Tra 45 anni, chi avrà 70 anni sarà cresciuto nell’era degli smartphone. Avrà vissuto l’esplosione dei social media, l’avvento dell’intelligenza artificiale, la realtà aumentata. Sarà quindi più esperto di tecnologia rispetto ai 70enni di oggi, che faticano con le videochiamate? La risposta sembra ovvia. Ma Douglas Adams, autore della Guida galattica per autostoppisti, aveva già previsto tutto nel 1999 con una regola tanto semplice quanto inquietante: “Tutto ciò che viene inventato dopo i 35 anni è contro l’ordine naturale delle cose”. E se avesse ragione, cari vecchietti di domani? Anzi: se andasse ancora peggio di così?
I nativi digitali che non sanno usare il computer? Il dramma dei “vecchietti 4.0”
Partiamo dai fatti. Uno studio dell’Università Cattolica presentato nel febbraio 2025 ha rivelato qualcosa di imbarazzante: il 31% dei giovani Gen Z mette like su fake news senza verificarle, e 1 su 3 non sa partecipare ai social o usare l’email. Aspetta, aspetta. Stiamo parlando dei nativi digitali. Quelli che secondo la vulgata dovrebbero nascere già con lo smartphone in mano e il Wi-Fi nel DNA.
Eppure non sanno fare cose che io (Generazione X, classe ’75, permettete che mi identifichi) consideravo banali già nel 1998.
Il Professor Edward Palmer dell’Università di Adelaide l’ha detto chiaro nel 2023: l’idea che i giovani siano intrinsecamente dotati nella tecnologia è una fallacia. La familiarità generazionale con la tecnologia non si traduce automaticamente in padronanza. Possono usare TikTok con gli occhi chiusi, certo, ma chiedetegli di installare un driver o di capire cosa sia un file system. Silenzio.
La tecnologia è diventata così intuitiva che non serve più capire come funziona per usarla. I giovani oggi aprono un’app e trovano il loro documento. Non sanno dove sia salvato, non capiscono la differenza tra cloud e storage locale, talvolta non hanno mai visto una cartella nella loro vita.
E questo, paradossalmente, li renderà molto più vulnerabili quando quella tecnologia cambierà. Perché non hanno padroneggiato la “logica d’uso”, se mi passate il termine.
La Generazione X ha capito il trucco (e vi rode ammetterlo)
Ecco la verità che nessuno vuole sentire: la Generazione X sarà l’ultima generazione veramente esperta di tecnologia. Noi siamo cresciuti quando i computer erano bestie incomprensibili che dovevi domare a suon di CONFIG.SYS e AUTOEXEC.BAT.
Dovevamo capire per poter usare. Non c’erano wizard, non c’erano tutorial su YouTube, non c’era Stack Overflow. C’erano manuali di 500 pagine scritti da ingegneri tedeschi incazzati e tu, da solo, nel buio della tua cameretta, a cercare di far funzionare quella scheda audio Sound Blaster. Non è retorica, e non celebro vecchie glorie.
E sapete cosa abbiamo imparato? A pensare a strati. Sistema operativo, driver, applicazioni, dati. Sappiamo che sotto l’interfaccia grafica c’è un terminale. Che sotto il cloud ci sono server fisici. Che la magia non esiste, è solo codice scritto male da qualcuno che aveva fretta. Questa consapevolezza ci ha reso resilienti. Quando qualcosa si rompe, noi sappiamo dove guardare. Quasi sempre non chiamiamo l’assistenza. Non ci arrendiamo. Bestemmiamo in C++, ma risolviamo.
Qualche giorno fa ho letto un commento su Reddit (sì, Reddit, quella cosa dove ancora si scrive invece di ballicchiare per entrare nei #perte) che coglieva perfettamente il punto: “I Gen X e i giovani Millennial saranno i più esperti di tecnologia perché c’erano quando le cose non funzionavano e basta”. Esatto. Noi abbiamo vissuto l’era della frizione tecnologica.
E quella frizione ci ha forgiato.
“Nuovi” vecchietti, il 2070 sarà peggio di quanto immaginate
Facciamo un esperimento mentale. È il 2070. Tu, nato nel 2000, hai 70 anni. Hai passato la tua giovinezza su Instagram e TikTok. Hai fatto videochiamate su Zoom durante la pandemia. Hai usato ChatGPT per scrivere le tesine all’università. Ti senti esperto di tecnologia, no? Sbagliato.
Perché nel frattempo è successo questo: intorno ai 35 anni (quindi verso il 2035) hanno inventato le interfacce neurali dirette. Niente più schermi, niente più tastiere. Pensi e il computer esegue. All’inizio hai provato, ovvio. Ma non ti è mai venuto naturale. Preferivi ancora il tuo vecchio iPhone 26, quello con lo schermo che si arrotola. “Funziona benissimo,” dicevi. “Perché dovrei cambiare?”. Già. Il miglior iPhone di sempre, giusto?
