In Svezia ogni confezione di acido folico dispensata in farmacia lascia una riga nei registri nazionali: anno, regione, fascia d’età, sesso di chi l’ha ritirata. Tra il 2006 e il 2021 quelle righe, affastellate anno dopo anno, sono diventate una montagna di dati. Un gruppo del Karolinska Institutet e dell’Università di Umeå l’ha messa accanto ai registri dei decessi dei giovani tra i 20 e i 29 anni.
La domanda sembra semplice: dove si dispensa più acido folico, i ventenni muoiono meno? Se ne discute con interesse dal 2022, quando JAMA Psychiatry ha pubblicato un’associazione tra prescrizioni di vitamina B9 e tentativi di suicidio. L’idea di un rimedio economico, reperibile ovunque e biologicamente plausibile ha acceso la voglia di prescriverlo ai più vulnerabili. Il lavoro svedese, presentato al congresso ECNP di Monaco, solleva qualche dubbio e lo fa in modo meno lineare di quanto ci si aspetterebbe.
Cosa aveva trovato lo studio americano sull’acido folico
Robert Gibbons e colleghi hanno analizzato i dati di 866.586 pazienti con assicurazione privata che avevano ritirato almeno una prescrizione di acido folico tra il 2012 e il 2017. Ciascuno è stato confrontato con se stesso: i mesi coperti da una ricetta contro i mesi senza. Nei primi gli eventi suicidari, cioè tentativi e autolesionismo arrivati a una visita o a un ricovero, sono stati 4,73 ogni 100.000 mesi di osservazione. Nei secondi, 10,61. L’81,3% dei pazienti era donna, e conviene tenerlo a mente per dopo.
Dividendo i due tassi si ottiene un calo del 55%. Il 44% che circola nei comunicati arriva dopo gli aggiustamenti per età, sesso, diagnosi, farmaci e storia di eventi precedenti (rapporto di rischio 0,56). Il ricalcolo grezzo è mio, sui loro numeri. Come controllo hanno provato anche la vitamina B12, e lì l’associazione è sparita (rapporto 1,01). Gli autori chiudevano chiedendo uno studio randomizzato, con idee e comportamenti suicidari come esito, e quel lavoro del 2022 è indicizzato su PubMed con il suo DOI.
Che cosa cambia con i registri svedesi
Il lavoro di Jussi Jokinen e colleghi ragiona su regioni e anni invece che su persone. Sono 21 regioni svedesi, 16 anni e 3.463 decessi di giovani tra i 20 e i 29 anni (2.693 classificati come suicidi, 770 di intento indeterminato). La misura è una quota: in ogni regione e in ogni anno, quanti di quei decessi riguardano la fascia 20-24 rispetto al totale 20-29. Quella quota viene messa in relazione con le dispensazioni di acido folico nelle due fasce, separatamente per uomini e donne.
I segni cambiano a seconda di chi si guarda. Tra gli uomini di 20-24 anni più dispensazioni vanno insieme a una quota maggiore di decessi in quella fascia rispetto al totale dei 20-29enni. Tra gli uomini di 25-29 anni la relazione si ribalta. Nelle donne l’associazione manca, e i due segni maschili restano in piedi anche tenendo conto l’uno dell’altro.
Nell’abstract per l’ECNP gli autori scrivono che i risultati non replicano l’effetto protettivo descritto in precedenza e indicano come spiegazione possibile la confusione per indicazione. Nel comunicato che accompagna lo studio Jokinen è più sfumato: il lavoro non contraddice direttamente quello americano, perché popolazioni, esiti e disegno sono diversi. E i numeri non vanno letti come prova che l’acido folico faccia aumentare il rischio. Entrambi gli studi sono osservazionali, e nessuno ha assegnato a caso l’integratore a qualcuno. Quello svedese, per giunta, non ha ancora superato la revisione tra pari.
Lo studio svedese in dettaglio
Presentazione: J. Jokinen, A. Mert, A. Desai Boström, “Association between folic acid prescription and suicide deaths among young adults in Sweden”, presentato al congresso ECNP di Monaco (10-13 ottobre 2026). Abstract congressuale, il manoscritto per una rivista è in preparazione.
Chi riceve la ricetta, e perché
La spiegazione che i ricercatori mettono in primo piano si chiama, come vi scrivevo, confusione per indicazione, e funziona come gli ombrelli: dove se ne vendono di più, di solito sta piovendo, e a nessuno verrebbe in mente di accusare gli ombrelli per la pioggia. L’acido folico si prescrive per ragioni molto diverse, e alcune delle circostanze mediche, psichiatriche o comportamentali che portano a prescriverlo possono avere a che fare con il rischio di suicidio. Chi riceve una ricetta di acido folico ha sempre un motivo, e il motivo conta.
Qui da noi la vitamina B9 si incontra anche tra gli integratori (ne abbiamo scritto a luglio 2025, cercando di capire quando servono e quando no). Nei registri svedesi compare per un’altra via, quella della prescrizione, che porta con sé una storia clinica.
C’è un dettaglio che ci riguarda da vicino. A dicembre 2023 raccontammo su queste pagine una ricerca sui biomarcatori nel sangue che aveva trovato livelli bassi di acido folico, insieme a carnitina, vitamina D e altri metaboliti, in persone con depressione maggiore resistente ai trattamenti e idee suicide. Erano quasi 200 partecipanti e un dato di laboratorio, accompagnati da un commento (il mio, con più entusiasmo di quanto ne metterei oggi) sui trattamenti più mirati che si aprivano. Avere poco folato nel sangue e ricevere acido folico in ricetta sono due cose diverse. Si incontrano in un punto solo: nelle persone che qualcuno ha deciso di curare, per un motivo o per l’altro.
Cosa serve per rispondere davvero
Xenia Gonda, dell’Università Semmelweis di Budapest, che al lavoro non ha partecipato, osserva che il comportamento suicidario non ha un’unica biologia. Capire come cambia con sesso ed età serve a costruire una prevenzione più precisa (un campo in cui si prova anche con l’IA, come i modelli che cercano i pazienti più a rischio). Riconosce che l’acido folico costa poco, si trova ovunque e non ha le soglie né lo stigma che spesso accompagnano l’accesso alle cure psichiatriche. Aggiunge però che accessibilità e plausibilità biologica non stabiliscono l’efficacia.
Il passo successivo, dicono gli autori, è uno studio che segua le persone una per una. Dovrebbe collegare le prescrizioni al motivo per cui sono state fatte, alle diagnosi psichiatriche e mediche, agli altri farmaci, all’uso di sostanze e, nel caso migliore, ai livelli di folato misurati nel sangue. Nel frattempo i risultati non vanno usati per cambiare la pratica clinica.
Per ora sul tavolo ci sono un abstract, un congresso a Monaco e un manoscritto in preparazione che deve ancora incontrare i revisori. La giuria è ancora fuori, dice Jokinen, e l’acido folico resta dov’era: sugli scaffali, e nelle ricette di chi ne ha un buon motivo.
Tempi per una risposta solida
Orizzonte stimato: 5-10 anni. È una stima mia, datata 8 ottobre 2026: gli autori tacciono sui tempi. Servono studi che seguano le persone una per una e colleghino le prescrizioni a indicazioni, diagnosi, altri farmaci, uso di sostanze e livelli di folato nel sangue. Poi, se il segnale regge, un trial randomizzato, già invocato nel 2022 da Gibbons e colleghi. Quanto a chi ne trarrà vantaggio per primo, per ora la risposta è nessuno: i ricercatori escludono che questi dati debbano cambiare l’uso clinico dell’acido folico.