Come si fa spazio ai data center sulla rete elettrica senza costruire nuove centrali? Un’idea arriva dagli inverter industriali, i marchingegni elettronici che regolano la velocità dei motori in fabbriche e uffici. La racconta Maria Gallucci, giornalista di Canary Media, in un articolo del 17 ottobre 2026 ripreso da IEEE Spectrum.
Secondo ABB, che li produce, con un inverter su ogni motore si coprirebbero fino a 5 anni di crescita dei data center. Un tampone niente male.
Che cosa fanno gli inverter industriali ai motori
Un inverter industriale regola la velocità di un motore elettrico in base al lavoro da fare. Senza inverter il motore gira al massimo anche quando non serve a niente.
Pensate a un ufficio che la sera si svuota. L’impianto di climatizzazione riduce il lavoro con serrande e valvole che strozzano il flusso d’aria, ma i motori dei ventilatori restano a piena potenza. È un po’ come guidare con l’acceleratore a tavoletta e il freno premuto.
L’inverter, un controllore con sensori di temperatura, fa salire e scendere i giri di continuo. Secondo Neal Elliott, direttore emerito dell’ACEEE (un’associazione americana per l’efficienza energetica), così un motore può consumare il 40-60% in meno.
Quanto fanno risparmiare nella pratica
Nel 2015 Toyota ha montato gli inverter su più di 200 motori dell’impianto di climatizzazione dello stabilimento di Georgetown, in Kentucky. Era un progetto pilota da circa 1,15 milioni di euro. Il risparmio è stato di più di 640.000 euro l’anno, quindi a conti fatti la spesa rientra in meno di 2 anni. L’azienda ha scritto via email di usare ancora la tecnologia in altri stabilimenti americani.
Perché finora ne hanno così pochi
Gli inverter ci sono da molto tempo, ma per decenni misurare quanta aria o acqua muove un motore è costato troppo. Oggi, secondo Elliott, sensori e algoritmi di machine learning hanno abbassato il prezzo. Hanno dato una mano anche i chip di potenza prodotti in massa per auto elettriche e inverter solari.
C’è poi una questione di conti. Zack Valdez, responsabile degli affari regolatori della NEMA (l’associazione dei costruttori di apparecchi elettrici), spiega che chi costruisce un capannone guarda al costo iniziale. E chi non li monta subito ha meno voglia di rimetterci mano dopo.
Quanta corrente liberano davvero
La stima di scala viene da Kirk Anderson, responsabile dei rapporti con il governo di ABB, che produce inverter in uno stabilimento vicino a Milwaukee. Il titolo dell’articolo, nella versione di IEEE Spectrum, promette gigawatt, ma nel testo non compare nessuna cifra in gigawatt. L’unica misura di grandezza è quella di Anderson, espressa in anni di crescita dei data center.
I dati sul campo devono ancora arrivare. La NEMA ha lanciato da poco un programma pilota insieme a produttori e aziende elettriche. Deve misurare quanto gli inverter alleggeriscano la rete, per convincere le aziende elettriche a offrire sconti.
Attenzione, però: diciamola tutta. Tra i soci dell’associazione, però, ci sono anche i costruttori di inverter e di motori.
Chi dovrebbe pagarli?
Anderson propone di far pagare l’installazione negli stabilimenti alle aziende tecnologiche, con la formula “offset your own power”, cioè compensare la corrente che si consuma. Intanto sono sempre di più gli Stati americani che chiedono ai data center di procurarsi da soli la propria corrente. I grandi gruppi del settore spendono già miliardi per riaprire centrali nucleari, finanziare la geotermia, installare batterie e costruire turbine a gas.
A dicembre 2025 riferivamo di Boom, che ripropone il motore supersonico per alimentare i data center dell’IA. In quel caso la corrente si produce, con gli inverter si prova a non sprecare quella che c’è.
Gli inverter industriali esistono dalla fine degli anni Sessanta, quindi da prima dei personal computer. La prima raccolta di dati sul campo per contare quanta corrente liberano è partita solo da poco: sarà bene che si muova, perché le proteste contro questi “mastodonti” che succhiano troppa energia sono tante, e sono giuste.