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De-estinzione, la nuova strada parte da un singolo cromosoma

Un ratto morto e congelato per più di un anno. Un pezzettino del suo DNA torna a lavorare dentro un topo. La de-estinzione fa sul serio.

A single glowing green chromosome floating in a dark void, surrounded by faint microscopic cellular structures and ice crystal formations. The chromosome emits a soft bioluminescent green light, symbolizing a functional genetic fragment recovered from a frozen state. In the background, blurred silhouettes of a woolly mammoth and a small laboratory mouse face each other at opposite ends of the composition, representing the vast scale difference between science fiction and scientific reality. The overall aesthetic is cinematic and scientific, with deep blue and black tones contrasted by the vivid green glow of the chromosome, evoking themes of cryogenic preservation, genetic research, and the boundary between extinction and resurrection. Photorealistic digital art style with a dramatic, editorial atmosphere.

Ve la ricordate la storia della “de-estinzione” dei mammut che dovevano tornare a passeggiare per la Siberia entro il 2027? Ecco, non torneranno. O almeno, non come li immaginate voi. Però c’è una notizia, fresca di laboratorio in Giappone, che racconta la stessa cosa da un altro punto di vista, molto più piccolo e molto più serio.

I ricercatori dell’università di Yamanashi, in Giappone, hanno preso un pezzettino del DNA di un ratto rimasto congelato per oltre un anno, lo hanno messo dentro “l’ovetto” di un topo, e quel pezzettino si è rimesso a funzionare, come se non fosse mai stato sotto ghiaccio. È meno spettacolare di un mammut in giardino, lo so: ma è la prima volta che la vera de-estinzione fa un passo concreto, e cambia il modo in cui dobbiamo guardarla.

Perché la vera de-estinzione finora non ha funzionato

Per capire perché questa è una notizia grossa, facciamo un passo indietro… No, pardon: facciamone due. Due passi indietro. Dentro ogni cellula, lo sapere, c’è una specie di libro di istruzioni: il DNA. Quel libro è diviso in capitoli, e ogni capitolo si chiama cromosoma. Noi ne abbiamo 46, i topi 40, i ratti 42. Ogni capitolo dice alla cellula come fare una cosa precisa: come cresce un certo tipo di pelo, come batte il cuore, eccetera. Tutti i tentativi fatti finora di riportare in vita una specie estinta hanno provato a usare il libro intero.

Prendi il DNA di un mammut dal ghiaccio, lo metti dentro l’ovulo di un’elefantessa, e speri che nasca qualcosa di simile a un mammut. Il problema è che il libro, dopo migliaia di anni nel permafrost, non è più leggibile per intero. Tu pensi di avere un libro, in realtà hai un mucchio di coriandoli. E allora sai che c’è? Si legge un coriandolo per volta.

La de-estinzione a un capitolo per volta

I ricercatori giapponesi guidati da Sayaka Wakayama hanno provato un’altra strada. Invece di sognare il libro intero, hanno provato a recuperare un capitolo solo. Quello sì, magari, si può ancora leggere. Hanno usato un ratto comune da laboratorio, tenuto a meno trenta gradi per più di un anno. Hanno prelevato cellule del sangue, hanno tirato fuori i cromosomi, e con una pinzetta microscopica ne hanno scelto uno. Uno soltanto, un singolo capitolo del libro genetico di quel ratto morto.

Quel capitolo l’hanno infilato dentro l’ovulo di un topo, lo hanno fecondato e lasciato crescere. Dopo qualche giorno le cellule formate avevano dentro tutti i cromosomi del topo, più quel capitolo in più che proveniva dal ratto. E quel capitolo non se ne stava lì zitto: lavorava, all’uopo, producendo le proteine che doveva produrre.

Per esserne sicuri, gli scienziati avevano usato un ratto modificato in modo che il suo DNA producesse una proteina fluorescente verde. Una specie di vernice luminosa. Hanno visto luce verde nel cervello, nel cuore, nei muscoli, nell’intestino di quei topi. Il pezzo di ratto era perfettamente operativo dentro un corpo che non era il suo.

A cosa serve la de-estinzione (oltre i mammut)

Ve lo dico dopo una precisazione doverosa: su 17 tentativi di far crescere queste cellule miste, solo 2 hanno conservato il capitolo di ratto. Negli altri quindici il pezzo aggiunto si è perso per strada.

Mai si era visto, però, un materiale genetico congelato a lungo riprendere a funzionare in un animale di un’altra specie.

Le ricerche precedenti di Wakayama sui topi nati da cellule liofilizzate avevano aperto la strada: ora abbiamo attraversato il confine tra specie diverse, con un pezzo solo.

L’utilità vera, per ora, non è riportare in vita gli animali estinti. È una cosa meno da film, che fa meno effetto sui social, ma è più importante. Serve a studiare singoli geni di specie scomparse: a capire perché un rinoceronte lanoso aveva quel pelo, o perché certi animali resistevano a malattie che noi oggi non sappiamo curare. Il materiale congelato che ogni tanto riemerge dai ghiacciai non è più solo un reperto da museo: è una biblioteca di capitoli ancora leggibili, almeno in parte.

Scheda studio

Pubblicazione: Sayaka Wakayama, Ryoji Araki, Mariko Sunayama et al., “Resurrection of chromosomes from frozen animals by single chromosome transfer into mouse oocytes“, su Scientific Reports (2026). DOI: 10.1038/s41598-026-55500-1.

Dati chiave: cellule del sangue di ratto conservate a -30 °C per oltre un anno. Diciassette linee di cellule staminali ottenute dagli embrioni di topo, di cui solo due con il cromosoma di ratto integrato (41 cromosomi totali). Espressione del gene di ratto Hsp90ab1 e della proteina fluorescente verde verificata in cervello, cuore, muscoli e intestino dei topi chimerici.

Quando lo vedremo davvero

Orizzonte stimato: 5-10 anni per le prime applicazioni di studio.

La de-estinzione in versione cromosomica servirà prima per studiare singoli geni di specie estinte recenti, dove il DNA è in condizioni decenti: rinoceronti lanosi, uri, tilacini. Per capirli, non per ricrearli.

Il salto verso animali interi resta lontanissimo: trasferire un cromosoma alla volta significa, per un mammut, ripetere l’operazione decine di volte e tenerli insieme funzionanti. A oggi nessuno sa come.

La de-estinzione, alla fine, ha due strade davanti. La prima è quella che conosciamo: aziende come Colossal che promettono mammut, dodo, lupi e altri animali tra copertine di riviste, raccolte fondi e scadenze rimandate. La seconda è quella che si vede in questo studio: un lavoro piccolo ma ostinato, su un solo “capitolo” alla volta.

La prima fa notizia: la seconda, forse, farà la Storia.

Gianluca Riccio

Gianluca Riccio, direttore creativo di Melancia adv, copywriter e giornalista. Fa parte di Italian Institute for the Future, World Future Society e H+. Dal 2006 dirige Futuroprossimo.it , la risorsa italiana di Futurologia. È partner di Forwardto - Studi e competenze per scenari futuri. Seguilo su LinkedIn