A Pozzuoli la domanda si fa ormai da 4 anni. Ovunque, al bancone del bar e sotto i portici: più spesso ancora dopo una scossa notturna. Ed è sempre la stessa: è il magma che sale o no? Un nuovo studio sui Campi Flegrei, pubblicato l’8 ottobre su Science Advances, risponde indicando un protagonista meno cinematografico e molto più misurabile: il calore dei fluidi magmatici, che si accumulano tra 3 e 4 chilometri di profondità e scaldano tutto quello che hanno sopra.
Il lavoro lo firma un gruppo dell’INGV, dell’Università di Perugia e dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli, con primo autore Giulio Bini e, tra i coautori, Giovanni Chiodini, dirigente di ricerca associato all’INGV ed esperto di geochimica dei vulcani. La tesi, in sostanza, è che il suolo che si alza e l’anidride carbonica che esce dalla Solfatara seguono la stessa curva da 20 anni, e i terremoti le vanno dietro.
Bradisismo, ovvero la terra che respira piano
I Campi Flegrei sono una caldera, cioè un’enorme conca lasciata da eruzioni antichissime, con dentro Pozzuoli, Quarto (eccomi), Bagnoli e un pezzo di Napoli. Il bradisismo è il lento alzarsi e abbassarsi del suolo che la caratterizza. Dal 2005 la fase è di risalita: a dicembre 2025 il suolo di Pozzuoli si era già alzato di circa 1,6 metri.
I vulcanologi chiamano questa fase “unrest”, agitazione: un periodo in cui deformazione, terremoti ed emissioni di gas crescono insieme. Indica un sistema più attivo del solito, anche se da sola non porta automaticamente a un’eruzione.
Ventisette anni con il naso nella CO2
Il cuore dello studio è un archivio che pochi vulcani al mondo possono vantare: oltre 30.000 misure del flusso di anidride carbonica (la CO2, lo stesso gas delle bollicine dell’acqua frizzante) emessa dal suolo nell’area Solfatara-Pisciarelli, raccolte con campagne mensili dal 1998 al 2025.
Occhio, che i giornali stanno scrivendo “30.000 misurazioni al mese”. No. Sono il totale delle misurazioni raccolte mese per mese.
Perché misurano proprio la CO2? Perché è uno dei gas principali che il magma libera, e il suo degassamento (cioè la fuoriuscita diffusa dal terreno, un po’ come il gas che sfugge da una bottiglia appena svitata) racconta cosa succede in profondità senza bisogno di trivellare. Il dato chiave, riportato nel comunicato INGV, è che le emissioni dalla Solfatara sono cresciute in modo quasi esponenziale dal 2005, l’anno in cui è cominciata la crisi attuale, disegnando un andamento quasi identico a quello del sollevamento.
Una pentola con il coperchio di roccia
Il meccanismo che sta alimentando la situazione, spiegato senza formule, funziona così. Dal sistema magmatico profondo salgono fluidi caldi (gas e vapore di origine magmatica) che si fermano e si accumulano a 3-4 chilometri sotto la superficie. Lì incontrano il sistema idrotermale, cioè la rete di acqua calda e vapore che circola nelle rocce porose della caldera, una specie di caldaia naturale, e lo alimentano: lo mettono in pressione e lo scaldano.
La parte meno intuitiva riguarda il vapore. La CO2 arriva in superficie, ma grandi quantità di vapore acqueo condensano nel sottosuolo, e quando il vapore torna acqua cede calore alle rocce: chi si è scottato la mano sopra la pentola della pasta sa che il vapore brucia più di quanto ci si aspetti, ed è lo stesso principio. Le rocce scaldate si dilatano, la pressione cresce e la crosta si deforma, spingendo in alto il suolo e caricando le fratture fino a farle scattare in piccoli terremoti. La prova più diretta, secondo Stefano Caliro dell’INGV, è che la temperatura media del suolo alla Solfatara è salita di oltre 10 gradi negli ultimi 20 anni.
