Se il collega davanti allo schermo annuisce a ogni riunione, consegna tutto in tempo e non si lamenta mai, direste o no che è coinvolto nel lavoro? Non vi sto facendo una domanda retorica: il Workforce Trends Report 2026 suggerisce di no, e dice che di disimpegno lavorativo negli uffici del mondo sta aumentando dappertutto.
Lo studio ha intervistato 1.500 impiegati d’ufficio in Nord America, Europa e Asia. La quota di chi si dichiara “molto” o “estremamente” coinvolto è scesa dall’88% al 64% in dodici mesi. Ventiquattro punti in un anno. E qui la sorpresa: il burnout, che sarebbe la spiegazione più comoda, resta all’83% da tempo.
C’è una differenza fra due cose che di solito confondiamo. Il burnout è quando cedi alla stanchezza; il disimpegno è quando cedi alla domanda “chi sono qui dentro?” e non trovi risposta. La prima si vede dai giorni di malattia, dalle occhiaie, dai messaggi scritti troppo tardi. Il secondo, no. Passa proprio attraverso la puntualità e l’aria composta, e per questo pesa più del rumore che fa.
In un pezzo di questo mese su Fast Company, il consulente Tony Martignetti lo dice così: le persone non stanno trattenendo l’impegno extra, stanno trattenendo se stesse.
Il report DHR in sintesi
Pubblicazione: DHR Global, “Workforce Trends Report 2026”, uscito il 18 novembre 2025 (dhrglobal.com).
Dati chiave: 1.500 impiegati d’ufficio intervistati fra Stati Uniti, Canada, Germania, Regno Unito, India, Hong Kong e Singapore. Engagement dichiarato alto o molto alto: 64% globale (2026), contro l’88% del 2025. Per area: Asia 59%, Nord America 67%, Europa 68%. Burnout stabile all’83%. Il calo colpisce di più chi è a inizio carriera (61% degli entry-level si dice meno coinvolto per esaurimento) e meno chi siede in C-suite (38%).
Il disimpegno lavorativo dopo l’intelligenza artificiale
Il report DHR nota che i tre motori che tenevano in alto il coinvolgimento (lavoro ibrido, strumenti di IA generativa, mercato caldo) stanno perdendo spinta. Il lavoro ibrido ormai è diventato la nuova normalità. Non basta? L’IA è dovunque, e le assunzioni facili sono un ricordo. Fin qui, previsione ovvia.
La lettura interessante l’ha data Ibec, la confindustria irlandese, nel suo outlook 2026 sulla salute mentale al lavoro: l’IA non incide solo sulla produttività, incide sull’identità, e lo fa soprattutto quando i ruoli cambiano senza che qualcuno si prenda la briga di parlarne.
Il punto lo capisci se pensi alla saletta relax dove al lavoro si “fa team”: ti sei costruito una piccola identità attorno all’essere “quello che scrive veloce”, “quello che l’analisi la sbroglia in un pomeriggio”, “quella che sa la risposta prima che finisca la domanda”. Adesso in mezzo a te e a quella cosa lì c’è una finestra di chat che fa tutte queste cose in nove secondi. Non si tratta più di “perdere il posto”, non scherziamo: la questione è “se la macchina FA la cosa che io SONO, io qui dentro NON SONO PIÙ NIENTE”.
Un rapporto del Global Wellness Institute di aprile su 37.000 lavoratori dice che oggi il 40% teme per la sicurezza del proprio impiego nel lungo periodo. Nel 2024 era il 28%. E il 62% pensa che i propri capi sottovalutino l’impatto emotivo dell’IA. Il divario cresce, e nessuno lo nomina in riunione.
Disimpegno lavorativo e crisi di identità, faccio ammenda: l’anno scorso vi ho detto un’altra cosa
A settembre 2025 su queste pagine vi ho raccontato una previsione da manuale: il 51% avrebbe detto addio all’ufficio per sempre, l’ibrido era la nuova religione, e il coinvolgimento probabilmente avrebbe tenuto grazie a questo nuovo equilibrio vita-lavoro. Un anno dopo, DHR dice che ero ottimista, perché quel sostegno si è spento. Non perché l’ibrido non funzioni, funziona bene: smette di fare la differenza quando diventa la base, anziché il bonus.
E intanto la Gen Z, come notavamo a ottobre, sceglie i mestieri manuali proprio per stare lontana da un ufficio in cui l’algoritmo ha smontato mezze professioni.
Le contromisure delle aziende seguono il vecchio manuale. Bonus, riconoscimenti, riti motivazionali, mandati di rientro pieno in ufficio come se la presenza fisica risolvesse un problema che sta in un’altra stanza. È lo stesso vicolo cieco che alimenta l’economia della frustrazione da 165 miliardi di cui parlavamo ad aprile. Ma il disimpegno lavorativo del 2026 non risponde alla leva del compenso, perché quello che i lavoratori hanno ritirato non era lo sforzo. Era il fuoco. E il fuoco, se lo spegni tu, non si riaccende con un buono Amazon.
C’è chi la mette in modo più elegante: la vita non è quello che ci accade, è quello che ricordiamo di quello che ci accade. Vale anche per il lavoro. Se dopo dieci anni non ricordi niente di te dentro alle cose che hai fatto, quei dieci anni non li hai passati a lavorare: li hai solo passati in ufficio.