Un robot a forma di animale, un po’ peluche un po’ macchina, sta sul palco accanto al suo fondatore e ammicca al pubblico. Si chiama Ollobot. Dietro di lui scorre una slide che parla di intelligenza emotiva: nessuno, in sala, sembra trovare la cosa particolarmente strana. Siamo al Global Connect Show di Shenzhen, edizione 2026, e quella scena, a guardarla bene, è il riassunto dell’intero evento.
Il GCS è una fiera tecnologica curata, pensata per portare brand cinesi davanti a media e partner internazionali in un formato più ristretto dei mega-saloni a cui siamo abituati. Lì la rivista di design Yanko si aspettava il solito catalogo da casa del futuro: il “classico” hub di famiglia con AI, robot tagliaerba, scansioni spaziali, cura personale connessa. C’erano tutti. Quello che è cambiato è come venivano raccontati. Non più con la classica triade un po’ da scrittura con ChatGPT, “velocità, precisione, costo”, ma con termini diversi come comfort, rassicurazione, sicurezza, perfino armonia familiare. A chiudere gli occhi e a “sentirlo bene”, è lo stesso sentimento declinato su tutti i prodotti. Le aziende vogliono che in casa ci sentiamo amati dalla nostra tecnologia: mi inquieta non poco, ma credo che segua una certa linea evolutiva.
Quando il tagliaerba ti vende il sabato mattina

Prendete Lymow One Plus. Sulla carta è un robot tagliaerba che funziona dove altri si arrendono: terreni accidentati, pendenze vere, zone multiple, l’erba alta di chi non taglia niente da tipo tre settimane. Sulla carta. Sul palco, il co-fondatore Charles Lee non parla né di lame, né di sensori, ma del weekend che non perdi più. La promessa non è un attrezzo: è il caffè preso in giardino al posto della fatica fatta in giardino. Dreame con la sua Roboticmower A3 AWD Pro tira la stessa corda un passo più in là, e propone il prato come uno dei tanti angoli della casa da affidare a uno “strato robotico” continuo, dall’aspirapolvere al rasaerba. Un ecosistema, insomma, prima ancora che un prodotto.
Anche NAVEE, che pure solitamente produce carrelli elettrici da golf (il Birdie 3 e il Birdie 3X), entra nel discorso da questa porta. Il carrello che ti segue, sale le pendenze al posto tuo, toglie attrito dalla partita: non è un accessorio sportivo, è la stessa logica delle case del GCS. Il lusso del 2026, quando funziona, è l’assenza di interruzione. La leva del marketing, insomma, non è più l’eccesso chiassoso della prestazione, ma il silenzio discreto della proattività. È qui che il salto retorico diventa visibile.
L’intelligenza emotiva entra in cucina (e ti vende il buonumore)

Cozyla Calendar+ 2 è un calendario di famiglia da parete: gestisce gli impegni di tutti e sincronizza gli appuntament. Niente di nuovo, dirà qualcuno. Tranne che il fondatore non lo presenta come uno strumento di pianificazione. Sul palco il moderatore della presentazione dice che il dispositivo ha cambiato l’umore della casa. Avete letto bene: l’umore della casa. Un calendario che si candida a mediatore familiare, decisamente più ambizioso di quanto sia mai stata una bacheca magnetica. Ed è esattamente questo che il marketing dell’intelligenza emotiva sta facendo a Shenzhen: credetemi, è un trend diffusissimo, non è il trucchetto di marketing di una o due aziende. Ho altri esempi.
iClever con le cuffie per bambini Q950 percorre la stessa autostrada da un’altra uscita: parla di cura dell’udito, di ascolto sicuro, e vende ai genitori una cosa precisa che si chiama tranquillità. Ocjoy riposiziona lo spazzolino come rito di fiducia per i due minuti prima di uscire di casa. Realsee, invece, prende la casa stessa e la trasforma in archivio: un digital twin in 3D che cattura com’era arredata, com’era illuminata, com’era abitata, in quel momento. La casa diventa oggetto-memoria, formato media e struttura dati, tutto insieme. Vendono scansioni, ma il sottotesto è la conservazione: un po’ come in “Here”, il film di Zemeckis che omaggia Forrest Gump mostrando tutta la sua vita dalla prospettiva di una stanza della casa, che vede scorrere le varie epoche e le varie fasi. Romantico? Non lo so. Suggestivo? Forse. Però il film, almeno in Italia, lo hanno visto in pochi.
