“Hai sentito di [inserire disastro del giorno]?” “Sì, l’ho letto stamattina. Anche quell’altra cosa, di [inserire seconda tragedia]. E poi pure la storia del [inserire la terza guerra o catastrofe a piacere]. Ah! In tutto questo, tu come stai?” “Boh”. Le brutte notizie funzionano più o meno così, dal 2022 in poi: arrivano almeno due o tre “titoli” in fila al bar, in coda alla cassa, nelle chat di famiglia, ancora prima di chiederci come stiamo, e quando arriva la domanda non sappiamo più rispondere.
Siamo stati letteralmente portati via dall’angoscia e sequestrati. C’è chi ha smesso di guardare il telefono la mattina, non perché non succedesse niente, ma perché succedeva tutto in una volta, e il cervello davanti a quella massa indistinta staccava la spina come fanno gli interruttori automatici quando il carico supera quello che la rete può sostenere.
Una sensazione che il 40% del mondo, secondo Reuters, dichiara di provare al punto di evitare attivamente le notizie. Mai successo prima.
PNC, l’acronimo della preoccupazione
Il 17% degli adulti americani rientra in un profilo che i ricercatori della Texas Tech University chiamano Problematic News Consumption, PNC: preoccupazione costante, regolazione emotiva fuori giri, interferenza con la vita quotidiana. Di quelli, il 61% riferisce di sentirsi male proprio fisicamente. Nel gruppo di controllo sono appena il 6%.
Tre anni fa, proprio su queste pagine, avevamo elencato ben 8 ragioni per cui questo meccanismo ci avrebbe fatto in qualche modo ammalare. Era novembre 2023, doomscrolling era ancora una parola da spiegare, e raccontavamo come i social ci rubavano la speranza. Oggi quella sensazione ha una sigla, un campione e una percentuale di gente che sta male in modo misurabile, e questo cambia decisamente il discorso.
Il cervello che vendiamo e quello che abbiamo
Il nostro nervosismo evolutivo nasce dalla notte dei tempi: da quando, cioè, i nostri progenitori “scansionavano” la savana ad ogni fruscio sospetto, perché chi non lo faceva veniva mangiato. Si chiama negativity bias, ed è il principio di funzionamento più replicato della psicologia cognitiva. Il costo di un falso allarme? Qualche minuto di adrenalina sprecata. E ne valeva la pena, perché il costo di una distrazione era la morte. Alla fine, la selezione naturale ha scelto chi stava sul chi vive.
La savana, oggi, è planetaria: lo stesso sistema nervoso che doveva monitorare un raggio di cinque chilometri si trova a processare una guerra in Ucraina, un bombardamento a Gaza, un’alluvione in Pakistan, un attentato da qualche altra parte e il prezzo della benzina prima di colazione, e lo fa con lo stesso hardware che avevano i vecchi cacciatori-raccoglitori.
Lo fa, soprattutto, su una scala che il cervello di Homo sapiens non ha mai incontrato in duecentomila anni. E le conseguenze quali sono?
Il prezzo esatto delle brutte notizie
Nel 2023 un team guidato da Claire Robertson pubblica su Nature Human Behaviour uno studio su 105.000 titoli reali di siti web e giornali, testati in trial randomizzati su 370 milioni di visualizzazioni. Risultato: ogni parola negativa aggiunta a un titolo aumenta il tasso di click del 2,3%. Ogni parola positiva lo riduce dell’1%. “peggiore”, “odio”, “pericolo” performano. “Migliore”, “amore”, “speranza” affossano.
Le redazioni che non sapevano, adesso sanno. Hanno un coefficiente. Sanno che la tristezza vende meglio della rabbia, che la paura genera meno click della tristezza, e che ogni aggettivo negativo è denaro. Un sistema di incentivi che premia chi ti tiene in stato di allerta e penalizza chi prova a darti buone notizie.
Le brutte notizie pagano la pubblicità che gira intorno all’attenzione che ti hanno spillato, e finanziano la depressione digitale di cui poi tutti si lamentano.
Mi faccio, come sempre, il mio percorso mentale
C’è una domanda che a una conferenza stampa nessuno fa, e quindi passa sotto traccia: una popolazione cronicamente sotto stress informativo, con il 17% in consumo patologico e il 40% in fuga, è una popolazione più governabile o meno governabile? Più disposta o meno disposta a credere a chi promette ordine? È più reattiva o meno reattiva a slogan secchi che semplificano un mondo che le sembra ingestibile?
Sono domande che posso lasciarvi qui, nell’aria: le potete respirare quanto volete, e la letteratura sulle cose buone che i media non raccontano vi suggerisce anche dove guardare per trovare le risposte.
Le persone “dipendenti” in modo severo da questo flusso continuo di brutte notizie, dice lo studio della Texas Tech, sviluppano “ostilità politica” misurabile. Non è che votano per un partito in particolare, checché se ne dica è un fenomeno poco ideologico. La conseguenza è generale: queste persone semplicemente, vedono chi la pensa diversamente come un nemico, sono più predisposte alla rissa digitale e alla radicalizzazione.
Un fenomeno che, ovviamente, fa bene a qualcuno agli inserzionisti politici, ai proprietari dei social, a chi gestisce pagine con temi divisivi, e in generale a tutti i “venditori di certezze”.
A un bel po’ di gente, insomma: ma non a chi legge le brutte notizie come se sorseggiasse un caffè.
Il lavoro di Robertson e McLaughlin
Pubblicazione 1: Robertson, Pröllochs et al., “Negativity drives online news consumption”, pubblicato su Nature Human Behaviour (2023, vol. 7, pp. 812–822). DOI: 10.1038/s41562-023-01538-4.
Pubblicazione 2: McLaughlin, Gotlieb, Mills, “Caught in a Dangerous World: Problematic News Consumption and Its Relationship to Mental and Physical Ill-Being”, Health Communication (2022), Texas Tech University.
Dati chiave: 105.000 varianti di titoli, 5,7 milioni di click su 370 milioni di impression. +2,3% CTR per parola negativa, −1% per parola positiva. Sullo stato di ansia continuo: 16,5–17% degli adulti USA in profilo “severo”; di questi, il 61% riporta malessere fisico marcato (vs 6% nel resto del campione). Evitamento globale delle notizie, dal Reuters Digital News Report 2025: 40% (record assoluto, +11 punti dal 2017).
Cosa fare, da manuale
I consigli ufficiali sono noti: contenere il consumo di questo flusso informativo in finestre orarie definite, preferire la profondità di una informazione al volume (capito? Leggete gli articoli, invece di commentare i post che li annunciano), distinguere informazione da azione perché la distanza tra le due predice lo stress, psicologico. Soprattutto imparate a riconoscere il rage bait, che è il nome tecnico di quei post fatti apposta per farti incazzare e tenerti incollato.
Resta che il doomscrolling che descrivevamo nel 2023 nel frattempo è stato monetizzato meglio. L’industria che spara brutte notizie fattura, i ricercatori che la studiano vengono citati su ScienceDaily, e noi gentilmente ci spieghiamo perché stiamo male.
Diceva il mio amato Marshall McLuhan, o forse era qualcun altro: il pesce non sa di nuotare nell’acqua finché qualcuno non gli racconta com’è asciutto fuori.
Qualcuno, qui fuori, c’è.