Nel 1960 Pininfarina prese una Fiat 600D, l’utilitaria che stava motorizzando l’Italia, e ci costruì sopra qualcosa che a guardarlo oggi sembra ancora venuto da chissà dove. Si chiamava Y Berlinetta, era un pezzo unico di design italiano, ed aveva fatto bingo: dai 110 km/h della 600D di serie l’uovo aerodinamico saliva a 128. Stesso motore, stessa meccanica, solo con una carrozzeria diversa.
Quella berlinetta torna ora in asta da Mecum, stimata fra 100.000 e 200.000 dollari, dopo sessant’anni passati in un museo del Nevada con poco meno di 5.000 miglia sul contachilometri. Nello stesso mese in cui Ferrari ha presentato la Luce. È una coincidenza che mi ha ispirato, e penso meriti un paragrafo: anzi, qualcuno di più.
Cosa faceva il design italiano nel 1960
La 600D era un’utilitaria popolare, dal prezzo accessibile, con un motore quattro cilindri da 767 cc piazzato dietro, trentadue cavalli scarsi, sedili in similpelle e cruscotto di lamiera verniciata. La carrozzeria di serie aveva la forma di un saponetta da bagno, e infatti la chiamavano così, con affetto. Saponetta.
Su quella base meccanica, Pininfarina disegnò una berlinetta aerodinamica con tetto in plexiglas, tre fari rotondi sotto una bolla trasparente, pinne posteriori che derivavano da un esperimento precedente chiamato Project X. Tutto fatto in casa, a Torino, da gente che dell’aerodinamica si occupava da quando in California si producevano arance.
Il risultato ve l’ho già spoilerato prima: più veloce dell’originale, con lo stesso motore. Diciotto chilometri all’ora in più solo per il modo in cui l’aria scorreva attorno alla scocca. Una scheda tecnica del progetto Y li chiama “design considerations and aerodynamic principles”. Loro sapevano cosa stavano facendo.
Costruirono un esemplare unico, lo mostrarono, e poi quell’oggetto migrò in Nevada, dove è rimasto fino a oggi a percorrere più o meno il chilometraggio di un mezzadro con un cavallo.
Cosa fa il design italiano nel 2026
Sessantasei anni dopo, Ferrari ha presentato la sua prima elettrica. Ormai avete letto di tutto sul tema. Si chiama Luce, è disegnata da LoveFrom, lo studio creativo fondato da Sir Jony Ive (quello dell’iPhone) e Marc Newson. Cinque anni di lavoro, due studi e mezzo in collaborazione: il Centro Stile Ferrari e LoveFrom, più gli ingegneri aerodinamici di Maranello per le superfici esterne. Il giorno della presentazione, il titolo Ferrari ha lasciato per strada il 6% in Borsa.
Le reazioni non sono andate molto meglio fra i puristi: Montezemolo ha chiesto pubblicamente di togliere il Cavallino dall’auto, Calenda l’ha definita un insulto estetico. La Ferrari Luce, peraltro, pesa 2.260 kg: 700 (settecento) in più di una 296 GTB. Una piccola utilitaria nascosta sotto il pianale, e qualcuno l’ha già fatto notare su queste pagine.
Marc Newson, intervistato da Dezeen, ha spiegato il concept: “abbiamo separato intellettualmente l’abitacolo, la cosiddetta glasshouse, dal resto del corpo, che è effettivamente la carrozzeria”. Una cellula passeggeri che sta dentro un guscio. Una specie di scatola dentro un’altra scatola. Ha aggiunto che soluzioni simili “si sono viste su qualche concept degli anni Sessanta, ma certamente non esistono là fuori, nel mondo reale”. Si vede che a Reno non passa mai.
La differenza, in due numeri
Cento-duecentomila dollari, il valore stimato della Y Berlinetta in asta. Pezzo unico, sessantasei anni, una storia industriale dietro che non ha bisogno di essere raccontata: il design italiano nella sua versione meno discussa di sempre, quando Torino dettava la grammatica e il resto del mondo prendeva appunti.
Anche Detroit, che pure i muscoli ce li aveva. La differenza fra allora e adesso non è solo che oggi si fanno auto elettriche e non si fanno più carrozzerie su utilitarie. È che allora le idee per la Ferrari le portava un signore di Cambiano che si firmava Pinin Farina e parlava in piemontese. Oggi le porta uno studio californiano che ha appena costruito una carrozzeria intorno a una cellula. Cosa è cambiato nel mezzo, lo lasciamo decidere al lettore.
Il design italiano automobilistico ha vissuto la sua stagione d’oro proprio in quegli anni: Pininfarina, Bertone, Ghia, Vignale, Zagato, e dopo un po’ Italdesign. Nomi che oggi compaiono nei cataloghi di Pebble Beach o, come la ID.EVERY1 di Volkswagen, vengono evocati per nostalgia da chi cerca di fare un’utilitaria che somigli ancora a qualcosa di umano.
Pininfarina S.p.A. esiste ancora, è controllata al 76% da Mahindra dal 2015. Disegna parecchio, soprattutto per l’estero. Per Ferrari, no.
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: l’asta della Y Berlinetta è la settimana prossima da Mecum. La Ferrari Luce arriva nelle prime consegne fine 2026, le pre-serie già a Maranello.
Ce le porteremo entrambe nel paesaggio del futuro: una nel garage californiano di un collezionista che la guarderà a luci spente, l’altra negli ingressi degli alberghi sulla Croisette, parcheggiata da un valet che non saprà bene da dove arriva quel design.
Il design italiano, nel frattempo, resta nei libri di storia industriale e nei cataloghi delle aste. Cose che, insomma, si guardano. Non si comprano più, nel senso che non si commissionano. Per quello, adesso, c’è Cupertino. O quel che ne resta.
Il proprietario della Y Berlinetta, in Nevada, di norma non la usa: la tira fuori per un raduno, la fotografa, la rimette dentro. Sessantasei anni dopo cammina ancora come allora, motore posteriore, trentadue cavalli, tre fari sotto la bolla. Per andare un po’ più piano della Ferrari Luce, certo, ma con qualche chilo in meno. Tipo tanti, tanti in meno. Anche le piccole microcar moderne come la Toyota FT-Me pesano meno della metà.
“Sembra un telefono fermo”, ha scritto un utente sotto le prime foto della Luce vista dall’alto. Io non commento più. Non ci casco più.