Il conto dell’energia, e chi lo paga
Poi lo studio mette in fila le energie. L’energia termica è il calore portato dai fluidi; quella elastica è l’energia che serve a deformare la crosta e sollevarla, un po’ come quella che accumuli comprimendo una molla. Secondo gli autori la prima vale circa 10 volte la seconda e circa 100.000 volte l’energia liberata da tutti i terremoti registrati dal 2005 al 2025.
Proviamo a dare una misura umana. Se tutto il calore ceduto in quei 20 anni fosse una giornata intera, la deformazione del suolo ne occuperebbe circa 2 ore e mezza, e l’insieme dei terremoti durerebbe meno di un secondo. La parte che fa paura, inutile dirlo, è la più piccola del conto. Perché, pur piccola in proporzione, è comunque capace di crepare muri e lasciare famiglie senza una casa o peggio: lo abbiamo raccontato parlando delle faglie sotto Pozzuoli, dove un terremoto di magnitudo 5 non è affatto escluso, purtroppo.
Cosa cambia nelle letture dei Campi Flegrei
A marzo 2025 su queste pagine raccontammo la lettura di Tiziana Vanorio, geofisica di Stanford: una pentola a pressione riempita soprattutto da acqua piovana arrivata dalla Piana Campana e scaldata a circa 3 chilometri. A maggio di quest’anno, con l'”ecografia” sismica di Ortega-Ramos e colleghi, abbiamo visto come l’origine del magma sia molto più in basso, oltre i 10 chilometri.
Il nuovo lavoro guarda la stessa pentola dal lato del gas, e il gas porta una firma magmatica: dentro la caldaia, a fare da combustibile, ci sono soprattutto fluidi arrivati dal magma. Le due letture condividono coperchio e fornello, la baruffa riguarda solo il contenuto. Su un punto, almeno, convergono: per spiegare quello che si misura oggi nessuna delle due ha bisogno di magma che risale fino a pochi chilometri dalla superficie.
In gergo, il meccanismo è “fluid-driven”: guidato dai fluidi.
Attenzione
Lo studio descrive un meccanismo e lo misura. Non stima la probabilità di un’eruzione e non indica date; sul livello di allerta in vigore non esprime giudizi, e nemmeno fissa soglie oltre le quali qualcosa dovrebbe cambiare. Chi lo cita per dire che “i Campi Flegrei stanno per eruttare” gli fa dire una cosa che nel testo semplicemente manca.
Perché i sensori contano più delle ipotesi
Se CO2, sollevamento e terremoti si muovono insieme, misurare il gas dal suolo e analizzare la chimica delle fumarole (le bocche da cui esce il vapore) diventa un modo per seguire il motore mentre gira, accanto ai dati della sismicità.
A questi si aggiungono le stazioni GNSS, ricevitori satellitari parenti del GPS del telefono ma capaci di registrare spostamenti del suolo di pochi millimetri. Secondo gli autori è proprio l’incrocio di queste misure a permettere di tracciare l’evoluzione del vulcano e di ridurre il rischio in un’area densamente abitata.
Per chi vive tra Pozzuoli e Bagnoli
Le informazioni da seguire restano quelle ufficiali: i bollettini dell’INGV Osservatorio Vesuviano e le comunicazioni della Protezione civile, che sono anche gli unici soggetti competenti sulle decisioni di allerta.
Uno studio come questo aiuta a capire e può rafforzare la valutazione del rischio, ma non sostituisce chi la fa ogni giorno. Le “previsioni” senza fonte che girano nelle chat dopo ogni scossa possono restare dove sono.
Alla Solfatara ci sono sonde che leggono la temperatura a 10 centimetri sotto il terreno, e in 20 anni hanno visto salire la colonnina di oltre 10 gradi. Raccontano i Campi Flegrei e i loro fluidi magmatici meglio di molti titoli, e lo fanno senza alzare la voce.
Ventisette anni di misure alla Solfatara
Pubblicazione: Bini G. et al., “Escalating soil CO2 degassing correlates with ground uplift and seismicity during the ongoing unrest of Campi Flegrei (2005-2025)”, pubblicato su Science Advances 12, eaei8075 (2026). DOI: 10.1126/sciadv.aei8075. Dati grezzi su Zenodo.