Dall’alto, sopra il Golfo Persico, dallo scorso febbraio si vedono delle macchie ferme: sono navi commerciali all’ancora, disposte in file quasi ordinate al largo del porto iraniano di Bandar Abbas e di quello di Fujairah, negli Emirati. Portacontainer, petroliere, cargo con carichi che dovevano arrivare in Europa o in India. In condizioni normali una nave del genere resta ferma un giorno o due al porto, giusto il tempo di caricare o scaricare. Queste sono lì da cinque mesi, da quando il 28 febbraio 2026 lo Stretto di Hormuz ha smesso di essere transitabile. Il conto dei biologi marini è che sotto quelle chiglie, nel frattempo, si sia formato un serbatoio di specie invasive pronto a partire in giro per il mondo.
Lo studio è uscito il 22 luglio su Biological Invasions. Lo ha firmato Mario Tamburri, biologo marino dell’Università del Maryland, con un gruppo internazionale di colleghi. Il numero che mettono in fila è impressionante: oltre 1.500 navi ancora ferme dentro il Golfo Persico, e altre centinaia ancorate nel Golfo dell’Oman, dall’altra parte dello stretto.
La crisi petrolifera l’abbiamo raccontata a marzo. Questo è il capitolo che finora nessuno stava leggendo.
Cosa cresce sotto una nave ferma
La parte sotto lo scafo di una nave, quella immersa, ha una vernice speciale. Serve a impedire che alghe, cozze e vari altri organismi marini ci si attacchino sopra. È una vernice progettata per navi che si muovono: l’acqua che scorre veloce sotto lo scafo aiuta la vernice a fare il suo lavoro. Quando la nave sta ferma, quella difesa si indebolisce.
Dopo una decina di giorni fermi, secondo Tamburri, gli organismi cominciano a colonizzare lo scafo in modo aggressivo. Dopo cinque mesi, sotto quelle 1.500 chiglie c’è un piccolo ecosistema.
Il Golfo Persico è caldo e molto salato. Le creature che sopravvivono lì dentro sono robuste per definizione, hanno già superato una selezione dura. Le navi ferme, tutte vicine tra loro, si stanno anche scambiando organismi: quello che parte da uno scafo iraniano si attacca a uno emiratino, e viceversa. È una specie di grande festa biologica, silenziosa e sotto la superficie.
Il precedente delle cozze zebrate spiega tutto
Per capire cosa può succedere quando queste navi ripartiranno, basta guardare i Grandi Laghi americani. Negli anni Ottanta, alcune navi cargo europee scaricarono nei porti americani l’acqua di zavorra che avevano imbarcato in Europa. Dentro c’erano piccole cozze originarie del Mar Caspio, le cozze zebrate.
In pochi anni si sono moltiplicate a miliardi, hanno tappato tubi di acquedotti e centrali elettriche e hanno soffocato le specie locali. Costa milioni di dollari all’anno tenerle a bada, e non se ne vanno più: una volta arrivate, è per sempre.
Quello che i ricercatori temono adesso è la stessa cosa moltiplicata per 1.500. I porti più a rischio, quelli con acqua calda e salata come il Golfo, sono Mumbai in India, Singapore, Il Pireo in Grecia, Algeciras in Spagna, Rotterdam in Olanda. Sono anche fra gli scali commerciali più importanti del pianeta: basta un solo organismo che attecchisce nel posto sbagliato per innescare un problema che dura decenni.
Le specie invasive che riguardano anche noi
Non si parla solo di ecosistemi: alcuni di questi organismi possono portare con sé parassiti e agenti patogeni, che possono colpire allevamenti di pesci e molluschi, e in qualche caso anche l’uomo. April Blakeslee, biologa dell’East Carolina University, lo spiega con calma: dentro le vasche di zavorra e attaccati agli scafi possono viaggiare stadi larvali di malattie che, arrivati in un ambiente nuovo, si trasferiscono alle specie locali e da lì risalgono la filiera. Fino ai pesci che compriamo al mercato.
Il Mediterraneo è già oggi uno dei mari più colpiti dalle crisi degli ecosistemi marini: pesce coniglio, granchio blu, alga killer. Un’ondata di nuove specie in arrivo dal Golfo, attraverso il canale di Suez e i porti del Pireo o Algeciras, aggiungerebbe pressione a un sistema già fragile.
Si può ancora fare qualcosa?
Sì, ma il tempo è quello che è. I ricercatori chiedono di pulire gli scafi prima che le navi lascino il Golfo, con squadre di sommozzatori o robot pulitori dedicati (tecnologie che esistono già per fiumi e laghi). Serve poi un sistema di sorveglianza nei porti a rischio, per intercettare in tempo reale l’arrivo di specie sospette.
Sarebbe una risposta coordinata su decine di Paesi, con costi notevoli, in un momento in cui nessuno ha voglia di aggiungere una voce di spesa: ma il conto ecologico, se non lo si paga oggi, si paga per sempre.
Il lavoro di Tamburri e colleghi, in breve
Pubblicazione: Mario Tamburri e colleghi, “Closure of the Strait of Hormuz may trigger a bioinvasion super-spreader event”, pubblicato su Biological Invasions (2026). DOI: 10.1007/s10530-026-03893-5.
Da quando comincerà a vedersi il conto
Orizzonte stimato: primi effetti visibili entro 1-3 anni dalla riapertura del traffico, effetti pieni sui nuovi ecosistemi 5-15 anni.
Il problema non è la ripartenza delle navi in sé, che avverrà nel giro di poche settimane appena riaperto lo stretto. È il tempo che serve a una specie nuova per attecchire, moltiplicarsi e diventare visibile: di solito un paio d’anni prima che compaia negli avvistamenti dei porti, altri dieci prima che si capisca cosa ha spostato negli equilibri locali.
A pagare per primi saranno gli allevamenti di molluschi e i pescatori delle coste indiane e mediterranee. Le grandi compagnie di navigazione hanno già dichiarato che pulire gli scafi in acqua costa: qualcuno lo farà, qualcuno no.
Nel frattempo, le navi stanno ferme lì. Con i loro carichi che aspettano, i loro equipaggi che aspettano, e sotto la chiglia un ecosistema che invece non aspetta niente e cresce.
Che lo stretto riapra domani o fra sei mesi, per le specie invasive incollate a quelle chiglie non cambia molto: la valigia è già pronta.