Poi, verso i 50 anni (siamo nel 2050), è arrivata l’AI ambientale. Non più assistenti vocali, ma sistemi che anticipano ogni tuo bisogno senza che tu debba chiedere. La tua casa pensa per te, i tuoi dispositivi si autoconfigurano, l’auto si guida da sola e decide dove andare prima ancora che tu lo sappia. Il climatizzatore di casa si accende quando tu avverti freddo, anzi: quando pensi che faccia freddo.
E tu? Tu sei lì che cerchi disperatamente il “pulsante manuale” che una volta c’era. Ma non c’è più. Perché nessuno lo usa da almeno dieci anni.
Benvenuto nel tuo incubo personale: sei diventato il boomer che una volta prendevi in giro. Quello che dice “ai miei tempi bastava un’app e un touchscreen”.
I tuoi nipoti ti guardano con quella pietà condiscendente che tu riservavi a tuo nonno quando cercava di usare il telecomando. La ruota gira, e non perdona.
Douglas Adams aveva ragione, e questo fa male
Le tre regole di Adams sulla tecnologia sono spietate nella loro precisione. Tutto ciò che esiste quando nasci è normale. Tutto ciò che viene inventato tra i 15 e i 35 anni è eccitante. Tutto ciò che arriva dopo i 35 è contro natura. E non c’è modo di sfuggire a questa legge, perché non è una questione di intelligenza. È una questione di plasticità cerebrale, di abitudini consolidate, di energia mentale disponibile per imparare cose nuove che, in fondo, non servono.
Sapete qual è la differenza tra i vecchi di ieri e di oggi (ci sto arrivando, coi miei 50 anni) e voi vecchi di domani? Noi almeno avremo avuto 50-60 anni di competenza tecnologica attiva. Voi ne avrete 35, forse 40 se siete fortunati.
Perché il mondo accelera. La tecnologia cambia sempre più velocemente. Nel 1985 un personal computer durava 10 anni. Oggi uno smartphone è obsoleto in 3 (Apple vi fa credere sottilmente che ogni settembre vi “serva” il nuovo terminale, ma vabbè). Domani? Le interfacce neurali cambieranno ogni 18 mesi. E voi resterete indietro molto prima di quanto pensiate.
Un recente sondaggio Deloitte del 2025 ha rivelato che metà dei Gen Z italiani usa già l’AI generativa ogni giorno. Benissimo. Ma quando l’AI diventerà quantistica? Quando passeremo dall’elaborazione digitale a quella biologica? Quando i computer saranno organismi viventi che crescono invece di essere assemblati?
A quel punto anche voi, cari vecchietti nativi digitali, sarete nativi di un’epoca obsoleta.
Non è questione di generazioni (ok, forse un po’ sì)
Ora, detto questo e celebrata degnamente la superiorità della Generazione X (perché me lo dovevo togliere, ‘sto sassolino), c’è una verità più profonda. Uno studio del 2024 su tecnologia e invecchiamento ha dimostrato che non sono le generazioni a fare la differenza, ma l’attività mentale. Ci sono vecchietti che programmano in Python e ventenni che non sanno cos’è una directory.
La differenza, a parte gli scherzi e le mie provocazioni becere, sta sempre nella curiosità, nella volontà di capire, nel non accontentarsi dell’interfaccia.
Durante il Covid, uno studio dell’Università di Lodi ha identificato tre categorie di anziani digitali: i “rinforzati” (che hanno potenziato le loro competenze), i “resilienti” (che hanno imparato il minimo necessario) e i “resistenti” (che hanno rifiutato tutto). La stessa divisione la vedrete tra i Gen Z del 2070. Alcuni continueranno a imparare, ad adattarsi, a evolvere. Altri si fermeranno ai 35 anni e resteranno lì, congelati nell’era dell’interfaccia touch, mentre il mondo passa alle interfacce neurali, poi a quelle quantistiche, poi a chissà cosa.
La differenza tra essere “vecchietti dentro” o fuori non la fa l’anno di nascita. La fa la disponibilità ad ammettere di non sapere, e ricominciare a imparare. Ancora. E ancora. Fino alla fine. Ma ammettiamolo: pochi hanno quella forza. E con l’accelerazione tecnologica attuale, sarà sempre più difficile.
Quindi sì, cari Gen Z. Nel 2070 sarete vecchietti smarriti esattamente come i boomer di oggi. Probabilmente anche di più, perché il divario tra la vostra tecnologia e quella dei vostri nipoti sarà ancora più ampio. Anche voi, proprio come tutti noi, scoprirete che Douglas Adams aveva ragione. Tutto quello che viene dopo i 35 anni è davvero contro l’ordine naturale delle cose. Anche se non volete ammetterlo.
Ancora.