transizione. Ma Stephen Biddle, professore alla School of Public and International Affairs della Columbia University, ritiene improbabile un’invasione totale. Il dispiegamento attuale, secondo la maggior parte degli esperti, non è sufficiente per un’occupazione territoriale. Servirebbero tra 50.000 e 150.000 uomini per controllare un paese grande come il Venezuela.
Maduro ha risposto mobilitando 4,5 milioni di miliziani (sulla carta) e dichiarando di possedere 5.000 missili antiaerei russi Igla-S. Reuters ha ottenuto documenti che descrivono il piano di difesa venezuelano: se gli USA attaccano, l’esercito si disperderebbe in 280 località diverse per condurre una guerra di guerriglia prolungata. Il secondo piano prevede di “anarchizzare” Caracas attraverso i servizi di intelligence, rendendo il paese ingovernabile.
Il paradosso della sproporzione: Global Firepower stima 1,33 milioni di militari attivi USA contro 109.000 venezuelani. Gli Stati Uniti hanno superiorità aerea e navale totale. Ma il Venezuela ha un vantaggio: conosce il terreno. E l’ultimo cambio regime forzato in America Latina (Panama 1989) costò 3.000 morti civili per catturare un solo uomo.
Trump: “Ho già deciso”
Venerdì scorso, Trump ha lasciato intendere che potrebbe arrivare presto una decisione. “Non posso dirvi cosa sarebbe, ma ho già deciso”, ha riferito ai giornalisti sull’Air Force One. Secondo Il Messaggero, alti funzionari dell’amministrazione Trump hanno tenuto tre incontri alla Casa Bianca questa settimana per discutere le opzioni per possibili operazioni militari.
Al primo incontro, mercoledì, ha partecipato un piccolo gruppo ristretto. Giovedì si è tenuta una riunione molto più ampia con il vicepresidente J.D. Vance, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il presidente dello Stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine. In entrambe le riunioni sono stati analizzati possibili obiettivi e scenari di intervento.
Il Wall Street Journal ha rivelato che il Pentagono ha già individuato obiettivi specifici: porti, infrastrutture marittime, aeroporti militari, basi navali, strutture portuali controllate dal Cartel de los Soles. L’opzione sul tavolo è quella prospettata nello scenario 1: “attacchi cinetici di precisione”, raid aerei e missilistici mirati, non un’invasione totale.
E c’è un dettaglio che rende la situazione ancora più volatile: il Dipartimento di Giustizia ha dato il via libera a Trump. Non serve l’approvazione del Congresso per dare inizio alle operazioni militari, almeno secondo l’interpretazione dell’amministrazione. Bernie Sanders e Ro Khanna hanno chiesto formalmente al presidente di ottenere comunque l’autorizzazione parlamentare, ma Trump non ha risposto.
USA: perché il Venezuela, e perché ora
Dietro la narrazione antidroga c’è una questione strategica più ampia. Il Venezuela possiede le maggiori riserve di petrolio al mondo: 303 miliardi di barili. Maduro le ha offerte a Russia, Cina e Iran in cambio di supporto militare e diplomatico. Per Washington, avere un governo filo-russo a 200 km dalla Florida, con quelle risorse petrolifere, è inaccettabile.
Marco Rubio, Segretario di Stato, ripete come un mantra: “Non permetteremo che un cartello che si finge governo operi nel nostro emisfero”. La Dottrina Trump, descritta da J.D. Vance, prevede tre fasi: definire gli interessi americani, diplomazia aggressiva, potenza militare schiacciante se la diplomazia fallisce. L’ultimatum telefonico di novembre segnava la fine della fase 2.
Jesús D. Romero e Rafael Marrero, analisti del conflitto, hanno notato che la dottrina americana non tratta più i narcotrafficanti come criminali da arrestare, ma come nemici da eliminare senza processo. Cambia tutto: significa che chiunque venga identificato come “narcoterrorista” può essere ucciso in acque internazionali senza mandato di cattura, senza tribunale, senza difesa.
