Negli USA, subito dopo la guerra, dei ricercatori facevano correre più di 500 cuccioli in dei labirinti e cronometravano quanto ci mettessero a trovare l’uscita. Il laboratorio l’aveva pagato la Fondazione Rockefeller, che sperava di ricavarne un super cane, il più intelligente della storia, e l’investimento fu equivalente a 8 milioni di euro odierni. Dietro c’era un’ipotesi difficilissima da dimostrare: che l’intelligenza passasse di genitore in figlio come il colore del pelo. I cuccioli, a quanto pare, avevano altri programmi.
Il progetto aveva un nome più sobrio del soprannome che gli ha dato la stampa: Genetics and the Social Behavior of Mammals. Lo proposero Alan Gregg, della Fondazione Rockefeller, e C. C. Little, fondatore del Jackson Laboratory di Bar Harbor. A farlo funzionare furono due biologi: John Paul Scott, arrivato in laboratorio nel 1945, e John Fuller, che lo raggiunse nel 1947. E come andò? Ora vi dico.
Cinque razze e nessun vincitore assoluto
Per capire quanto l’ereditarietà pesi sul comportamento servivano cani diversi tra loro. Scott e Fuller scelsero 5 razze: basenji, beagle, cocker spaniel americano, pastore delle Shetland e fox terrier a pelo corto. Tutte di taglia media e di fisico nella norma, rappresentavano un po’ i grandi gruppi di cani.
Il libro tratto dallo studio, uscito nel 1965, segue i cuccioli dalla nascita fino a 1 anno di età, tra labirinti e prove per misurare quanto ciascuno imparasse. Per vedere come i tratti si distribuissero da una generazione all’altra c’è anche un incrocio tra basenji e cocker spaniel. I primi test sociali partivano a 5 settimane di vita.
Le prove, all’inizio, i due autori le chiamavano intelligence tests. A un certo punto le ribattezzarono performance tests, visto che i cani risolvevano i problemi in mille modi che con il ragionamento c’entravano poco. Emozioni e motivazione, poi, pesavano parecchio sul risultato. Il racconto della BBC, ripreso da Xataka, riassume l’esito così: ogni razza eccelleva in qualcosa e nessuna si rivelò la più intelligente in tutto. I fox terrier risultavano più aggressivi in certe prove, i basenji più paurosi in certe situazioni. Chi sceglie un solo parametro, insomma sceglie anche il vincitore.
Facciamo un conto da bar. Secondo la BBC il costo di allora, rivalutato e convertito in euro, vale circa 8,3 milioni di oggi. Divisi per 500 cuccioli fanno circa 16.600 euro a testa, e divisi per 13 anni circa 640.000 euro l’anno. In pratica ogni cucciolo che si rifiutava di uscire dal labirinto, a conti fatti, costava come un’utilitaria.
Il beagle, una delle 5 razze del Maine, è tornato in laboratorio con un compito diverso. Nel 2023 a Seoul ne hanno usato 10 tessuti per costruire la prima mappa dell’epigenoma del cane. Del resto il cane, per quanto lo si ordini in razze, parte da un albero genealogico già mescolato. Nel 2022 il DNA di un lupo dell’era glaciale ha mostrato che discende da almeno due popolazioni di lupi.
Le 12 settimane che contano davvero
Il lascito più duraturo del laboratorio sta in un calendario di poche settimane. Scott e Fuller separarono alcuni cuccioli dai genitori a partire dalla quarta settimana e ne allevarono una parte senza fargli vedere persone né altri cani. I cani privati del contatto umano tra le 4 e le 12 settimane circa diventarono difficilissimi da gestire. Da qui l’idea di una finestra critica per la socializzazione: dalla terza o quarta settimana alla dodicesima i cuccioli legano facilmente con persone e animali. Chi li tiene in canile oltre le 14 settimane rischia di ritrovarsi cani timidi e poco sicuri di sé. Scott consigliava di portare i cuccioli nelle case tra le 8 e le 12 settimane, come racconta l’Institute of Canine Biology.
Parte di quegli esperimenti oggi non supererebbe nessun comitato etico, e secondo il racconto della BBC alcuni cani furono soppressi.
Chi pagò per il super cane, e fino a quando
La prefazione del libro elenca gli scopi del progetto: capire come le differenze ereditarie influenzino il comportamento, seguendo i cani dalla nascita. Le caratteristiche da misurare dovevano essere il maggior numero possibile, perché animali così longevi non si replicano facilmente. Il cane perfetto, però, non compare nell’elenco. E per quanto Gregg fosse un direttore ossessionato dall’eugenetica, la dottrina che vorrebbe migliorare una specie scegliendo chi può riprodursi, dovette battere bandiera bianca.
Ne abbiamo scritto a febbraio, parlando di Epstein e dell’ingegneria genetica per migliorare la razza. Il biografo di Scott racconta invece che lo muoveva il desiderio di ridurre la violenza delle specie canine.
Ad ogni modo, la Fondazione chiuse i rubinetti quando capì che il cane geniale non sarebbe arrivato. La struttura fu smantellata nel 1958. La prefazione del libro, uscito nel 1965, attribuisce alla Rockefeller Foundation il sostegno maggiore per tutti i 13 anni di raccolta dati. Alla Ford Foundation e ai National Institutes of Health va invece quello per elaborare i dati e scrivere. Scott, nel 1965, era ancora a Bar Harbor, dove lavorava dal 1945, prima di trasferirsi alla Bowling Green State University, in Ohio.
Cinque razze, 13 anni e un incrocio tra basenji e cocker
Pubblicazione: John Paul Scott e John L. Fuller, “Genetics and the Social Behavior of the Dog”, pubblicato da University of Chicago Press (1965). Il libro non ha un DOI: la scheda dell’editore è il riferimento più stabile.
Il libro è ancora in vendita alla University of Chicago Press, con un titolo che di super cani non dice niente. Comunque, il cucciolo di pastore delle Shetland qui sopra ha 12 settimane, l’età in cui secondo Scott la finestra si chiude.
Pare non se ne sia accorto.