Brantley Hall sta lavorando in laboratorio. I sensori a idrogeno che doveva testare in camera anaerobica non funzionano. Non chiedetemi perché (non lo so) ma a un certo punto, evidentemente frustrato dalla situazione, mette uno di questi sensori dentro le sue mutande, e ci scoreggia sopra. Il sensore, a quel punto, emette un segnale fortissimo: per accendersi, aveva bisogno di ossigeno, e nelle mutande ce n’è un bel po’.
Da quel pomeriggio piuttosto bizzarro è nata la prima mutanda al mondo in grado di misurare il microbioma intestinale attraverso le flatulenze. Si chiama Smart Underwear, ne sono già state distribuite ottocento, e la lista d’attesa cresce di cinquanta persone al giorno. Vi interessa sapere come funziona, o vi siete inclinati verso di me per qualche altro motivo?
Come funziona la mutanda che ascolta i batteri
Il dispositivo è grande quanto una monetina da due euro. Si aggancia all’interno della mutanda con due bottoncini, sotto si carica con un cavetto USB, sopra parla via Bluetooth con un’app. Dentro, ci sono sensori elettrochimici che misurano l’idrogeno, l’unico gas dei peti prodotto esclusivamente dai batteri durante la fermentazione di carboidrati non digeriti.
L’idrogeno è una firma del microbioma intestinale all’opera. Le altre tecniche per studiarlo erano due, entrambe poco invitanti: un diario da autocompilare (la memoria è imperfetta, e gli eventi notturni difficili o impossibili da ricordare) e un tubo rettale (non credo servano spiegazioni).
Lo studio pilota pubblicato a ottobre 2025 su Biosensors and Bioelectronics: X ha seguito diciannove adulti sani. Risultato: una media di 32 peti al giorno, con un range che va da 4 a 59 (complimenti, bomber). La letteratura medica fissava la media a quattordici. Dunque, sono in realtà il doppio, e non perché siamo cambiati noi: perché finora si misurava male. La mutanda registra anche gli eventi notturni, quelli che il volontario col diarietto perdeva per definizione.

Cosa cambia per chi ha il colon irritato
In una presentazione preliminare di maggio, su 37 volontari il team ha individuato 24 persone con intolleranza al lattosio oggettivata dal sensore (impennata di idrogeno dopo i latticini). Di queste, solo dodici si erano accorte di scoreggiare di più. Una persona su due non si rende conto di quello che fa il proprio intestino. E quando arriva dal gastroenterologo convinta di avere solo “problemi di gas”, spesso i numeri smentiscono la percezione.
Hall lo dice con cautela: chi si presenta in ambulatorio lamentando flatulenze eccessive, secondo i dati, spesso ha un problema diverso. Sintomi sovrapponibili, terapia sbagliata se si parte dall’autodiagnosi.
Lo Zen Digester e l’Iperproduttore
Lo Human Flatus Atlas, il progetto nazionale americano partito a febbraio, recluta volontari appartenenti a tre categorie. Gli Zen Digester (dieta ricchissima di fibre, 25-38 grammi al giorno, eppure peti scarsi), gli Hydrogen Hyperproducer (alla lettera: gente che scoreggia molto), e i “normali” in mezzo. Tra le due estremità si raccolgono anche campioni fecali per il sequenziamento genomico dei batteri. L’obiettivo dichiarato è stabilire cosa sia “normale” davvero, perché in medicina abbiamo intervalli di riferimento per il colesterolo e la glicemia, ma per la flatulenza ancora no.
L’interesse per il microbioma intestinale ha avuto un decennio di entusiasmo divulgativo e parecchio fumo. Questo strumento, almeno, aggiunge un fatto: la possibilità di misurare cosa fa il microbioma minuto per minuto, non solo cosa contiene quando uno fa la cacca in laboratorio. È la differenza tra fotografare una città da lontano e ascoltarne il traffico.
L’idea finale, e l’azienda
Hall e il collega Santiago Botasini hanno fondato Ventoscity LLC per portare la tecnologia fuori dal laboratorio. La visione lontana è ricodificare la flora intestinale perché produca meno gas, consentendo alle persone di mangiare le fibre necessarie a prevenire (tra le altre cose) il cancro al colon (oggi la maggior parte delle persone non assume abbastanza fibra anche perché le diete ricche di fibra causano gas e gonfiore difficili da reggere socialmente).
Riassumendo: se capisci come scorre l’elettrone nel microbioma intestinale, forse puoi riprogrammarlo. Forse. Lo stesso Hall, sull’orizzonte, è prudente: “non è qualcosa che faremo domani”. Intanto la lista d’attesa per la mutanda, partita a 8.000 nelle prime due settimane, cresce di cinquanta nomi al giorno.
Una correlazione, anche questa, tra il desiderio di sapere cosa fanno i nostri batteri e la disponibilità a indossare un sensore di gas nelle parti basse.
Scheda Studio
Pubblicazione: Botasini S. et al., “Smart underwear: A novel wearable for long-term monitoring of gut microbial gas production via flatus”, pubblicato su Biosensors and Bioelectronics: X (vol. 27, art. 100699, 10 ottobre 2025).
Quando lo vedremo davvero
Orizzonte stimato: 2-4 anni perché la mutanda smart diventi uno strumento di ricerca clinica, 5-8 anni per uso diagnostico ambulatoriale, 10 anni per qualsiasi forma di ricodifica terapeutica del microbioma.
Servono validazione su migliaia di soggetti (il primo batch dell’Atlas è 500, la coda è 8.000), miglioramento dei sensori per misurare anche metano e anidride carbonica, approvazione regolatoria. Ne beneficeranno per primi i ricercatori del microbioma, poi i gastroenterologi nelle cliniche universitarie. La ricodifica della flora batterica per produrre meno gas mangiando fibre, l’obiettivo dichiarato, è oggi a livello di idea.