Torniamo a Ollobot, e alla sua promessa che vale per tutte le altre
Ollobot OlloNi, vi anticipavo nel titolo di questo paragrafo, è il prodotto che concentra tutta la tesi della fiera in un unico oggetto fisico. Un cyber pet, una creatura morbida e leggermente espressiva, pensata per crescere con la famiglia. L’azienda parla di sensori emotivi e memoria a lungo termine: una personalità che si forma con il tempo. C’è perfino l’idea che i ricordi del robot sopravvivano al guasto hardware, conservando la continuità relazionale al di là del corpo che la ospita. Un oggetto domestico il cui valore, dicono, aumenta con la storia condivisa. Lo dicono sul serio.
Sul tema dei robot-compagno noi di Futuro Prossimo siamo passati altre volte. Nel 2022 raccontammo i Lovot giapponesi, un dispositivo identico nello spirito a Ollobot, presentato esattamente con le stesse parole: empatia e attaccamento, un antidoto alla solitudine. Quattro anni e mezzo dopo lo stesso prodotto torna in versione cinese, con una differenza che il pitch non sottolinea mai. I Lovot stavano in casa di una persona sola, anziana, fragile. Ollobot vuole stare con tutta la famiglia. È un altro mercato, ed è anche un altro contratto: una macchina che ricorda il tuo umore davanti ai tuoi figli raccoglie più cose di una che lo registra in salotto da sola.
Notate bene: nessuno, tra gli otto prodotti presentati, ha spiegato dove finiscono i dati emotivi che questi oggetti raccolgono. Nessuno ha detto se la memoria a lungo termine di Ollobot vive on-device o su un server da qualche parte. La parola “privacy” non è comparsa nelle slide di Cozyla, che pure si propone come “stabilizzatore d’umore” del nucleo familiare. La parola “consenso” non è comparsa nemmeno una volta accanto al digital twin di Realsee, che archivia stanze e abitudini. È una domanda che a Shenzhen, semplicemente, non si fa. E che qui, prima o poi, qualcuno dovrà fare.
Otto prodotti, una sola “intelligenza emotiva” (occhio alle virgolette)
Se metti in fila i prodotti di questa fiera, sembra una rassegna disordinata: rasaerba, carrelli, calendari, cuffie, scansioni 3D, spazzolini, robot da compagnia. Se invece guardi il modo in cui ognuno è stato venduto, esce un disegno preciso. Non più “questo prodotto fa”, ma “questo prodotto ti fa sentire”. La calma al posto del caos, la fiducia al posto della routine. Al posto dell’automazione muta, la presenza. Silenziosa, ma presenza. Non significa che la smart home si sia ammorbidita: forse significa solo che è diventata più sofisticata nel raccontare il proprio valore. Vuole essere accolta, non installata.
Dove arriva davvero questa onda
Orizzonte stimato: 3-7 anni per i prodotti di automazione domestica (Lymow, Dreame, NAVEE, Cozyla, iClever, Ocjoy), 7-12 anni per i robot-compagno tipo Ollobot, incerto per il digital twin domestico di Realsee.
Cosa serve perché funzioni: prezzo accessibile (oggi il mercato premium è ristretto), interoperabilità reale tra ecosistemi (Matter aiuta ma non basta), una conversazione pubblica sul perimetro dei dati emotivi raccolti. L’empatia robotica resta per ora un prodotto da fascia alta.
Se dovessi dirvi in una sola frase quello che intuisco dall’osservazione di questo trend sulla smart home dotata di “intelligenza emotiva”, vi direi: l’empatia è una forma di accesso. Stiamo per metterci in casa oggetti che capiscono come ci sentiamo, o quando siamo stanchi, quando litighiamo, quando abbiamo paura. Capisce i nostri figli. Capisce le abitudini dei nostri partner. Sa, prima ancora di noi, quando “l’umore della casa” peggiora. Le aziende del GCS hanno venduto quell’accesso come servizio. Per ora gratis, o quasi: per ora.
Se vi sembra il tipo di promessa che vorreste in salotto, accomodatevi pure. Se invece vi sembra che qualcosa, nella scaletta di Shenzhen, sia stato omesso un po’ troppo elegantemente, non siete soli. Ve l’ho detto: le case smart del 2026 non competono più su cosa fanno, ma su come vi fanno sentire. E su quello che, nel frattempo, riescono a capire di voi.
Una cosa per volta.