C’è un rendering che gira sui siti di architettura in questi giorni: ha colpito la mia attenzione perché il suo aspetto è bello in tutti i modi in cui una cosa può essere bella. È una struttura circolare grande come un atollo, ancorata davanti alla costa del Madagascar, da cui l’acqua dell’oceano precipita verso il basso come da una diga rovesciata, come se qualcuno avesse tolto il tappo dalla vasca dell’oceano. Dentro l’anello, una specie di baobab di vetro e cemento alto come un palazzo, con serre trasparenti che salgono lungo il tronco. Sotto, una cupola di pressione affacciata sulla barriera corallina. Il concept si chiama Baobab Waterfall, è firmato dal designer iraniano Ahmad Eghtesad, ed è in concorso per la Fondazione Jacques Rougerie, quella che premia le architetture utopiche del mare.
Bellissimo, davvero. Al punto che quando l’ho visto ho voluto saperne tutto di lui, e capirne di più. E devo dirlo: i “dolori” sono iniziati proprio in quel momento. Ahi, la fisica!

L’architettura utopica e la fisica delle cascate
Iniziamo dal principio: l’acqua di mare viene incanalata in un sistema continuo di cascate, scende verso delle turbine sotterranee e produce elettricità. Funzionerebbe benissimo, se l’acqua fosse già più in alto del livello del mare. Non lo è. Per farla cadere, prima bisogna sollevarla, e per sollevarla serve più energia di quanta ne restituisca cadendo. Il rendering omette questo passaggio, che pure è la parte interessante. Senza un dislivello naturale o una fonte esterna che lo crei, la centrale a cascata oceanica resta un disegno bello da guardare e impossibile da accendere.
Esistono già, peraltro, tecnologie reali per ricavare energia dal mare: l’eolico galleggiante, il moto ondoso, i gradienti termici. Tutte cose serie e faticose (niente di personale), con rese modeste e tempi lunghi. Le “cascate continue” non rientrano nell’elenco, per ragioni che ogni manuale di idraulica liquida in tre righe.
Eghtesad presenta il sistema come akin to natural wonders, simile alle meraviglie naturali: il problema è proprio quello, le meraviglie naturali hanno alle spalle milioni di anni di gravità e dislivelli geologici. Qui c’è una piattaforma galleggiante, non so se rendo l’idea.

L’altra metà del concept “utopico”? Un carcere-resort
L’edificio, come avrete evinto dal titolo di questo articolo, non è solo una centrale. È pensato come struttura di correzione, un nome garbato per dire “galera”: dentro le serre del tronco-baobab, i detenuti coltivano piante e ortaggi lungo passerelle illuminate, in un programma di riabilitazione agricola. La cupola subacquea li affaccia sul corallo, “per costruire un ponte fra innovazione umana e biologia marina”. Quando, scrive il designer, la criminalità sarà calata e la società sarà guarita (ha scritto proprio così, campa cavallo), il complesso si trasformerà in eco-resort di lusso. Fine del piano.
Il Madagascar ha quasi trenta milioni di abitanti e poco più di tre su dieci hanno la corrente elettrica. Le carceri sono fra le più affollate d’Africa: ad Antanimora, costruito per ottocento persone, ce ne sono rinchiuse diverse migliaia. Questi sono problemi reali, e gravissimi. La proposta di chiudere una parte della popolazione carceraria su un’isola galleggiante con vista sui coralli, finché non saranno abbastanza pochi da diventare clienti paganti, è uno scenario che meriterebbe almeno una nota a piè di pagina.
Una discussione seria sul futuro della detenzione esiste, certo, ma è altrove.

Il progetto in due righe
Concept: “Baobab Waterfall”, designer Ahmad Eghtesad, in concorso per la Fondation Jacques Rougerie (categoria architettura del mare). Pubblicato da designboom, novembre 2026.
Cosa propone: struttura circolare galleggiante davanti al Madagascar, cascate oceaniche per generazione elettrica, serre interne per riabilitazione detenuti, cupola subacquea affacciata sul corallo, conversione futura in eco-resort.

A che serve una architettura del genere
I concorsi della Fondazione Rougerie, come quello dell’ONU per le città galleggianti, servono a immaginare l’inimmaginabile: spingere idee fino a dove diventano di rottura, per vedere cosa resta in piedi.
Certo, questo esempio di architettura utopica (ma anche un po’ distopica, diciamo) non smette di essere un disegno bellissimo, almeno per me. In Madagascar, intanto, continuano a costruire qualche piccolo impianto solare e a sperare che la salvezza arrivi prima, e in altre forme.
