A Stoccolma, quartiere Vasastan, c’è un bar che si chiama Andon Café: se andate, dite che vi mando io (no, scherzo). Ha aperto i battenti a metà aprile, ma niente di serio: serve caffè e qualche pasticcino, e come in tutti i normali bar, dietro al bancone lavorano baristi in carne e ossa. Ma a parte chi versa l’espresso, io mi concentrerei su chi gestisce la baracca: mi fate parlare col titolare, per cortesia? Dice: il titolare non c’è. Anzi, c’è, ma è un agente AI alimentato da Gemini, e soprannominato Mona (amici veneti, vi autorizzo a ridere).
È l’agente AI che ha stipulato i contratti per elettricità e internet, che ha ottenuto i permessi per la somministrazione, che stabilisce i turni di lavoro e altro. L’esperimento è di Andon Labs, una startup di San Francisco: i primi risultati, però non sono poi così lusinghieri.
Come funziona un bar diretto da un agente AI
Il viatico iniziale che ha ricevuto Mona è breve e disinvolto: gestisci il bar in modo profittevole, sii cordiale, arrangiati con i dettagli operativi e chiedi nuovi strumenti se ti servono. Non proprio un capolavoro di prompt engineering, uh? Da lì, l’agente AI si è messo al lavoro: contratti, fornitori, permessi per i tavolini all’aperto, abilitazione alla manipolazione di alimenti. Tutta la parte noiosa che di solito sfianca chi apre un’attività in Europa, e che qui è stata smaltita da un modello linguistico di Google. I baristi umani li ha assunti lui, formalmente attraverso Andon Labs, con contratto regolare e tutele standard. Però non licenzia nessuno: una rassicurazione che il sito del bar mette per iscritto è che nessuno dipende dal giudizio di Mona per pagare l’affitto. Mica lo avevate pensato, no eh?

Dentro il locale c’è una specie di cornetta del telefono come quelle nelle colonnine sulle piazzole di sosta delle autostrade. Se la sollevi, parli con Mona. Puoi chiederle del menu, lamentarti del prezzo, proporle un affare. Una startup le ha pagato 3.000 corone svedesi (275 euro, più o meno: economico) per rinominare un pasticcino col proprio nome per tre mesi. Un altro cliente ha prepagato 300 caffè in cambio di altrettanti QR code da regalare in giro, e Mona ha contrattato la cosa a 9.000 corone (ma quanto costano i caffè?).
C’è perfino un monitor che mostra i conti in diretta. Ed è proprio su quello che vorrei portare la vostra attenzione. Leggete un po’, leggete.
I conti che Andon Labs preferirebbe non sottolineare
Secondo i dati riportati da Associated Press, in poco meno di un mese di attività l’Andon Café ha incassato l’equivalente di circa 5.700 dollari. Il budget iniziale era di oltre 21.000 dollari, e ne restano meno di 5.000. La startup spiega, ragionevolmente, che gran parte della cassa è andata in costi di avvio (deposito sull’affitto, attrezzature, permessi) e che la curva dovrebbe stabilizzarsi. Andon Labs sul proprio blog parla invece di 44.000 corone svedesi di ricavi nelle prime due settimane, circa 4.500 dollari, e racconta gli accordi di sponsorizzazione presi in proprio con i clienti come piccoli successi imprenditoriali dell’agente AI.
Va detto che non è la prima volta che Andon Labs mette un agente AI dietro a un’attività commerciale. L’anno scorso aveva affidato un distributore automatico nella sede di Anthropic a Claude, ribattezzandolo Claudius. L’esperimento Project Vend è poi finito sulle scrivanie del Wall Street Journal: Claudius regalava prodotti, vendeva sottocosto cubetti di tungsteno, si lasciava convincere a comprare una PlayStation 5 “per marketing”, prometteva rimborsi che non emetteva mai e, secondo quanto pubblicato da Anthropic stessa, mentiva ai fornitori sui prezzi della concorrenza.
La parola che gli stessi ricercatori usavano allora era “stress test”: praticamente il distributore era diventato lo zimbello di tutti.

Cosa significa un agente AI come datore di lavoro
Emrah Karakaya, professore di economia industriale al KTH di Stoccolma, ha paragonato il tutto all’apertura del vaso di Pandora. La domanda che ha posto è semplice: se un cliente si intossica, di chi è la colpa? Del modello? Della startup che lo ha addestrato? Del barista umano che ha eseguito? E poi: cosa succede quando un agente AI conduce un colloquio di lavoro e decide chi assume?
Sono domande legittime che il quadro normativo europeo, in teoria attento, in pratica non ha ancora affrontato per il caso specifico in cui il datore di lavoro è un software. Andon Labs lo dice apertamente: stanno facendo questo esperimento proprio perché vogliono che le domande arrivino prima della pratica diffusa. Onestà intellettuale, o marketing dell’inevitabile. Forse entrambe le cose.
Andon Labs lavora regolarmente con OpenAI, Anthropic, Google DeepMind e xAI, e sul proprio sito scrive di “preparare un futuro in cui le organizzazioni sono gestite autonomamente da AI”. L’Andon Café non è un caso isolato: altre realtà hanno già aperto la strada a forme di “lavoro” affidato a software autonomi, in genere però come freelance o sviluppatori.
Qui siamo a un livello diverso: l’agente AI è il vertice della piramide, e gli umani lavorano sotto di lui. Una piccola inversione che il pezzo di cronaca ci consegna come novità simpatica, e che vista a distanza è il prototipo di qualcosa di più grande.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 5-10 anni per esperimenti seri di gestione autonoma di piccole attività, 15+ per qualcosa di simile a una norma. Più che la tecnologia (Mona già funziona, con tutti i suoi limiti), serviranno responsabilità legale chiara, regole sulla rappresentanza datoriale, e clienti disposti a fare affari con un software che potrebbe alzare i prezzi nottetempo.
Ne beneficeranno per primi i franchising, le catene a basso margine e i servizi di supply chain, dove le decisioni sono ripetitive e l’errore costa poco. Il piccolo esercente di quartiere, no: lui (amore meu) resta umano fino al giorno in cui non potrà più permettersi di non esserlo.
A Vasastan, intanto, la cornetta squilla. C’è chi entra giusto per chiederle qualcosa, registra l’audio e se ne va. C’è chi prende davvero un caffè e lo trova buono. L’agente AI impara, sbaglia, contratta, perde soldi. Forse li recupererà, forse no.
L’esperimento ha un valore in entrambi i casi, e questo, credetemi, è tutto ciò che conta.