Cosa dicono Russia, Cina e il resto del mondo
Mosca ha inviato un messaggio laconico tramite il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov: “Vogliamo che tutto rimanga pacifico. Il mondo è già pieno di conflitti, non ne abbiamo bisogno di nuovi”. Ma osservatori internazionali ritengono che né Russia né Cina abbiano reale intenzione di impegnarsi militarmente per il Venezuela. Pechino ha condannato “l’interferenza americana”, l’Iran ha parlato di “minaccia alla pace globale”. Nessuno ha mosso portaerei o inviato truppe.
In America Latina la situazione è frammentata. Il presidente colombiano Gustavo Petro ha affermato che “la politica antidroga che gli Stati Uniti vorrebbero imporre alla Colombia ha la conseguenza immediata di una possibile invasione del Venezuela”. Il Messico ha respinto le accuse contro il Venezuela. Ma Ecuador, Argentina e Paraguay sostengono la linea di Washington. La Bolivia, dopo il cambio di governo, ha espulso Venezuela, Cuba e Nicaragua dall’alleanza Alba.
Caracas ha scritto una lettera alle Nazioni Unite: “Sulla base di informazioni comprovate, ragionevoli e oggettive, si conferma che un attacco armato degli Stati Uniti contro il Venezuela potrebbe verificarsi molto presto”.
Il Consiglio di Sicurezza ha ascoltato, ma non ha agito. Russia e Cina potrebbero porre il veto a qualsiasi risoluzione, ma non cambierebbe nulla sul campo.
Quando e come ci cambia la vita: Se l’attacco USA Venezuela si concretizza, il prezzo del petrolio schizzerà verso l’alto entro 72 ore. I 303 miliardi di barili venezuelani rappresentano il 17% delle riserve mondiali accertate.
Un conflitto anche breve bloccherebbe le esportazioni, spingendo i prezzi Brent sopra i 110 dollari al barile. In Italia, dove il 94% del petrolio è importato, significherebbe benzina a 2,20-2,40 euro al litro in due settimane.
I segnali che gli analisti stanno guardando
Carolina Jiménez Sandoval, ex direttrice di Amnesty International per le Americhe, ha spiegato che la strategia preferita di Trump sembra essere quella di far sì che “l’enorme pressione esercitata dalla presenza militare nei Caraibi e dagli attacchi alle imbarcazioni portino a una rottura nella cerchia di supporto a Maduro, specialmente all’interno delle forze armate”. Ma ha aggiunto: “Questo non significa che un attacco militare non ci sarà”.
Gli esperti militari concordano su alcuni fattori decisivi. Se la Gerald Ford resterà nei Caraibi oltre febbraio 2026, l’escalation diventa quasi inevitabile. Le portaerei non possono rimanere schierate indefinitamente senza agire. Se ci sarà un “incidente” (una nave americana colpita, soldati morti), l’attacco diventa praticamente certo.
Al contrario, se Trump richiamerà la portaerei entro gennaio 2026, significherà che ha ottenuto quello che voleva senza combattere: pressione sufficiente a far crollare il regime dall’interno, o un accordo sottobanco sul petrolio. Se Maduro accetterà di negoziare un’uscita concordata (esilio in Russia o Cina in cambio di amnistia), la crisi si sgonfierà.
Ma c’è un dettaglio che fa pendere l’ago verso l’attacco USA al Venezuela: mantenere 15.000 soldati e una portaerei nucleare in stand-by a tempo indefinito non è sostenibile. Ogni settimana che passa senza risultati rende più difficile giustificare il dispiegamento. E ogni settimana che passa con le forze schierate aumenta la probabilità di un errore, un incidente, una provocazione.
La Gerald Ford è lì da novembre. I marines stanno conducendo esercitazioni di sbarco a Porto Rico. L’intelligence ha identificato gli obiettivi. Il Dipartimento di Giustizia ha dato il via libera legale. Trump ha detto “ho deciso”. Manca solo l’ordine finale.
Diosdado Cabello, ministro dell’Interno venezuelano e uno degli alleati più influenti di Maduro, ha dichiarato che un’aggressione militare statunitense “può avvenire in qualsiasi momento”. Difficile dargli torto.