Il 17 aprile 1927 un lettore del New York Times apre il giornale della domenica e trova una recensione firmata da H.G. Wells. L’oggetto è Metropolis, il colossali di Fritz Lang, uscito da poco nelle sale americane. Il lettore si aspetta l’entusiasmo di un maestro della fantascienza per un film di fantascienza appena approdato dagli studi UFA di Berlino, e invece la prima frase è: “
Ho appena visto il film più stupido mai fatto. Non credo sia possibile farne uno più stupido” e va avanti così per duemila parole.
La stroncatura di Wells è, ancora oggi, una delle pagine più curiose della critica cinematografica del Novecento. E non per la ferocia! Il punto è che il padre della fantascienza moderna, l’uomo che aveva scritto La macchina del tempo, La guerra dei mondi e L’isola del dottor Moreau, guardando la prima grande produzione di fantascienza mai portata sullo schermo non ci vedeva niente di buono. Anzi, la considerava una minaccia intellettuale al genere. In sostanza: Lang gli stava rovinando il mestiere.
Nella sua rubrica sul Times, chiamata The Way the World is Going, Wells demolisce Metropolis con la pignoleria di chi ha in mano un elenco di errori da spuntare. Il film, dice,
“raccoglie in una sola concentrazione vorticosa quasi ogni possibile sciocchezza, cliché, banalità e confusione sul progresso meccanico e sul progresso in generale”. E poi giù, punto per punto, per pagine.
La Metropolis verticale, secondo Wells, era già vecchia nel 1927
Il primo bersaglio è l’estetica urbana. Quella di Metropolis è immensa e stratificata, con i ricchi nei grattacieli e gli operai nelle viscere sotterranee. Che piaccia o no, ha ispirato tutto quello che è venuto dopo: da Blade Runner alla Coruscant di Star Wars, passando per quel grandioso, commovente capolavoro incompreso che è Brazil di Terry Gilliam. A Wells, invece, quell’estetica sembrava roba vecchia.
Faccio notare la parola: “vecchia”, non sbagliata. La città verticale come simbolo della stratificazione sociale, scriveva, era un’idea da fine Ottocento, ampiamente discussa “già prima del 1900”. Il censimento britannico del 1901, prosegue, aveva già dimostrato che le popolazioni urbane si stavano spostando verso la periferia, non verso l’alto:
“Da qualche parte, verso il 1930, i geni degli studi UFA capiranno un libro di anticipazioni scritto un quarto di secolo fa”.
C’è del vero nella pignoleria di Wells. La maggior parte delle città non sono diventate verticali come Metropolis: sono diventate soprattutto orizzontali, suburbane. Più simili a Los Angeles che a Manhattan. Però c’è anche il fatto che l’immaginario visivo della città del futuro è rimasto quello di Lang per un secolo intero, e alla fine grattacieli come quelli di Dubai come di Casablanca sono davvero abitati dai ricchi.
Wells, insomma, aveva ragione sui dati, ma torto sulla mitologia. È un tipo di errore molto comune negli scienziati che parlano di cinema. E comunque, come leggerete tra poco, forse l’incazzatura di H.G. Wells non era colpa di Metropolis.
Il vero motivo dell’astio: quel plagio non dichiarato
Nascosto tra le righe della stroncatura c’è il vero movente. A un certo punto Wells accusa Lang e la sceneggiatrice Thea von Harbou (moglie di Lang) di aver saccheggiato senza dichiararlo il suo romanzo del 1899 Quando il dormiente si sveglierà (When the Sleeper Wakes). È la storia di un uomo che dorme per anni e si sveglia in una Londra distopica dominata da una élite di ricchi in cima e da una massa di lavoratori-schiavi in basso. Suona familiare? Molto.
“Invece di plagiare un libro vecchio di trent’anni e resuscitare le banali moralità dell’epoca vittoriana”, scrive Wells, “sarebbe stato altrettanto facile, non più costoso e molto più interessante consultare qualche giovane ricercatore brillante”.
Wells nel 1927 aveva sessantun anni, era ancora al culmine della fama, ma il mondo culturale iniziava a guardare altrove: al cinema, appunto. Vedere il proprio romanzo di quasi trent’anni prima messo sullo schermo senza credit, e diventare simbolo mondiale di un genere che lui riteneva di aver quasi inventato da solo, non doveva essere piacevole.
Era anche l’anno in cui i primi film sonori stavano per uscire (Il cantante di jazz sarebbe arrivato a ottobre 1927): l’industria del cinema stava per esplodere, e Wells se ne stava accorgendo con dolore, osservandolo dalla “panchina”. E senza riuscire a entrare in campo.
Il paradosso: Wells stroncò Metropolis e poi provò a rifarlo
Nove anni dopo, nel 1936, Wells scrisse la sceneggiatura di Things to Come (in Italia il film uscì col nome “La vita futura”), adattamento del suo romanzo The Shape of Things to come, prodotto da Alexander Korda e diretto da William Cameron Menzies. Doveva essere proprio l’anti-Metropolis: fantascienza cinematografica finalmente seria, basata su previsioni ragionate e non su melodrammi mistici.
Wells ce la mise tutta: scrisse memo minuziosi ai costumisti e agli scenografi per assicurarsi che nulla del film ricordasse quello di Lang. Risultato: Things to Come è oggi un film di culto per storici del cinema, ma nessuno lo cita quando pensa alla città del futuro. Metropolis, invece, è ancora lì. È diventato di pubblico dominio nel 2023 insieme ad altre opere del 1927, e ancora circola nei cinema, restaurato pezzo per pezzo dai cinefili di mezzo mondo.
Il punto è che Lang aveva capito una cosa che Wells non voleva capire: la fantascienza al cinema non serve a prevedere, ma a evocare. Non conta se la città del 2027 sarà davvero come Metropolis (non lo è, e questo Wells lo aveva anche indovinato). Conta che quando pensiamo alla città del futuro, la nostra mente vada lì. La coerenza tecnica non ha niente a che fare con il potere di un’immagine. Se lo avesse avuto, oggi ricorderemmo la Londra suburbana di Wells e non i grattacieli di Lang.
La recensione, in breve
Pubblicazione: H.G. Wells, recensione di Metropolis, The New York Times, 17 aprile 1927 (testo integrale riprodotto su Lapham’s Quarterly).
Dati chiave: il film era costato 6 milioni di marchi tedeschi, una delle produzioni più costose del cinema muto. Aveva richiesto quasi due anni di lavorazione agli studi UFA di Berlino. La versione americana era stata tagliata di circa un quarto rispetto all’originale. Wells lo giudicò “immensamente e stranamente noioso. Nemmeno da ridere”.
Il resto è la storia che sappiamo. Metropolis è diventato uno dei film più influenti mai girati, ha ispirato Blade Runner e Star Wars, ma pure un po’ Dark City, Batman, il videoclip di Radio Ga Ga dei Queen, e praticamente ogni distopia urbana degli ultimi cent’anni.
La stroncatura di Wells oggi si legge per lo più con un sorriso, come si leggono le previsioni sbagliate degli esperti quando il tempo ha dato torto a tutti. E vale come antidoto ogni volta che qualcuno oggi liquida un film o un romanzo di fantascienza perché “non è tecnicamente plausibile”. Wells lo aveva scritto benissimo, e aveva anche ragione sui dati.
Solo che le città del futuro, a cent’anni di distanza, continuiamo a immaginarle come Lang, non come lui. Mi sbaglio? Voi che dite?