Rei Hance, oggi cinquantunenne, coltiva marijuana medica in California da quando ha smesso di recitare nel 2008: ha pure cambiato legalmente nome nel 2020. Nel 1999, col suo vecchio nome Heather Donahue, per tre giorni di riprese semi-improvvisate nei boschi del Maryland diventò il volto piangente più celebre del cinema horror degli ultimi trent’anni. Questa settimana ha scritto un commento su Facebook che vale più di una conferenza stampa: al reboot di Blair Witch Project, dice, non parteciperà: e ha spiegato perché.
Il post nasce per smentire un’intervista in cui il produttore James Wan l’aveva lasciata intendere come già a bordo. “C’è una volontaria confusione sul mio coinvolgimento nel reboot”, ha scritto Hance. “Voglio chiarire che non partecipo.” Il motivo, riassunto da lei stessa, è una clausola contrattuale che, dice, sollevava “domande difficili di lungo periodo su diritti, uso tecnologico futuro di identità e voce, libertà di parola e compensi“. L’accordo, per come l’ha letto, non lo poteva firmare.
Una frase tecnica che fa più rumore del resto
“Uso tecnologico futuro di identità e voce.” Nei contratti di Hollywood, fino a pochissimi anni fa, una frase così non c’era. Adesso ci sta, e il caso Hance dice che ci sta in modo abbastanza ampio da spaventare perfino un’attrice che non recita da diciotto anni. Lei la ragione la spiega in modo asciutto: “Preservare la mia autonomia per me contava di più.” È una constatazione.
Il punto è cosa significhi “uso tecnologico futuro” dentro un contratto del 2026. Significa la possibilità di rigenerare voce e volto via AI generativa, dimodoché un attore che non recita più, o non c’è più, possa comunque tornare in scena. Lo abbiamo raccontato a marzo con Val Kilmer, ricostruito dopo la morte per un film grazie al sì della famiglia. Storia opposta a questa, e specchiata: lì le ultime volontà di un attore e la scelta dei suoi familiari hanno permesso una “resurrezione AI”; qui una persona viva decide di non lasciarsi prenotare per l’eternità.
Il contesto industriale, che pesa
Lo studio dietro al reboot è Lionsgate. Lo stesso che nel settembre 2024 ha firmato il primo accordo storico di Hollywood con una startup di video generativo, Runway, dandole accesso alla propria libreria per addestrare un modello su misura. All’epoca scrivevamo che il nodo successivo sarebbero stati gli attori. Ecco, il nodo si è presentato due anni dopo, e ha un nome.
Gli altri protagonisti dell’originale, Joshua Leonard e Michael C. Williams, hanno firmato come executive producer. Insieme ai tre registi-produttori del 1999, Sánchez, Myrick, Hale. Leonard pochi mesi fa scriveva su Instagram, all’annuncio del reboot, una frase che spiega bene la temperatura: “Venticinque anni di mancanza di rispetto da chi si è preso la fetta del leone (un gioco di parole voluto con Lionsgate) dei profitti del nostro lavoro.” Poi però è entrato nel team di produzione, avrà cambiato idea. La Hance no: lo stesso contratto, ma due risposte opposte. Forse perchè lei ci metteva la faccia. Il copione del cinema con l’AI è esattamente questo: chi entra e chi resta fuori, raramente lo fa per le ragioni che ci si aspetterebbe.
Il caso Blair Witch Project in due parole
Film originale del 1999: budget di 600.000 dollari, incasso mondiale di 248 milioni. Reboot annunciato: regia Dylan Clark, produzione Blumhouse e Atomic Monster per Lionsgate, finestra di uscita: 2027. Cornice contrattuale: il contratto SAG-AFTRA approvato dagli iscritti il maggio scorso col 91,42% di voti favorevoli prevede consenso informato per ogni replica digitale (attori viventi o deceduti) e parifica i compensi a quelli delle performance dal vivo. La Hance, però, è “in pensione”: non è coperta dal nuovo contratto, e negozia da sé.
La clausola che spaventa anche chi non recita
Non si firma più per fare una cosa, si firma per autorizzare che la propria immagine possa, un giorno, essere usata per cose ancora da decidere. È il modello dell’opt-in preventivo a vita. Capisci perché qualcuno preferisce restare fuori dai giochi. In Italia, dall’ottobre 2025, l’articolo 612-quater del codice penale punisce con uno-cinque anni la diffusione non consensuale di contenuti audio o video generati con AI. Una norma reattiva: arriva dopo. Hance prova a mettersi di traverso prima.
“Auguro sinceramente bene a tutti i coinvolti”, ha chiuso il suo post. Niente accuse, niente vittimismo.
Una porta accostata, con la mano che la tiene ferma.
Si torna a piantare canapa.