Un uomo paralizzato fissa lo schermo e il cursore si muove da solo, guidato da un impianto che traduce i segnali del suo cervello in comandi. Succede già oggi in qualche laboratorio, e per Ray Kurzweil è il primo mattone di un edificio che la maggior parte di noi non vede ancora.
Il futurologo misura da decenni il progresso con curve esponenziali (cioè crescite che raddoppiano a ritmo costante, come i risparmi con l’interesse composto) e sostiene che la fusione tra uomo e macchina sia già cominciata.
Che cosa intende Kurzweil per singolarità
Per Kurzweil la singolarità è il momento in cui gli esseri umani si fondono con un’intelligenza non biologica sempre più potente. Lui lo fissa al 2045, ma la parola ha una storia più vecchia di lui: nel 1958 il matematico Stanisław Ulam ricordava una conversazione con John von Neumann, secondo cui il progresso, accelerando, avrebbe raggiunto una specie di singolarità nelle vicende umane.
Nel 1993 Vernor Vinge la trasformò in un concetto da studiosi di IA. Un’intelligenza superiore alla nostra, scrisse, avrebbe innescato un cambiamento così rapido da rendere inutili le previsioni. A Kurzweil, invece, con il libro The Singularity Is Near del 2005, si deve il significato che usiamo oggi.
Il suo è un racconto di fusione con le macchine. Lo Skynet del cinema, la macchina che si sveglia e prende il comando, appartiene a un altro filone, e il futurologo giudica la propria versione una buona notizia.
Dai deepfake agli impianti, i primi passi sono già qui
Il bello (o l’inquietante, dipende dalla giornata) è che per Kurzweil il processo è già in corso. Nella revisione del 2024, The Singularity Is Nearer, spiega che la mente passerà in sistemi non biologici per gradi e in più modi. I deepfake ne sono un primo assaggio: le tracce digitali del nostro modo di pensare e di sentire, argomenta,
entro la fine degli anni 2020 animeranno simulazioni realistiche di persone con una personalità precisa.
Accanto ai deepfake ci sono gli impianti: quelli cocleari che fanno sentire chi è sordo, e dispositivi più recenti come Neuralink che promettono meravigli. Kurzweil ne prevede versioni sempre più robuste, capaci di migliorare forza e longevità. Per ora, dentro la testa dei pazienti, c’è ancora un accrocchio di elettrodi che richiede un intervento chirurgico vero e proprio.
Il passo successivo ha un nome preso in prestito dalla letteratura. Kurzweil chiama (con un naming piuttosto discutibile) «replicanti», come nel romanzo di Philip K. Dick Do Androids Dream of Electric Sheep? (quello di Blade Runner), le versioni robotiche di noi stessi. You 2 è la versione costruita con il DNA e i ricordi dell’originale.
La domanda che si pone lui stesso sembra uscita da uno studio notarile: un replicante risponde dei contratti firmati dal suo “originale”? E se è la copia di un marito scomparso, bisogna risposarlo?
La scommessa di Kurzweil sui nanobot
Tutto il discorso di Kurzweil converge su un oggetto che oggi esiste soprattutto nei laboratori di farmacologia: il nanobot. Per ora questi robot minuscoli consegnano farmaci nel punto giusto del corpo. Kurzweil li vuole invece al centro di un salto che renderebbe il nostro cervello milioni di volte più potente.
Il calendario è fitto. Dagli anni 2030 una componente non biologica si affiancherà alle nostre decisioni tramite interfacce cervello-computer, e verso la fine di quel decennio il pensiero sarà in gran parte non biologico. Negli anni 2040 e 2050 ricostruiremo corpi e cervelli oltre i limiti della biologia. Potremo nuotare sott’acqua come pesci e farci spuntare le ali, se ne avremo voglia. Vabbè.
Mi chiedo dove stia la decisione umana quando la parte biologica smette di crescere e quella non biologica continua a farlo in modo esponenziale. Il rischio che lo stesso Kurzweil mette in conto si chiama «gray goo»: nanobot che si riproducono fuori controllo. Consumerebbero la materia organica e ridurrebbero la superficie terrestre a una poltiglia. Forse siamo andati troppo oltre: già a “potremo farci spuntare le ali” mi ero un po’ perso.
Quanto manca davvero alle date di Kurzweil
Dei 40 anni previsti da Kurzweil nel 2005, ne restano 19. Nel 2017 riportammo la sua previsione sui computer intelligenti come gli esseri umani, e il titolo diceva «entro 12 anni». La scadenza era il 2029, e oggi ne mancano 3. Nel 2024 lui ha confermato la data («sono rimasto coerente»), come raccontammo in quel pezzo.
Il primo esame vero della sua tabella di marcia, insomma, è nel 2029.
Il conto di Kurzweil, in date
Pubblicazione: Ray Kurzweil, The Singularity Is Near (2005) e la sua revisione The Singularity Is Nearer (2024). Ricostruzione recente: Shawn Gorman su Popular Mechanics (12 ottobre 2026).
Dati chiave: nel 2029 Kurzweil prevede un’IA di livello umano, entro la fine degli anni 2020 simulazioni animate delle persone. Dagli anni 2030 arrivano le interfacce cervello-computer, nel 2045 la fusione, con un cervello milioni di volte più potente.
Gli impianti oggi, i nanobot forse domani
Orizzonte stimato: per gli impianti cerebrali, già provati su pazienti con paralisi, circa una decina di anni prima di un uso clinico davvero diffuso (stima della redazione). Per i nanobot che entrano nel cervello dai capillari l’orizzonte è incerto: 15 anni o più, forse mai.
Servono interfacce senza bisturi che oggi non esistono e nanobot capaci di fare molto più che consegnare farmaci. Mancano anche le risposte alle domande legali e filosofiche che lo stesso Kurzweil elenca. Gli impianti cocleari e quelli per la paralisi raggiungono già pazienti reali.
Per i nanobot cerebrali nessuna delle fonti consultate indica prototipi o date. Il 2045 resta una previsione di Kurzweil che nessun cantiere sostiene ancora.
Nel 2013 presentammo qui Transcendent Man, il documentario di Barry Ptolemy su Kurzweil, e il 2045 sembrava un indirizzo così lontano che nessuno pensava di segnarselo. Sono passati 13 anni e il futurologo non ha spostato la data di un giorno.
È una coerenza che a chi scrive di futuro dal 2006 suona quasi come un’offesa personale :)