La notizia ha poche ore: The Line, la città lineare lunga 170 chilometri che doveva incarnare la “Saudi Vision 2030”, è ferma… fino a dopo il 2030. Dopo circa sette anni di lavori, i cantieri nel deserto di Tabuk hanno posato appena 2,4 chilometri di fondamenta. Il Public Investment Fund, nel mentre, ha spostato tre miliardi di dollari su Oxagon, la città portuale figlia dello stesso progetto generale: lì si costruiranno data center per l’intelligenza artificiale. La popolazione prevista per il 2030 scende di colpo da nove milioni di abitanti a centomila.
Centomila. Per intenderci, è la dimensione di Pistoia. Doveva essere una megalopoli che a regime avrebbe sfiorato Londra, e adesso punta a riempire un grosso stadio. The Line, almeno come l’avevano presentata nel 2021, era un meraviglioso incubo: due grattacieli specchiati paralleli, alti mezzo chilometro, che tagliavano il deserto da un capo all’altro. Un decumano gigante, lo chiamavamo allora. Il render girava ovunque.
Cosa è stato costruito davvero
I numeri di The Line, messi in fila, raccontano una storia diversa da quella dei rendering. Lunghezza prevista: 170 chilometri. Lunghezza completata in sette anni di cantiere: 2,4 chilometri, l’1,4% del totale. Il bersaglio di popolazione era nove milioni quando Mohammed bin Salman lo annunciò nel gennaio 2021, poi è sceso a 1,5 milioni, poi a 300.000, e ora si parla di centomila persone in tutta la zona Neom. Una riduzione del 98,9% rispetto al numero di partenza.
Questo per dire che la frenata non è iniziata ieri. I lavori si erano già interrotti nel settembre 2025, tagliando circa il 35% della forza lavoro e spostando oltre mille dipendenti dal sito remoto di Tabuk a Riad. La guerra con l’Iran è cominciata il 28 febbraio 2026, cinque mesi dopo. Quando i missili hanno iniziato a volare, insomma, The Line stava già rallentando per conto suo. I conti non tornavano prima della guerra, e la guerra ha solo dato un nome più presentabile a una resa già decisa.
Beninteso: è stato rinviato a dopo il 2030 anche lo sviluppo turistico della costa sul Mar Rosso, ha congelato Trojena (la stazione montana che doveva ospitare i Giochi asiatici invernali del 2029), ha smesso a inizio maggio di finanziare LIV Golf dopo cinque miliardi (CINQUE MILIARDI) di perdite, e ha messo in pausa il cubo Mukaab a Riad. L’Arabia Saudita, semplicemente, ha appena registrato il maggior deficit trimestrale dal 2018. La regola interna al fondo sovrano è cambiata: i progetti-vetrina senza ricavi a breve perdono la gara dei finanziamenti contro le infrastrutture che si possono affittare a qualcuno che paga.
Quel qualcuno che paga, oggi, sono le aziende di intelligenza artificiale.
Ecco perché i data center vincono
A febbraio 2025 Neom aveva firmato un accordo da cinque miliardi con DataVolt per un campus di data center da 1,5 gigawatt a Oxagon, con una prima fase da 300 megawatt prevista operativa nel 2028 (dati riportati da Bloomberg). Capacità aggiuntiva legata a xAI di Elon Musk e a Humain, il veicolo statale saudita per l’AI, dovrebbe spingere Oxagon verso la scala del gigawatt entro fine decennio. Il sito ha un porto in acque profonde accanto, energia dedicata, e sussidi fiscali ed energetici che un operatore americano non può eguagliare.
La differenza tra The Line e Oxagon, ridotta all’osso, è una sola: un data center si affitta dal giorno dell’accensione, una città-vetrina no. Il regno che voleva diventare destinazione turistica scopre di poter diventare, più realisticamente, il padrone di casa dell’economia del calcolo. Affittare gigawatt e spazio nei rack rende prima e meglio che aspettare turisti in un deserto dove l’estate tocca i cinquanta gradi. È la stessa logica del capitale privato, applicata da uno Stato: salti la scommessa sul prodotto di consumo e finanzi i picconi e le pale. Qui i picconi sono server e linee elettriche.
Resta da vedere quanto regga la promessa green.
La struttura DataVolt è progettata per girare a rinnovabili con raffreddamento a circuito chiuso, e i sauditi la vendono come a zero emissioni dal primo giorno. È una promessa comoda da fare oggi, in una regione dove quasi tutti gli altri data center vanno a fossili. Nel frattempo l’Arabia Saudita corteggia apertamente OpenAI, Anthropic e gli altri laboratori di frontiera per accordi sul computing, e Oxagon è diventata la porta d’ingresso. La stessa monarchia che ha fatto i soldi col petrolio adesso vende ai modelli di AI l’energia per non pensare al petrolio. Anche perché, sul fronte greggio, di recente le cose si sono complicate parecchio.
Nel 2021 il render mostrava una linea di luce che attraversava il buio del deserto, da orizzonte a orizzonte. Oggi, su quella stessa mappa, la luce più probabile è quella delle spie di un capannone di server che ronza a circuito chiuso, in attesa che qualcuno a San Francisco decida di affittarlo.
C’è un che di poetico, e di amaro, in tutto questo. Neom aveva annunciato robot che lavoravano 24 ore su 24 per tirare su la città degli umani. Adesso quegli stessi cantieri rallentano, mentre accelera la costruzione di edifici pieni di macchine che non hanno bisogno né di camminare in vent’anni minuti da un capo all’altro della linea, né di un panorama specchiato. Ai server il deserto va benissimo così com’è.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: data center a Oxagon, 2-3 anni (prima fase 300 MW al 2028); The Line, dopo il 2030 e con un punto interrogativo grosso così.