Venerdì sera un amico mi scrive: «Scusa, ma allora il vaccino antitumorale l’hanno già fatto?». Aveva letto un titolo di borsa, non uno studio clinico. Moderna aveva appena chiuso a +14%, il massimo da gennaio 2022, dopo che il New York Times ha raccontato i dettagli di un piano americano per accelerare lo sviluppo dei vaccini contro il cancro.
Gli ha risposto il mercato prima di me. Sono salite anche Pfizer e buona parte del comparto biotech, come riportato nel resoconto della seduta. Un programma pubblico di accelerazione significa fondi, corsie preferenziali, acquisti garantiti: tre cose che un investitore sa leggere molto più in fretta di un endpoint di sopravvivenza.
Cosa compra davvero chi compra un vaccino antitumorale
Qui non stiamo parlando di una fiala uguale per tutti. Il candidato principale di Moderna, sviluppato insieme a Merck, è un prodotto personalizzato: si preleva il tumore del singolo paziente, se ne sequenzia il profilo genetico, si identificano le mutazioni e si fabbrica un mRNA su misura per quella persona e per nessun’altra.
Il processo dichiarato dall’azienda viaggia intorno alle sei settimane per paziente. Funziona come una sartoria, non come una catena di montaggio. Ed è esattamente il punto in cui la storia si complica: un farmaco che non si replica identico non gode di economie di scala, e il costo per dose non scende mai sotto una certa soglia, per quanti pazienti tu riesca a trattare. Il prezzo, per inciso, non è stato annunciato da nessuno.
Discorso diverso dai progetti che inseguono un bersaglio comune a tutti i malati, come il vaccino universale contro il cancro di cui abbiamo scritto l’anno scorso. Quello sarebbe scalabile. Quello, però, è anche molto più indietro.
Il vaccino antitumorale personalizzato di Moderna è in sperimentazione di fase 3 dal luglio 2023. Venerdì il titolo ha guadagnato il 14% in una seduta. C’è qualche novità che non conosciamo?
Quanto manca per il melanoma, e a quali condizioni
Il programma più avanzato è intismeran autogene (ex mRNA-4157), in fase 3 sul melanoma ad alto rischio dal 2023 insieme a Merck, in combinazione con pembrolizumab. Lettura dei dati attesa entro i prossimi 3 anni, con estensioni in corso su cancro al polmone e a testa-collo.
Ostacoli concreti: ogni dose richiede tessuto tumorale e sequenziamento, quindi serve una rete di laboratori che oggi esiste solo in pochi centri. I primi a riceverlo saranno pazienti già operati, in centri oncologici di riferimento, nei paesi che accetteranno di pagarlo. Il dettaglio che pesa: è una terapia adiuvante, pensata per evitare le recidive, non per curare un tumore avanzato.
Sei anni dopo, la fila è sempre la stessa
Nel 2020 su queste pagine raccontavamo i primi test sull’uomo di un approccio molto simile. Erano «altri passi avanti», scrivevamo. Sono passati sei anni e siamo in fase 3 con un tumore, il melanoma, che rappresenta una frazione minima delle diagnosi oncologiche globali.
Non è poco, intendiamoci: la fase 3 è il tratto dove la maggior parte dei candidati muore, e arrivarci con dati di fase 2 incoraggianti ha un valore reale. Solo che il tempo biologico e il tempo finanziario scorrono a velocità diverse, e venerdì abbiamo visto il secondo correre da solo.
Un piano nazionale cambia il contesto, questo sì. Accorcia le pratiche regolatorie, finanzia gli impianti, garantisce domanda. Quello che non accorcia è il tempo che serve a un paziente per sapere se è ancora vivo a cinque anni dal trattamento, perché quel dato si ottiene in un solo modo: aspettando cinque anni.
