Oltre il 5% della popolazione convive con una malattia autoimmune, e nella sclerosi multipla ogni cura ha sempre significato spegnere le difese immunitarie quasi per intero. Un team dell’Università di Zurigo e del Karolinska Institute di Stoccolma ha provato una strada diversa su 10 pazienti: usare i loro stessi globuli rossi come veicolo per rieducare, non sopprimere, il sistema che sbaglia.
La sclerosi multipla è una malattia infiammatoria cronica che colpisce soprattutto adulti giovani. A scatenarla sono i linfociti T, le stesse cellule che normalmente ci difendono da virus, batteri e tumori: nella Sclerosi Multipla, per un errore di riconoscimento, attaccano invece la mielina, la guaina che avvolge i nervi del cervello e del midollo spinale, causando disturbi della vista, perdita di sensibilità, paralisi, stanchezza cronica.
Le terapie oggi approvate funzionano tutte allo stesso modo: abbassano la guardia dell’intero sistema immunitario, con prevedibili conseguenze per la salute generale.
Come funziona il “cavallo di Troia” di globuli rossi
La “nuova” idea è stata in realtà sviluppata in oltre vent’anni di lavoro, e parte da un meccanismo che il corpo usa già ogni giorno.
Ai globuli rossi del paziente vengono attaccati piccoli frammenti delle stesse proteine che compongono la mielina, poi reinfusi nel sangue: vengono smaltiti come farebbe l’organismo con qualunque cellula invecchiata, soprattutto in fegato e milza.
È in quel passaggio di routine che gli antigeni vengono presentati al sistema immunitario in un modo che insegna tolleranza invece che allarme.
«Questo permetterebbe di sopprimere la malattia autoimmune in modo molto mirato e senza effetti collaterali importanti», ha dichiarato Andreas Lutterotti, che ha guidato lo studio al Dipartimento di Neurologia dell’Università di Zurigo.
L’approccio, aggiunge il ricercatore, potrebbe valere anche per molte delle oltre cento malattie autoimmuni conosciute, non solo per la sclerosi multipla.
Nella sperimentazione, la terapia ha mostrato buona tollerabilità e sicurezza, oltre a meccanismi d’azione promettenti.
«Dopo più di due decenni di sviluppo, abbiamo superato il primo ostacolo clinico che ci permette di portare la terapia ai pazienti», dice Roland Martin, co-autore dello studio, dell’Istituto di immunologia sperimentale dell’ateneo zurighese.
Il farmaco non è ancora pronto, però
Lo studio appena pubblicato su PNAS ha arruolato dieci pazienti, ed è stato pensato per verificare sicurezza e tollerabilità, non valuta ancora l’efficacia della terapia. Il prossimo passo, quello che dovrebbe misurare se la sclerosi multipla rallenta davvero, richiede uno sviluppo clinico che gli stessi ricercatori definiscono troppo costoso per restare solo accademico. Per questo hanno fondato una società, Cellerys, e un nuovo trial partirà una volta trovati i fondi.
C’è quindi un tratto di strada, tra il meccanismo che funziona in laboratorio e la terapia che arriva in farmacia, che dipende da un finanziamento ancora da trovare. Non è un dettaglio da poco: il farmaco PIPE-307, che punta a rigenerare la mielina già danneggiata, segue esattamente lo stesso percorso a ostacoli: risultati preclinici solidi, poi anni di trial per dimostrare che funzionano anche fuori dal laboratorio.
Lo studio di Lutterotti e colleghi
Pubblicazione: Andreas Lutterotti et al., “Treatment of multiple sclerosis with peptide-coupled red blood cells induces antigen-specific T regulatory cells”, pubblicato su PNAS (31 agosto 2026). DOI: 10.1073/pnas.2614908123.
Quanto tempo serve davvero
Almeno 5-10 anni prima di un’eventuale approvazione, se il finanziamento per la fase successiva arriva in tempi ragionevoli.
A beneficiare per primi, se lo sviluppo procede, saranno probabilmente i pazienti nelle fasi più precoci della malattia, dove il danno alla mielina è ancora limitato.
Il vincolo più concreto resta economico, non scientifico: la sperimentazione di efficacia costa cifre che nessuna università riesce a coprire da sola, ed è per questo che esiste ormai una società a parte.
Se il meccanismo reggerà anche nei trial più ampi, la sclerosi multipla potrebbe diventare la prima di oltre cento malattie autoimmuni a essere trattata così: non spegnendo il sistema immunitario, ma correggendogli la mira.
Per ora, quella correzione ha un nome, un dipartimento zurighese, e dieci pazienti che l’hanno provata per primi.