A Turnberry, sul campo da golf scozzese di Donald Trump, il 27 luglio 2025 l’Europa firmò un’aliquota del 15% su quasi tutte le sue esportazioni verso gli Stati Uniti. In cambio promise 600 miliardi di investimenti e 750 miliardi di acquisti di armi ed energia. Il conto dei dazi Trump lo raccontammo in quei giorni.
Oltre un anno dopo, a Bruxelles nessuno si aspetta che le midterm del 3 novembre cambino quell’accordo. Fonti europee e della Nato sentite dall’AFP, in un pezzo ripreso da EWN, vedono poche speranze di inversione. Un sondaggio del Council on Foreign Relations ha trovato soltanto un americano su quattro favorevole a togliere tutte le tariffe verso l’Unione europea.
Dazi Trump dopo il voto: perché una Camera democratica non basta
Il motivo è tecnico. Come nota Morgan Stanley nell’analisi di Money.it, i dazi sono stati imposti in gran parte per via esecutiva. Un cambio di maggioranza in una sola camera non li rimuoverebbe. Una Camera democratica potrebbe aprire inchieste e ostacolare il bilancio, ma il presidente conserva ordini esecutivi e veto, come scriviamo nell’articolo principale di questo Speciale.
I dazi restano comunque nel dibattito americano perché i prezzi sono il tema della campagna. Open riporta che sul costo della vita Trump ha il 29% dei consensi nel sondaggio del New York Times, e più del 40% degli elettori repubblicani boccia la sua gestione dei prezzi della benzina.
La portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, ha dichiarato che l’Unione «non commenta elezioni nell’Unione o all’estero». Un alto diplomatico europeo, che ha chiesto l’anonimato, ammette invece di non credere che l’imprevedibilità di Washington cambierà.
Il resto del dossier europeo non promette meglio. Sull’Ucraina i funzionari dell’Unione sono concentrati su un buco di 70 miliardi di euro nelle finanze di Kyiv per il prossimo anno, e chiedono a Regno Unito, Canada e Giappone di fare di più. Sulla Nato gli alleati aspettano la revisione del Pentagono sulle truppe americane in Europa, prevista a dicembre. Quasi tutti si attendono un ridimensionamento, e sperano che sia leggero.
I mercati leggono le midterm con più ottimismo di Bruxelles. Dal 1950 l’S&P 500 non ha mai chiuso in negativo i dodici mesi successivi al voto, 19 cicli su 19. Con un presidente repubblicano e un Congresso diviso ha guadagnato in media circa il 23%, ma Money.it avverte che il campione di quest’ultimo caso è minuscolo: due anni, il 1983 e il 2019.
Il rischio che nessuno mette a bilancio
Bruce Stokes, del German Marshall Fund, avverte che i presidenti in difficoltà interna tendono a rivolgersi alla politica estera. Fra le strade possibili cita un’escalation della guerra in Iran. Su come gestisce quella guerra Trump ha il 33% dei consensi, secondo un sondaggio del New York Times riportato da Open.
Comunque vada martedì, a dicembre il Pentagono consegnerà la sua revisione delle truppe in Europa. Intanto i dazi Trump del 15% firmati a Turnberry restano in vigore, e a toglierli può essere soltanto lo stesso strumento che li ha imposti.