Chi ha i denti sensibili conosce bene quella fitta: basta un cucchiaio di gelato o un sorso d’acqua ghiacciata, e il dente protesta. A Tokyo, nell’ospedale Suidobashi del Tokyo Dental College, alcuni volontari stanno masticando una gomma al wasabi per capire se quella fitta può sparire: dentro, c’è una molecola che nei ratti ha spinto i denti a ripararsi da soli.
Per capire cosa promette serve un minuto di anatomia. Il dente ha un guscio esterno durissimo, lo smalto, e sotto ha uno strato più morbido che ne forma quasi tutto il corpo: la dentina. Quando lo smalto si consuma o la gengiva si ritira, la dentina resta scoperta, e i suoi canalini microscopici portano il freddo dritto al nervo. Da qui la fitta che sentiamo.
Cosa fa il wasabi ai denti
La molecola si chiama 6-metilsulfinilesil isotiocianato, per gli amici 6-MSITC, e con il bruciore che vi sale al naso mangiando il sushi c’entra poco: il prodigio lo fa un’altra sostanza. Il gruppo di Yoshiyuki Shibukawa l’ha data agli odontoblasti, le cellule che rivestono l’interno del dente e fabbricano dentina. E le cellule si sono messe a depositare più minerale.
Poi è arrivata la prova sugli animali. I ricercatori hanno scavato piccole cavità nei molari di alcuni ratti, fermandosi prima della polpa, e ci hanno spalmato sopra un gel con la molecola. Dopo 2 settimane i denti trattati avevano costruito 260 micrometri di dentina nuova, contro i 92 di quelli bagnati con semplice soluzione salina.
Il dente, in pratica, si rifà l’intonaco dall’interno.
Wasabi e dentina, lo studio giapponese
Pubblicazione: Furusawa Y., Kimura M., Okunishi I. et al., Shibukawa Y., “6-Methylsulfinylhexyl isothiocyanate activates carbonic anhydrase-dependent transport in odontoblasts”, pubblicato su The Journal of Physiology (2026). DOI: 10.1113/JP287809.
La gomma di Suidobashi e i denti che ci avevano già promesso
Sull’uomo la faccenda è più modesta di quanto dica qualche titolo. La gomma serve a vedere se una dentina più spessa riduce la sensibilità, e secondo Science Japan alcuni partecipanti sopportano meglio cibi e bevande fredde. Quanti siano, e di quanto stiano meglio, nessuno l’ha detto.
Su queste pagine i denti che si aggiustano da soli hanno una lunga storia. Nel 2024 vi raccontavamo il farmaco giapponese anti-USAG-1 pronto per i test sull’uomo: la Fase I si è chiusa senza effetti avversi gravi, e la Fase II riguarderà soltanto chi è nato senza almeno 6 denti permanenti. Nel 2017 toccava al tideglusib, un farmaco studiato per l’Alzheimer che riempiva di dentina le cavità dei topi; tre anni dopo il King’s College scriveva di non prevedere test sull’uomo. Nel 2019 era il turno di un gel che ricostruiva lo smalto. Dal dentista, intanto, si continua a rabberciare con trapano e composito.
Quanto manca alla “gomma dentista”
Dai 5 agli 8 anni per un uso clinico documentato, se i test giapponesi reggono.
Servono risultati pubblicati, con numeri, e un confronto serio con i dentifrici desensibilizzanti che già costano pochi euro al supermercato. I primi a guadagnarci sarebbero le persone con la dentina scoperta e i denti che reagiscono al freddo. Chi ha una carie profonda o un dente mancante resta dov’è: la molecola rinforza un dente che c’è, e lo smalto perso non lo ricostruisce.
Per ora, a Suidobashi, il metro di tutto questo resta un sorso d’acqua fredda: il volontario lo manda giù, aspetta la fitta che conosce da anni e prende nota di quanto è arrivata forte, o se magari non è proprio arrivata.
Del wasabi per i denti, comunque, sapremo qualcosa quando quegli appunti diventeranno numeri.