Prendete un camionista che parte da Nola con un bilico di pelati diretto a Monaco. Il suo conto lo fa sul gasolio, e da venerdì quel conto dipende anche dall’accordo sul gasolio russo firmato tra Washington e Mosca. A Bruxelles, come sempre, nessuno ha avuto voce in capitolo.
Il fatto lo conoscete di sicuro, per cui lo riepilogo davvero in poche parole: Donald Trump ha annunciato un’intesa con Vladimir Putin per far arrivare negli Stati Uniti quasi 5 milioni di tonnellate di gasolio russo. Il Tesoro americano l’ha messa nero su bianco con una licenza speciale, la General License 135, valida fino al 7 aprile 2027. Ora, sul sito del Tesoro, per ora, la licenza io non l’ho trovata: per cui prendiamo le cifre con le pinze.
Il motivo dell’accordo, però, è chiaro a tutti: sta scritto sulle pompe americane, dove il diesel ha superato per la prima volta l’equivalente di 1,45 euro al litro, e a novembre si vota per il Congresso. Qualcuno è ai piedi di Pilato.
Cosa prevede l’accordo sul gasolio russo
L’accordo USA-Russia sul gasolio russo prevede consegne a scaglioni: una prima quota subito, una a novembre, poi quote sempre più grosse fino all’inizio del 2027, se gli impianti russi reggono. L’obiettivo dichiarato, ribadisco, per me è uno solo: abbassare il prezzo alla pompa prima che gli elettori americani vadano alle urne.
Per capire come ci siamo arrivati bisogna mettere insieme due guerre. La prima è quella con l’Iran, che da fine febbraio rallenta le navi nello Stretto di Hormuz. La seconda è quella in Ucraina, dove i droni di Kiev hanno colpito una raffineria russa dopo l’altra, tanto che Mosca ha vietato l’export di diesel per tenersi quello che produce.
A settembre Trump aveva chiesto a Zelensky di lasciare stare le raffinerie, poi aveva annunciato una tregua energetica che Kiev ha smentito nel giro di un’ora. E ora il tycoon è su tutte le furie, chiedendo di fatto proprio la testa del leader ucraino
Dallo scorso marzo il Tesoro USA firmava deroghe strette sul petrolio russo, valide solo per i carichi già in mare entro una certa data: roba da svuota-frigo prima delle vacanze. La licenza 135 cambia natura, perché diventa un piano di forniture con tranche mensili e una scadenza che va ben oltre il voto.
In altri termini, quello che era un tampone si è trasformato in una leva da usare anche nel negoziato con Mosca.
La licenza 135, tranche per tranche
Fonte: General License No. 135 dell’Office of Foreign Assets Control. Autorizza vendita, consegna e importazione negli Stati Uniti di gasolio raffinato in Russia fino al 7 aprile 2027.
Dati chiave: oltre 300.000 tonnellate subito, 500.000 a novembre, 1 milione tra dicembre e inizio 2027, poi fino a 3 milioni aggiuntive. Secondo la stessa fonte, gli attacchi ucraini hanno ridotto la produzione delle raffinerie della Russia europea tra il 30% e il 50%. Il divieto russo di esportare diesel dura almeno fino a fine ottobre.
E noi in Europa, adesso? Metà del nostro diesel parla americano
Dal 2022, i leader europei hanno deciso che il gasolio russo era inaccettabile e si sono messi a comprare altrove quello che prima prendevano a est. E lo hanno fatto soprattutto oltreoceano: così, ad agosto 2026 gli Stati Uniti fornivano la metà del diesel importato dall’Unione.
Abbiamo cambiato fornitore, ma la dipendenza ce la siamo tenuta.
E il nuovo fornitore, come il vecchio, sa usare bene il rubinetto.
A inizio ottobre Washington ha chiesto a Germania e Francia di svuotare le riserve strategiche, 120 milioni di barili in 180 giorni. In caso di rifiuto, minacciava di bloccare l’export americano di diesel. L’Europa ha convocato una riunione d’emergenza e ha discusso una proposta francese da 50 milioni di barili, chiedendo in cambio la garanzia che il diesel americano continuasse ad arrivare. Trump, nel frattempo, aveva già annunciato su Truth Social che gli europei avevano accettato.
Una settimana dopo ha firmato con Putin.
Il primo ottobre la Commissione europea ha dichiarato che nell’Unione non c’era carenza di diesel. Negli stessi giorni i dati della stessa Commissione mostravano 12 Paesi membri con il prezzo del gasolio ai massimi storici, Italia compresa.
Il camionista di Nola, che il serbatoio lo deve riempire davvero, sa benissimo quale delle due cifre gli interessa.
E i nostri strateghi da salotto televisivo, quelli che per tre anni hanno chiamato ogni litro di gasolio russo un proiettile? Li aspetto alla prova più difficile: spiegare a quel camionista perché lui debba essere più atlantico dell’America. Temo che arriverà una nota sul pragmatismo occidentale, recitata con una fermezza che fa tenerezza.
Nel 2022 l’ultimatum parlava russo
Nel marzo 2022, su queste pagine, raccontammo l’ultimatum del Cremlino sul gas: niente rubli, niente gas. Annotammo che le reazioni dell’Unione erano varie e confuse, e pochi mesi dopo l’Agenzia internazionale dell’energia avvertiva che l’inverno europeo sarebbe stato durissimo.
Da lì l’Europa scelse di staccarsi da Mosca, una scelta che aveva le sue ragioni.
Quattro anni e mezzo dopo, però, l’ultimatum è tornato con un altro accento e un cappello da cowboy: o aprite le riserve, o niente diesel. Ve lo confesso, la reazione europea l’avrei potuta copiare da quel vecchio articolo, cambiando solo la bandiera. Per come la vedo io, in quattro anni abbiamo cambiato il nome sulla bolletta senza costruirci un’alternativa nostra: chiunque ci venda il carburante può dettarci l’agenda.
La stessa crisi partita da Hormuz, intanto, in Asia ha già cambiato il modo di lavorare di milioni di persone, perché lì si sono mossi più in fretta.
Cosa dovrebbe fare l’Europa per non pagare il gasolio russo degli altri
L’Europa dovrebbe anzitutto decidere quali sono i suoi interessi, e solo dopo prendere posizione. Prezzi dell’energia sostenibili e una fine negoziata della guerra in Ucraina possono stare nella stessa frase, e io credo che debbano starci. Da lì discende il resto.
Le sanzioni, per esempio, andrebbero trattate come uno strumento negoziale, da calibrare e mettere sul tavolo dichiarando a quali condizioni si allentano. Tenute ferme come una bandiera non spostano niente, e ce ne accorgiamo adesso che Washington le aggira per prima. Serve poi un canale europeo diretto nella trattativa tra Mosca e Kiev, perché chi resta fuori dalla stanza finisce per firmare accordi scritti da altri. Altro che continuare ad armarsi e ad armare.
Sulle riserve, nessun barile in più senza un impegno americano scritto e datato contro il blocco dell’export. E nel frattempo bisogna ridurre la dipendenza, oltre che cambiare fornitore. Vuol dire firmare contratti lunghi con il Golfo e con l’India e difendere le raffinerie europee che restano aperte, spostando più merci sui treni e puntando sui biocarburanti (l’Italia ha già due bioraffinerie Eni, a Venezia e a Gela).
Ai camionisti e agli agricoltori servono aiuti mirati, legati ai chilometri percorsi, molto più degli sconti a pioggia alla pompa.
Le mie previsioni, firmate l’11 ottobre 2026
Orizzonte stimato: breve, da qui ad aprile 2027, quando la licenza scade.
Prima del voto americano di novembre arriverà molto meno delle tonnellate annunciate, e l’effetto si vedrà soprattutto sui contratti futuri del gasolio, più che nei depositi. La pressione su Kiev perché smetta di colpire le raffinerie russe crescerà, visto che ogni drone colpirà anche un fornitore degli Stati Uniti.
In Europa il prezzo scenderà un pochino (sottolineo pochino) durante l’inverno, grazie al diesel del Golfo e dell’India che gli americani lasceranno libero, senza però tornare ai livelli di prima. E Ungheria e Slovacchia chiederanno lo stesso trattamento, citando Washington con un certo gusto.
Per vie traverse, alla fine, un po’ di gasolio russo arriverà anche da noi: invito gli irriducibili a tenere i termosifoni spenti per coerenza.
Gli americani si terranno ovviamente la maggior parte, e il diesel che non compreranno più dal Golfo prenderà la strada dei nostri porti. Il camionista di Nola pagherà qualche centesimo in meno, grazie a un accordo fatto altrove, che la “sua” Europa con l’elmetto in testa considera ancora impronunciabile.